In un panorama musicale sempre più dominato dalla perfezione digitale, Giuseppe Anastasi sceglie la strada opposta: rallentare, “imperfettire”, restituire respiro alle canzoni. Con oltre 200 brani firmati e collaborazioni che attraversano alcune delle voci più riconoscibili della musica italiana, Anastasi torna oggi al centro della scena con un progetto che è insieme scelta artistica e presa di posizione.
Canzoni senza click, in uscita il 20 marzo e anticipato dal singolo Titoli di coda, è molto più di un album: è un manifesto al saper prendersi del tempo. Nove tracce nate chitarra e voce, suonate senza metronomo, ma solo imperfezione umana e voglia di tornare a fare musica. Un lavoro intimo e al tempo stesso collettivo, che attraversa fragilità, amore e inquietudini contemporanee, cercando autenticità in un’epoca che spesso la sacrifica sull’altare della precisione tecnica .
Abbiamo incontrato Giuseppe Anastasi per farci raccontare questo ritorno essenziale, libero e profondamente umano, dove ogni nota sembra voler ricordare che, prima ancora di essere perfetta, la musica deve essere vera.

Nel tuo nuovo album hai scelto di eliminare il metronomo. È una scelta tecnica o espressiva?
«È una scelta di libertà. Quando scrivo per me stesso ho la possibilità di essere completamente libero, sia nei temi che nelle strutture. Eliminare il click significa lasciare che il tempo si rilassi, che non sia imposto ma vissuto. Oggi tutto corre troppo veloce, avevo bisogno del contrario.»
In un’epoca di musica perfetta e quantizzata, registrare senza metronomo significa anche accettare l’imperfezione?
«Assolutamente sì, ma parliamo di una sana imperfezione. Un piccolo rallentamento o una leggera accelerazione fanno parte della libertà. Se non è un errore evidente, quell’imperfezione è umana, ed è giusto che resti.»
Le canzoni sembrano legate da un filo esistenziale, quasi una ricerca di senso nel caos. È questo il cuore del disco?
«L’album attraversa diverse sfaccettature dell’esistenza. Parte da Alzati, che è un brano autobiografico, e si chiude con Titoli di coda, che rappresenta un po’ il bilancio di tutto il percorso. Al centro c’è la vita, con le sue difficoltà ma anche con le sue cose belle.»
Nel disco emergono anche riferimenti alla contemporaneità, tra guerre e tensioni globali. Quanto influisce il presente sulla tua scrittura?
«Oggi viviamo un bombardamento continuo di informazioni, soprattutto sui social. Rispetto al passato tutto è amplificato: notizie, paure, tensioni. Questo inevitabilmente entra nelle canzoni, perché fa parte del nostro quotidiano.»

In “Navigo a vista” la metafora della barca è molto forte. Da dove nasce questo brano?
«È nato dopo la tragedia di Cutro. Mi ha colpito profondamente. Non volevo fare una canzone politica, ma raccontare quella realtà attraverso una metafora: la barca diventa speranza. Nel brano è lei a raccontarsi, ed è proprio questo il senso: aggrapparsi alla speranza anche quando tutto sembra perduto.»
Dopo una carriera così lunga, cosa ti spinge ancora oggi a scrivere?
«Scrivere è parte della mia vita, non posso farne a meno. Quando scrivo per me provo un piacere enorme, una libertà totale. E quando arriva un momento di blocco, mi nutro: libri, cinema, arte. È da lì che riparte tutto.»





































