Da quella voce così nitida, limpida, sottile, emotiva, ci aspetteremmo canzoni altrettanto lineari, semplici, fini, lievi. E per certi versi le canzoni di Erica Boschiero lo sono, ma per molti altri sono un gesto, un respiro, un atto di fiducia nella possibilità che la musica possa ancora incidere sulla materia viva del presente. Sono forti, volonterose e vive, sicure che raccontare il mondo così com’è e diffonderne a molti le difficoltà e le bellezze non può che contribuire a ricrearlo migliore e più a misura d’uomo. Perché, come canta Erica, “fragile non è debole/ perché fragile è il tempo che abbiamo/ fragile non è debole/ perché fragile è quello che siamo”.
La cantautrice nata sulle Dolomiti e residente a Treviso, vincitrice di numerosi premi – dal D’Aponte al Lunezia, al Parodi – ed esibitasi in mezzo mondo, anche per associazioni quali FAO, Emergency, Legambiente, Amnesty International, e in contesti di assoluto prestigio, arriva al suo quinto album con un carico di umanità e di esperienze, ottenuto altresì grazie alle collaborazioni con artisti come Gino Paoli, Ron, Elena Ledda, Maria Pia De Vito, Gualtiero Bertelli e Liam O’Maonlai degli Hothouse Flowers tra gli altri. A quattro anni da Respira, album arrivato nella cinquina dei “nominati” per il Premio Tenco 2022, il nuovo Un posto sulla terra, edito da squi[libri], ne continua l’esperienza artistica, che fonda la sua poetica nella “difesa della natura risanata e per un’umanità finalmente al riparo dai suoi stessi errori”.
«Ho sentito il bisogno di raccontare un luogo che fosse insieme reale e immaginato, un posto dove l’umano potesse tornare a essere parte della Terra, non suo padrone», dichiara Boschiero. E in effetti, ogni brano sembra costruito come un piccolo ecosistema, dove parole e suoni convivono in perfetto equilibrio grazie alla voce musicale e insinuante e alle melodie distese e rassicuranti. Il canto di Erica è solo in apparenza descrittivo, in realtà ha il potere di “trasformare” e di “curare”: perché si impegna a farci guardare a fondo l’oggi attorno a noi, che sembra “evolversi tanto da distruggersi/ evolversi tanto/ da non reggersi in piedi/ evolversi tanto da perdersi” come sussurra Le stelle sono inquiete.

Pochi i musicisti coinvolti ad accompagnare la voce e la chitarra acustica della protagonista: Marco Siniscalco al basso, Luca Trolli alla batteria, Arnaldo Vacca alle percussioni e soprattutto i due produttori/arrangiatori, il chitarrista Tony Pujia e il tastierista Stefano Cenci. L’album si distende dall’iniziale title-track, con la sua immagine di speranza perché “c’è un posto sulla terra che somiglia a me/ la strada è quella, fidarsi e scegliere”, a Di ambra le ferite, che chiede di offrire di nuovo fiducia al futuro, che è scritto dai milioni di stelle che incendiano il buio (come canta nella successiva Il futuro). E ancora dalla magnifica Gli alberi hanno grandi orecchie che disegna la vulnerabilità come forza a Una cosa sola, una canzone d’amore insolita e toccante: «tu lo sai, siamo semi al vento/ quando arriva il tempo di volare via”. Infine dalle “parole d’ordine” Fragile non è debole – “perché fragile è quello che siamo” – e Non siamo isole – “ci siamo perduti, perduti e smarriti/ lontani dal sogno per noi” – alla conclusiva E torneranno i prati che vibra di ecologia poetica.
«Credo che la musica possa ancora essere uno spazio di ascolto profondo, dove ci si ferma, ci si guarda, ci si riconosce» afferma Boschiero, e la tensione etica così ben espressa, con quel tocco di ermetismo espressionistico che non guasta mai, in tutto il suo canzoniere lo dimostra. E lo dimostra l’adesione alla sua attività di realtà come NaturaSì, azienda pioniera dell’agricoltura ecologica e sostenibile, e di Almo Nature, che ha avviato la reintegration economy destinata a sostenere progetti per la salvaguardia della biodiversità.







































