Il fil rouge che unisce la Puglia a Bologna porta il nome di De.Stradis. Cantautore cresciuto tra le radici mediterranee e la formazione musicale maturata sotto i portici emiliani, De.Stradis ha costruito negli anni un percorso coerente, fatto di studio, live e ricerca sonora. Dopo gli studi in Conservatorio e una lunga gavetta tra palchi indipendenti e circuiti universitari, l’artista ha affinato uno stile personale, capace di intrecciare cantautorato italiano, suggestioni elettroniche e un’attitudine intimista mai autoreferenziale.
Le radici pugliesi rappresentano il primo orizzonte emotivo: il mare come luogo fisico e simbolico, spazio di appartenenza e memoria. Bologna, invece, diventa la città della maturazione artistica, il laboratorio in cui la scrittura si fa più consapevole e la ricerca musicale si apre a contaminazioni elettroniche, pur restando ancorata alla tradizione cantautorale italiana.
Questo doppio respiro trova sintesi nel nuovo album Appartengo al mare. Undici brani nati nell’arco di due anni, che non inseguono la hit immediata ma costruiscono un racconto coerente. La title track è il manifesto di un’identità che non si chiude nel privato ma si allarga alla dimensione collettiva: appartenere al mare significa riconoscersi parte di una comunità, accettare il movimento continuo tra partenza e ritorno.
Con Appartengo al mare, De Stradis firma il suo primo vero lavoro maturo che consolida il suo percorso e ne definisce l’identità: sospesa tra nord e sud, tra formazione e istinto, tra onde che spingono lontano e correnti che riportano a casa. Le sonorità alternano momenti intimi e aperture più ariose, con arrangiamenti essenziali che lasciano spazio alla parola. De Stradis dimostra una scrittura capace di muoversi tra introspezione e osservazione del presente, senza retorica.
Quando hai capito che la musica non era solo una passione, ma una necessità?
«L’ho capito a Torino, facevo il primo anno di ingegneria e andavo al freddo a suonare la chitarra e cantare al parco vicino casa perché avevo dei coinquilini per niente amanti della musica. Non avevo mai considerato di fare musica nella vita, l’avevo visto come un immaginario lavorativo irrealizzabile per forma mentis. Dopo 3 mesi di ingegneria ho mandato una lettera ai miei spiegando la scelta che volevo intraprendere. Ho riletto di recente quella lettera, c’era tanta energia vitale, tipica di un ragazzo di 19 anni, ma anche una lucidità e una visione chiara che ho portato avanti negli anni».
De.Stradis è il tuo nuovo io, dopo l’esperienza con i Westfalia a Xfactor. Cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova esperienza come solista?
«È un “io” che ho coltivato da prima che uscisse il mio primo EP, credo che in questi anni di lavoro da solo ho capito davvero cosa vuol dire essere artisticamente coerenti a sé stessi. Nell’esplorare, sia nella musica che nella parola, cercherò sempre la versione più diretta e autentica che potrò portare. In questo disco il mantra è stato questo e sento che il messaggio è arrivato a chi ha ascoltato».
Ti senti più artigiano o esploratore quando componi un brano?
«Forse più artigiano, nella vita pratica non lo sono per niente ma quando si tratta di cesellare una melodia, un suono, ci vado a fondo con grande maniacalità. Questa cura è in parte legata alla mia forte curiosità di riprodurre l’’idea che ho nella testa e capirne l’efficacia; in secondo luogo è un tipo di attenzione che ho coltivato e rifinito negli anni. Mi sento una persona superficiale per alcuni aspetti pratici della mia vita ma con la musica ho imparato a non sgarrare neanche di un millimetro. Ovviamente l’esplorazione fa parte anche del processo, buttare vari input e capire come va, ma proprio per l’intuito di cui si parlava prima riesco a discernere quando qualcosa è valido e vale la pena andare a fondo».
Le tue canzoni spesso sembrano muoversi tra introspezione e racconto collettivo: è una scelta consapevole?
«Per questo nuovo disco è stata una scelta consapevole proprio perché mi piaceva spostare il centro dal mio Io alla comunità di cui faccio parte. Ho sempre fatto tanta analisi della società in generale e delle persone attorno a me in particolare, quindi mi è sembrato di raccontare qualcosa di coerente e che mi appartiene. Anche nei pezzi più autobiografici ho ricercato immagini e pensieri che riguardassero le persone che mi circondavano; volevo fosse in un certo senso anche un dono per loro».

“Appartengo al mare” è un titolo che suona come una dichiarazione identitaria: quando hai sentito il bisogno di mettere in musica questo senso di appartenenza?
«Non c’è stato un momento preciso, è stato un flusso continuo per due anni, dove ricercavo in ogni canzone cosa dovesse rappresentare questo disco e in ogni brano il mosaico si completava facendomi capire dove stessi andando a parare. La title track è stata abbastanza illuminante perché parlava dell’emozione provata dal mio paese alla scomparsa di un amico. La reazione e la propagazione delle sue idee è stata talmente forte da commuovermi e volerne parlare».
Il mare nel brano è un luogo reale o uno spazio simbolico dove rifugiarsi, perdersi o ritrovarsi?
«Entrambi, il mare ha rappresentato il mezzo meditativo con il quale ho scritto il disco, nuotare tutti i giorni ha fatto uscire fuori le idee che si accumulavano parlando con i miei amici. Il mare e l’acqua in generale è l’ambiente in cui mi muovo meglio, in cui non mi sento goffo.
Poi per l’appunto il mare rappresenta la mia comunità le persone in cui sono immerso e condivido il mio quotidiano e il momento che stanno affrontando nella vita. Dedico spesso il mio tempo libero in chiacchere da bar, riflessioni a tu per tu con i miei amici; da queste riflessioni nascono poi molti brani».
Guardando al futuro, senti di essere all’inizio di un percorso o già dentro una trasformazione?
«Credo che questo lavoro abbia tracciato una strada più chiara e identitaria. Il percorso è già iniziato da tempo e questo disco è una tappa che mi ha profondamente trasformato e maturato. Si vedrà cosa la vita riserverà e quali altre trasformazioni affronterò. Una cosa è certa: non amo fossilizzarmi su una forma o soluzione, quindi continuerò a cambiare.»






































