Viale del tramonto
di Mauro Marchesini
collana I migliori film
della nostra vita
Gremese Editore
Anni 50. Uno sceneggiatore sfortunato, inseguito dai creditori perché non paga le rate dell’auto, si nasconde in una villa di Hollywood, al 10086 di Sunset Boulevard, viene scambiato per un becchino,
viene assunto e trasformato in gigolò da una diva maliarda per aggiustare un film tremendo e finisce malissimo: all’inizio della storia galleggia in una piscina a faccia in giù. Morto. Avete riconosciuto Viale del tramonto, capolavoro di Billy Wilder scritto con Charles Brackett. Per sapere cose che non avreste mai immaginato c’è un volumetto di Mauro Marchesini nella collana I migliori film della nostra vita di Gremese. Marchesini è una specie di anatomopatologo del cinema: ha messo il film sul tavolo dell’autopsia (ci sta: è raccontato in prima persona dal morto…) e pezzo a pezzo è andato a cercare da dove arriva ogni singola scena e perché e come e dove è stata girata. Non sono i soliti simpatici aneddoti: ci sono le varie origini di questa storia. In Europa, dal lavoro del giornalista scrittore, sceneggiatore e regista viennese Wilder. In America, ed è la storia dell’acqua che a Hollywood mancava e nelle piscine e nel cinema è stata portata attraverso il deserto di Mojave da un ingegnere che in molti film è omaggiato, William Mulholland (Lynch l’ha messo in un titolo). E ci sono gli indizi: per esempio la scrittura, che era la vera ossessione di Billy Wilder ( sulla lapide della sua tomba ha fatto mettere: “Sono uno scrittore ma nessuno è perfetto…). C’è la scrittura sfortunata dello sceneggiatore (Joe Gillis, il morto che parla, ovvero William Holden), c’è la scrittura rampante della sceneggiatrice che di Gillis si innamora (Betty, Nancy Olson), c’è la scrittura tremenda della diva del muto che per tornare a lavorare nel cinema sonoro ha immaginato un film senza dialoghi (Norma Desmond, la vera diva del muto Gloria Swanson). E c’è la scrittura (fatta di suggestioni) del maggiordomo Max Von Mayerling, schiavo ed ex marito della diva, interpretato da Eric Von Stroheim, che fu gigantesco regista ai tempi del muto e diresse davvero Gloria Swanson in La regina Kelly. Sembra un film di cinema sul cinema (lo è, forse il più bello), ma è anche un racconto horror. E in aggiunta ci sono due interviste impossibili: nel senso che Marchesini ha intervistato gli spettri di Von Stroheim e dello sceneggiatore Charles Brackett, compagno di scrittura di Wilder. Il che conferma che il tutto è un dramma, una commedia e davvero una storia di fantasmi.






































