Shōjin di Luca Dell’Anna, Introspection di Laerte Iandoli, Ima adesso di Giuseppe Bassi e N.O.P.E. di Pierpaolo Zenni rappresentano quattro modi di intendere il jazz oggi – come energia, come introspezione, come incontro, come volo – mettendo a confronto due quartetti di esordienti con due quartetti composti da musicisti di grande esperienza. Quattro visioni che, partendo da una medesima combinazione strumentale, la formazione piano-sax-basso-batteria, dimostrano quanto questo linguaggio sia ancora capace di reinventarsi e di parlare al presente senza tradire la propria storia. Lavori che, ognuno a modo suo, raccontano il jazz contemporaneo, che sa essere emotivo, narrativo, raffinato e sempre vivo.

da sinistra: Luca Colussi, Ryoma Mano, Alessandro Fedrigo, Luca Dell’Anna

Luca Dell’Anna

Shōjin (artesuono)

Voto: 7/8

 Il neocinquantenne Luca Dell’Anna firma un lavoro che in qualche modo “completa” la sua versatilità musicale, che lo ha visto attraversare i territori più sperimentali e avant garde con El Gallo Rojo e Improvvisatore Involontario, quelli del soul alternativo con il collettivo The Black Beat Movement, quelli del pop a fianco di Fabio Concato e poi il funk-fusion, il jazz latino, l’accompagnamento di cantanti e via dicendo. Shōjin, il suo quinto come leader, è un perfetto esempio di attuale mainstream jazz, di pulsante jazz metropolitano, ispirato al respiro un po’ affannato delle metropoli orientali e al concetto nipponico di “dedizione, crescita”, lo shōjin appunto, che evoca anche il processo di concentrazione costante, tipico della pratica zen.

Con i due compagni del suo trio, gli ottimi Alessandro Fedrigo al basso elettrico e Luca Colussi alla batteria, che già lo accompagnavano nel precedente, minimale Tactile del 2024, e con il giovane sassofonista giapponese Ryoma Mano, primo contralto della All Stars Big Band del Blue Note di Tokyo, Dell’Anna propone nove composizioni di suo pugno, che ricercano un’energia che non esplode, ma brucia viva e fiera, che si articolano in codici e linguaggi da tradurre con la propria sensibilità, che illudono di svelarsi con facilità eppure esigono un approfondimento e quasi una scelta morale prima ancora che estetica.

Dell’Anna ci offre la testimonianza essenziale di un jazz contemporaneo godibilissimo, che non ha bisogno di guardarsi indietro perché ha già distillato in sé le esperienze passate, che ci appare in collegamento evolutivo – ma mai “rivoluzionario” – con la grande storia della musica afroamericana, che ci rasserena con un virtuosismo che ha il fascino della precisione e insieme del rito, pur nel suo continuo fremere tra brevi cellule tematiche. Ascoltare la centrale Still Keepin’ It per credere immediatamente.

da sinistra: Giuseppe Bassi, Daniel Karlsson, Javier Girotto, Lorenzo Tucci

Giuseppe Bassi

Ima adesso (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

Il mainstream del jazz contemporaneo non è più il semplice post hard bop semplificato di qualche anno fa. Oggi i riferimenti del jazz attuale più riconoscibile come tale, “ortodosso” diremmo, sono molto più ampi e tecnicamente più evoluti. Se la fucina in perenne ebollizione espressiva di New York fa sempre da traino, sono spesso le proposte internazionali a renderlo più interessante e aperto. Suonare jazz mainstream oggi ad alto livello è molto più complesso e artisticamente soddisfacente di prima. E anche più godibile per il pubblico.

Questo quartetto di big, guidato dal contrabbassista pugliese Giuseppe Bassi, uno dei nostri jazzisti più impegnati a livello internazionale, ma cui contribuiscono – anche firmando vari brani – il formidabile sassofonista argentino (ma da decenni a Roma) Javier Girotto, impegnato anche al flauto andino, il raffinato pianista svedese Daniel Karlsson e il “succoso” batterista Lorenzo Tucci, ne propone una formulazione quanto mai accattivante e ricca, senza fretta, senza ansia di definizione. È musica è fatta di presenza, di ascolto reciproco, di quella maturità che riconcilia con la mente e con il cuore.

Ima adesso è un lavoro che ha il passo di chi ha attraversato molte tempeste e ora sa riconoscere il valore della quiete e sa far respirare ogni nota come fosse un frammento di vita reale. L’interplay tra i musicisti è determinante, i quattro si ascoltano, si lasciano spazio r si rispondono con pacata brillantezza, combinando esperienze, storie personali, idee istantanee in un flusso dove prevalgono i colori morbidi, le suggestioni rotonde e le inclinazioni cantabili. È un jazz che privilegia la relazione e sa lasciare nel sottinteso, pur avvertibile, la dimostrazione.

da sinistra: Laerte Iandoli, Antonio Fusco, Giuseppe Capriello, Lorenzo Paoletta

Laerte Iandoli

Introspection (Dodicilune/IRD)

Voto: 7/8

«Se è vero che ognuno suona ciò che è, Laerte, pur mantenendo il suo carattere da sempre esuberante, dimostra, attraverso le sue composizioni, di avere raggiunto una maturità musicale che parte dal rispetto della tradizione, troppo spesso dimenticata. Insieme ai giovani Giuseppe Capriello al sax e Lorenzo Paoletta al basso e al navigato Antonio Fusco alla batteria, tutti musicisti talentuosi ma rigorosi, il risultato è una musica viva, attuale e piacevole da ascoltare.» Parola di, scusate se è poco, Danilo Rea, uno dei nostri pianisti (ri)conosciuti a livello internazionale.

Questo Introspection, che è l’opera prima del pianista campano Laerte Iandoli, è un lavoro propositivo e brillante, con un titolo che mente: non si tratta mai di un solipsistico viaggio interiore, bensì di un disco che riflette e cerca, senza smarrirsi, un confronto con il passato del jazz e con la “scuola” che è stato per chi si è nutrito, ascoltandola e analizzandola, di questa musica affascinante. Il quartetto diventa un agile trampolino per lanciarsi, tra lirismo e groove, tra scrittura e improvvisazione, in una nuotata stimolante nel mare magnum del jazz attuale e non solo.

Le composizioni, tutte del pianista campano, a eccezione della delicata Palindrome e della Memories ricca di assolo, firmate da Paoletta, sono costruite con particolare attenzione alla forma – che ci dice anche della sua formazione classica, che gli è valsa dei premi – e scegliendo sempre il registro giusto per ogni atmosfera, con melodie a volte quasi cantabili (la fragile tessitura della title-track), a volte concitate e scattanti (l’iniziale Red Roses), a volte di ampio respiro (in Dark Soul, proposta in due versioni). È un album contemporaneo, ricco e interessante, che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la qualità delle nuove leve del nostro jazz.

da sinistra: Francesco Bigoni, Pietro Paris, Francesco De Tuoni, Pierpaolo Zenni

Pierpaolo Zenni

N.O.P.E. (Aut)

Voto: 8

N.O.P.E. è solo l’acronimo di nothing outstanding please exit (“niente di eccezionale, per favore esci”), ma vuole essere anche una dichiarazione che il pianista teatino trapiantato a Bologna Pierpaolo Zenni vuole lanciare come una sfida, che interroga e che mette in discussione. Registrato con un quartetto di spessore, con il direttore artistico e didattico di Siena Jazz Francesco Bigoni a sax tenore e clarinetto e con la solida ritmica formata da Pietro Paris al contrabbasso e Francesco De Tuoni alla batteria, l’album cerca le possibilità del jazz contemporaneo, spesso partendo dalla visita alle sue “rovine”, ai suoi santuari – si chiamino spiritual, hot jazz, free jazz o hip-hop – oppure Thelonious Monk, Andrew Hill e Charlie Haden, autori di brani che il quartetto rivisita.

Zenni rimette al centro il jazz, come fosse un’entità, quasi un essere umano, con le sue fragilità, le sue metamorfosi, i suoi ritorni. Tutte le track dell’albo – sia le cover, tra le quali segnaliamo anche il blues in apertura Dead And Gone, ripreso nella versione offerta da Bessie Jones, raccolta sul campo nel 1960 dal grande ricercatore Alan Lomax, sia quelle originali del leader – sono un una sfida coraggiosa, durante la quale gli schemi precostituiti si scontrano e si ridefiniscono e le letture possibili si intrecciano e confliggono. Il cortocircuito emotivo è continuo, passa dalla dedica al regista enigmatico David Lynch allo spiritual Acheetah e al deserto emotivo di No Other Land (ispirata all’omonimo documentario premio Oscar 2025) fuso con la hadeniana Silence affidata al solo sassofono in segno tributo alle recentissime vittime di guerra. E trova il suo apice nella conclusiva Hail To The Garbage, un’improvvisazione collettiva dalle dinamiche volutamente esagerate e quasi rumoristiche.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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