Tre musicisti italiani esplorano le possibilità del gruppo con cinque elementi, confrontandosi con la realtà contemporanea del jazz e con i suoi portati. Sono proposte che suonano fiere e vive in un’epoca in cui la musica sembra spesso ridotta a rumore di fondo per open space e algoritmi. Meneghini chiede di guardare la città senza filtri. Savino ti sbatte in faccia un’italianità che non puoi ridurre a meme. Zura segue un’urgenza che urla e sogna ancora dentro il jazz contemporaneo.

Nicola Meneghini Quintet

Nicola Meneghini

Metropolitan Views (Dodicilune/IRD)

Voto: 7/8

 Riportare la fusion e il jazz elettrico, con i loro stilemi, geometrie e suggestioni, nell’ambito del jazz acustico – pur mantenendo l’espressività tipica della tastiera elettrica e la pulsione del basso – sembra essere l’impegno del quintetto Synergika, fondato nel 2019 dal trombettista Nicola Meneghini. Proprio quel quintetto, completato da Fabio Pavan al sax tenore, Samuele Donadio al piano elettrico, Christian Guidolin al basso elettrico e Gabriele Grotto alla batteria, appare al completo in questo primo album a nome del leader.

Metropolitan Views è un viaggio dentro la città come organismo vivente, senza alcuna fascinazione da skyline, nessuna estetica da brochure turistica. Le tracce hanno l’intensità che circonda una vita sincronizzata con un semaforo che cambia, un tram che frena, un passante che impreca al telefono. Meneghini ne registra il fascino obliquo e palindromo, lo sintetizza in andamenti che giocano con le vibrazioni e che aprono le linee melodiche, con un senso di sospensione continua e con il ritmo interno di una pulsazione invisibile ai più.

Dalla Improvisation collettiva dal sapore cinematografico di apertura si passa alla Promenade in una città che respira, si illumina, vive, si contrae, si espande, come le coordinate di questo jazz. Giusy Theme è jazz attuale senza se e senza ma, mentre Suspense rallenta le emozioni immergendosi in un sentire notturno e sospeso en attendant quel Godot che non arriverà. Remember Chick è l’omaggio al maestro Corea e al suo migliore comporre, Solar Requiem mostra la capacità di osservazione del combo e la sua attenzione alle minime vibrazioni, Pavane Jazz rilegge in jazz “sorridente” la tipica danza aristocratica francese con un effetto quasi bandistico. Chiude New Piece, fotogramma rubato a un film che “canta” il nostro modo di attraversare le città senza più guardarci negli occhi.

Saverio Zura Quintet

 Saverio Zura

Headbanging (Barly)

Voto: 8

 Il quintetto del chitarrista sardo Saverio Zura si è formato un paio di anni fa a Bologna, dopo che il leader due anni prima aveva vinto il secondo riconoscimento come solista al prestigioso Premio Massimo Urbani. Headbanging è un lavoro che nasce da un’urgenza, che a volte sembra fisica e viscerale, altre evocativa e lunare, altre ancora tattile e sensoriale. Zura, che scrive gli otto brani, sa esattamente cosa vuole dire, e lo dice con una precisione e una lucidità che spiazza, soprattutto se si pensa che siamo di fronte a un album di debutto.

Il suo disegno espressivo, spesso elaborato con crescendo modali e con variazioni oblique, è quello di raccontare il tempo che abitiamo senza fingere che sia semplice, lineare, decifrabile. E lo fa con un jazz modernissimo e lontano dalle concitazioni, così come dalle ortodossie, con un jazz che non è revival né citazione, bensì un chiaro messaggio contro l’idea che sia un genere da museo, da playlist nostalgica. Bene lo aiutano gli efficaci partner Manuel Caliumi al sax alto, Filippo Galbiati al piano, Andrea Esperti al basso e Francesco Benizio alla batteria, cui si somma in due track la voce intensa di Ada Flocco.

L’iniziale Bloomhouse è già una definizione del progetto, con il suo andamento nervoso e progettuale, con la chitarra che si fa graffio e l’ensemble seta. Sentimento è altrettanto inquieta e piena di un sentire melodico raffinato quanto ondivago dettato da un sax quasi sordinato. La title-track scava nelle viscere e taglia come lama luccicante, scandita da ritmi implacabili e mobili e da voli fratturati e divaganti. Balai, così come la squisita e conclusiva In The Middle Of A Pathway, trova i vocalizzi e le parole lievi di un canto che è trama e tessuto del racconto lirico e notturno impostato dalla chitarra. Completano il quadro Punch, il brano più “jazzistico” e palpabile, Little Monkey, che sembra lieve e sussurrato ma scappa via dalle dita come una “piccola scimmia”, e Raindrops, un ottimo trampolino per le esibizioni live.

Sandro Savino Quintet

Sandro Savino

Italians Do It Better (Alfa Music/Egea)

Voto: 7/8

Il pianista materano Sandro Savino gioca con un titolo che è già un manifesto, un sorriso, una provocazione. Con il suo quintetto infatti si propone “programmaticamente” la rivisitazione di un repertorio di brani italiani ampiamente riconoscibili in versioni jazz, facendosi perfetto tramite tra versi e melodie conosciute e amate dal nostro “orecchio collettivo” e un mondo di matrice afroamericana ormai acquisito da tutti. La band, composta da Fabrizio Gaudino al flicorno, Gianfranco Menzella al sax tenore, Giampaolo Laurentaci al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria, gli è perfettamente funzionale in questa rielaborazione – e non solo, visto che il cd offre anche due brani inediti composti dal leader – con una sensibile affinità, che, grazie ad arrangiamenti che esaltano in maniera equilibrata le caratteristiche strumentali di tutti, offre un ascolto leggero e profondo, delicato e coinvolgente.

Italians Do It Better, titolo di evidente ironia, non è un esercizio di stile né un’operazione nostalgica, bensì si ascolta come un atto d’amore verso un’italianità cantautorale “alta” non solo per le liriche, ma anche musicalmente, e soprattutto come la fiera consapevolezza di un prezioso bagaglio culturale. Savino riprende delle pietre miliari, come La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè, Azzurro di Paolo Conte, Senza fine di Gino Paoli, E la chiamano estate di Bruno Martino e L’italiano di Toto Cutugno, le contorna (a eccezione dello standard internazionale del cantautore romano, famoso anche per aver “inventato” l’anti-tormentone con Odio l’estate) con “intro” e “impro” di suo pugno, che le illuminano con piccoli caleidoscopi a tema e con un lavoro giocato con classe sulla dinamica, alternando densità e rarefazione. Infine gli originali, Povero me e Aion, mostrano l’abilità compositiva del pianista, che sa essere a disposizione del collettivo e lo sa far muovere sia utilizzando la ricchezza delle armonie sia il respiro  assorto delle melodie.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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