Vi proponiamo quattro lavori pubblicati da pochi giorni, che, pur diversissimi per estetica, provenienza, intenzione, sanno esplorare delle geografie emotive contemporanee quanto universali, mappe di un mondo che non esiste se non nell’istante in cui la musica lo fa emergere. Questi album propongono un jazz solido, che non cerca l’effetto immediato, ma la profondità, e hanno in comune la capacità di offrire sviluppi espressivi che chiedono di essere esplorati con lentezza, attenzione, disponibilità. Per questo dialogano magnificamente tra loro.

foto Zenodemar 

Fabio Sartori

Maqam (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

 In arabo la parola maqam significa “luogo o posizione” e traslata, in senso mistico, si riferisce a una “stazione” spirituale del sufismo, mentre musicalmente indica il sistema modale fondamentale della musica araba tradizionale, sia mediorientale che nordafricana. Questo complesso sistema melodico definisce note e intervalli (anche minimali), fino a tipici fraseggi e mood utilissimi a costruire un quadro emotivo per l’improvvisazione.

Questo riferimento del pianista Fabio Sartori, che ha registrato l’intero cd live in studio con il contributo degli affiatatissimi partner Marco Colonna al clarinetto basso e Cristiano Calcagnile alla batteria, definisce una sensibilità aperta e attenta, una volontà di ricerca e di contaminazione, una voglia di evocare il Mediterraneo e reinventarlo da dentro, come se ogni nota fosse un frammento di memoria ancestrale che riaffiora.

Il pianista romano sembra, con questo suo ottavo album da titolare o cotitolare, chiudere il cerchio di un viaggio nel mondo del suono che era partito, con il debutto Escher del 2010 (cofirmato con il fiatista Roberto Laneri), ricordando le geometrie impossibili del visionario artista olandese con linee sonore continuamente cangianti di segno e significato e arriva oggi a disegnare un orizzonte che è un approdo e un luogo di incontro, con la melodia che si muove come un viandante che attraversa città, deserti, porti, mercati. Due i lunghissimi brani che forgiano le tensioni fertili tra tradizione e modernità, improvvisazione e struttura, danza e meditazione, di un album certamente stimolante e da ascoltare con attenzione.

Igor Senderov

Verso la luce (Alfa Projects/Egea)

Voto: 7/8

Igor Senderov esordisce con questo cd, che “racchiude l’idea che l’unica vera strada è quella che conduce Verso la luce” e rappresenta il compimento del suo iter artistico tra Irkutsk, dove è nato, Mosca, dove ha iniziato gli studi musicali, e Roma, dove li ha completati al Saint Louis College of Music sotto la guida dell’ottimo Rosario Giuliani e dove ha incontrato i compagni di strada del suo quartetto.

Il sassofonista russo (predilige l’alto) costruisce un linguaggio che integra elementi della tradizione jazzistica statunitense, in particolare quella dell’area newyorchese, suggestioni modali e un uso molto consapevole della densità armonica. Il quartetto, con il pianista Giuseppe Sacchi e i ritmi Vincenzo Quirico al contrabbasso e il tedesco Daniel Besthorn alla batteria (della sua formazione Radiance, che ha esordito con il cd Emotions, fanno parte anche Senderov e Sacchi), diventa un laboratorio ideale per sviluppare il suo jazz elegante e attuale, prezioso e scorrevole, che utilizza la forma come processo evolutivo, non come rigido riferimento.

Dopo la breve intro, i sette brani, benché composti in periodi differenti, condividono una tensione comune, a cominciare dalla title track, che lascia subito spazio a un’espansione armonica progressiva, grazie anche al contributo dell’ospite Giuliani. Eretz disegna l’amore verso una “terra” (questo il significato del titolo in ebraico) dove la spiritualità non ha bisogno di proclami e True Or False vive dei contrasti di una pulsazione ritmica continuamente ridefinita. La ballata To Rachel, dedicata alla nonna, vibra di affetto e malinconia; Shivorot Navyvorot presenta un lavoro ritmico che apre al gioco e al sorriso, mentre Vesuvio utilizza un ostinato che funge da base per improvvisazioni dirette e incisive. Chiude Walking Around, brano di Giuliani, che è presente e si fa vettore di energia e di tensione espressiva.

foto di Dario Didscanno

Andrea Sabatino

Fatata (Encore Music)

Voto: 8

Per Andrea Sabatino la tromba è confessione, il jazz vita, e con Fatata firma il suo lavoro più maturo, che lo vede reduce da una forma tumorale al labbro inferiore che ha rischiato di porre fine alla carriera del musicista salentino, già ascoltato a fianco di personaggi come, tra gli altri, Dee Dee Bridgewater, Mario Biondi, Paolo Fresu, Raphael Gualazzi, Sergio Cammariere. In questo cd non cerca la spettacolarità e non segue le linee del bebop tanto amato nei precedenti lavori, ma racconta fragilità e amore per le figlie (che mette attorno a sé in copertina), desideri e malinconie, slanci verso nuovi orizzonti (anche elettronici alla maniera degli specialisti scandinavi del suo strumento) e introspezione.

La tromba di Sabatino è lirica, morbida, luminosa. Ha un modo di “cantare” che appartiene alla tradizione mediterranea del jazz, con melodie che sembrano emergere da un luogo intimo, quasi segreto, e volare. Il pianoforte e le tastiere di Claudio Filippini creano atmosfere sospese, quasi cinematografiche, aggiungono una malinconia che non è tristezza, ma consapevolezza, e una passione, che è coraggio e idee. I due ritmi, il basso elettrico di Antonio De Luise e la batteria di Dario Congedo, suggeriscono, insinuano, sorreggono.

Fatata è un diario emotivo ad ampio spettro, che conosce il funk e il rap di Fafa, gli echi mediorientali di Road To Nazareth e quelli beethoveniani di I Remenber Ludwig (con il violoncello dell’ospite Francesco Mariozzi), che omaggia il collega israeliano Avishai Cohen in For Avishai e il sassofonista americano Lou Marini, già con i Blues Brothers, di cui riprende la ballad errebì Starmaker, e che ama il pop della hit anni 90 di Desirée Life, impreziosita dalla voce dell’italo-algerina Badrya Razem.

foto di Fredrik Gille

 Björn Meyer

Convergence (ECM/Ducale)

Voto: 8/9

Convergence è una meditazione sul suono come spazio, sul basso elettrico come architettura, sul silenzio come materia viva, sulla poesia come canto. Il bassista svedese, preferisce lo strumento elettrico a sei corde, Björn Meyer, già noto per il suo lavoro con il collettivo minimalista Nik Bärtsch’s Ronin, propone un secondo album a suo nome, in cui si affida esclusivamente al suo strumento, registrato a sette anni di distanza dal precedente Provenance del 2017 e pubblicato in questi giorni.

Meyer compone tutti i brani e li elabora sfruttando il potenziale tecnico del basso per creare sonorità sorprendenti e texture granulose, ma sempre offrendoci un universo di suoni che sembra scolpito nel silenzio e che, come un organismo vivente, si erge e cammina sul lieve, intenso, luminoso evolvere di un canto antico che si espande come un paesaggio nordico. La sua Convergence chiede tempo, attenzione e disponibilità, per offrire, in cambio, profondità, bellezza, risonanza.

Un album intenso e sottile, che si muove in un ambito in cui i riflessi di libere improvvisazioni si decantano dentro sound ora appeso a chissà quali fili ora elegante e dandy, ora inquieto come un soriano costretto ad attraversare un’autostrada ora malinconico e mite. Una scrittura intelligente e ricca di input, che si sviluppa in contesti di diverso peso, sempre arditi melodicamente e armonicamente, nei quali il bassista trova, grazie alla purezza del gesto e alla verità del timbro (mai alla sola documentazione della propria abilità strumentale), la possibilità di costruire mondi con pochissimi elementi. Mondi umani e poetici.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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