La Sposa!
di Maggie Gyllenhaal
con Jessie Buckley, Christian Bale, Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Annette Bening
Mary Shelley (Buckley) l’autrice di Frankenstein, emerge dal buio della morte a dirci che voleva scrivere in un altro modo la storia della creatura fatta con pezzi di cadaveri. E ha deciso di farne un sequel. Come? Per possessione prende l’anima di Ida (sempre Buckley), un’infelice che dà in escandescenze in un night della malavita a Chicago negli anni Trenta, e alternando un accento americano triviale e un accento inglese alto, denuncia come le pupe dei gangster se parlano finiscano uccise dal mafioso Lupino, complice la polizia corrotta. E viene fatta a pezzi. Nello stesso momento la creatura di Frankenstein (Bale), quella persa nei ghiacci del polo, si presenta a Chicago dalla dottoressa Euphronius (Bening), sono passati più di cento anni da quando il dottor Frankenstein l’ha assemblato e riportato in vita, è deforme, infelice, puzza e più che un mostro sembra uno dei personaggi di Furore, un hobo della Grande Depressione, e chiede alla dottoressa una compagna, per l’amore e per il sesso: una sposa, the Bride. Scavano in un cimitero e recuperano la disgraziata Ida. Ida “rinvigorita”, rediviva e smemorata e Frank scorrazzano tra Chicago e il New Jersey dei gangster, quasi ma non proprio come Bonnie & Clyde: lui ama i musical, e ha un’anima bella, ma se aggredito può squartare un avversario (poi si lamenta, “io non sono così, suono il violino”), lei è gentile e svanita, ma quando ha in mano una pistola è letale. Dalla rianimazione è uscita con una macchia sul viso che la rende un po’ simile al Joker (chissà se è un’idea di Batman/Bale…), smemorata ma in preda una furia vendicatrice femminista che ispira un movimento di imitatrici (con finta macchia) che si chiama Brain Attack, che vuole dire attacco cerebrale, ma potrebbe stare anche per un violento danno cerebrale. In un delirio di citazioni, dal secondo film di James Whale (La moglie di Frankenstein, Bride of Frankenstein, è del 1935) agli ululati della creatura di Frankenstein jr quando balla in frac, passando per una serie personaggi con nomi che vengono tutti dalla Hollywood degli horror, dei noir e dei musical, Maggie Gyllenhaal ha assemblato un frankenstein-movie fatto di pezzi di altri film e un manifesto femminista che potrebbe essere un “Mary Shelley Picture Show”. Visto che si parla di chirurgia, forse poteva tagliarlo un pochino, ma è comunque divertente. E conferma che i film di mostri ormai li fanno meglio le ragazze.





































