Il suono di una caduta
di Mascha Schilinski
con Hanna Heckt, Greta Krämer, Filip Schnack, Helena Luer, Anastasia Cherepakha
Germania, quattro storie femminili (Alma, Erica, Angelika, Lenka) sempre in una fattoria nell’Altmark che all’inizio sembra uscire dalle foto di August Sander (o dal Nastro bianco di Hanecke) in quattro momenti nel tempo: agli inizi del 900, nella seconda guerra mondiale, nella Germania Est, oggi. Tutti i particolari di queste vite vengono spiati da angolazioni particolari, zone nascoste, anfratti, buchi, fessure. La sequenza non è cronologica ma mescola le varie vite delle ragazze (e delle madri, delle nonne, delle serve e degli uomini intorno) con alcune dominanti che persistono: la crudeltà (madre e padre che mutilano il figlio per non farlo arruolare nella prima guerra mondiale), la presenza della morte (le foto delle bambine e delle ragazze morte in posa con i vivi), il desiderio di morte (la sua attrazione ambigua), l’osservazione dolorante della condizione femminile (potrebbe essere una storia naturale del patriarcato) attraverso il sesso e la riproduzione. Le storie personali sono più osservate che raccontate e riemergono nella grande Storia. Un cosmo femminile, regista donna, Schilinski, al suo secondo film, sceneggiatrice donna, Louise Peters, direttore della fotografia, Fabian Gamper, marito della regista. Forse l’ambizione della Schilinski è di registrare il mondo. Il titolo originale è In die Sonne Schauen, guardare il sole. Perché? Perché (l’ha detto la regista) non si può guardare il sole come non si può guardare la morte. È una citazione da La Rochefoucauld. E la fotografia del film spesso ricorda l’effetto di abbagliamento dopo aver fissato il sole. E Il suono di una caduta? Perché dice sempre la regista, voleva registrare una caduta attraverso lo spazio e il tempo. Il titolo che avrebbe voluto e a cui ha rinunciato? “Il dottore dice che sto bene, ma io mi sento sempre triste”. Premio della regia a Cannes 2025.




































