Vi proponiamo tre dischi, tre estetiche, tre modi di affrontare la complessità del presente: Giorgio Albanese sospende il tempo per ascoltare ciò che resta, Mark Turner costruisce un’architettura sonora cameristica, Jack Mason riporta al centro il gesto, il corpo. Insieme, compongono un quadro ricco, sfaccettato, profondamente contemporaneo. Non solo raccontano un’epoca, quella del jazz odierno, la interrogano e ne comunicano le (immaginate) risposte.

Giorgio Albanese
When Time Slipped Away (Dodicilune/IRD)
Voto: 8
«Questo progetto nasce da un’esigenza autentica: trovare un suono che racchiuda le mie radici italiane e l’esperienza profonda vissuta negli Stati Uniti, che oggi sento come la mia seconda casa. La musica che ho scritto cerca un equilibrio tra melodie mediterranee, calde e viscerali, e un linguaggio jazzistico aperto, contemporaneo, capace di attraversare confini.» Così il fisarmonicista pugliese Giorgio Albanese, che dalla Puglia si è trasferito a Boston per laurearsi al prestigioso Berklee College of Music, presenta il suo secondo album, che segue il già eccellente Vento di maestrale.
Artista di grande tecnica strumentale – ha vinto numerosi premi – e di ispirata sensibilità – ha accompagnato numerosi leader in giro per il mondo, suonando in quasi 70 Paesi differenti -, si propone con una formazione allargata, che ha per base il suo quartetto, cui si sommano tre fiati e la voce e, in alcuni brani, anche alcuni ospiti. Accompagnatori internazionali, l’unico italiano è il contrabbassista Stefano Battaglia (solo omonimo del pianista milanese docente a Siena Jazz), mentre è statunitense il sassofonista Ethan Klotz, francese il trombonista Tino Erdos, sloveno il pianista Domas Zeromskas, israeliano il batterista Nitzan Bimbaum, spagnolo l’altro sassofonista Jaunito Saus e irlandese la cantante Mahya Hamedi.
In sette brani corposi, talvolta dal piglio quasi orchestrale, Albanese, che ne è anche autore, si confronta con quello che lascia il tempo che è volato via, mettendo quasi l’ascoltatore davanti allo specchio delle opportunità per chiedergli: «E tu, cosa stai lasciando scivolare via mentre fai finta di essere occupato?» E mentre ascolti queste costruzioni sonore di una rara ricchezza timbrica, questo policromo scorrere come fosse un film sul vissuto, questo jazz di un’attualità unica, che sa trarre spunti da melopee mediterranee, da rimandi elettronico-contemporanei, da sensibilità cosmopolite. Un jazz, organizzato con una cura gilevansiana, che resta addosso come un profumo che non sai identificare, eppure che è in grado di parlare del tempo non come concetto, ma come esperienza emotiva, come un personaggio che scivola, sfugge, ritorna, si nasconde tra le note.

Mark Turner
Patternmaster (ECM/Ducale)
Voto: 8/9
Sono trascorsi quattro anni da Return From The Stars, il suo precedente album, ma la registrazione risale all’aprile 2024, e Mark Turner, uno dei sassofonisti più influenti della sua generazione, quella degli attuali sessantenni, ritorna con un album che setta definitivamente lo standard altissimo del suo quartetto pianoless. Sono infatti gli stessi tre musicisti che lo accompagnavano nel 2022 ad accompagnarlo in questo Patternmaster. E la loro coesione è ancora più profonda: Jason Palmer alla tromba è il contraltare perfetto al tenore del leader, mentre il solido bassista Joe Martin e il giovane batterista Jonathan Pinson formano una sezione ritmica che interagisce, plasma, suggerisce.
Turner ci propone un jazz da camera che palpita con il cuore pulsante del bop, prendendo il titolo in prestito, come al solito, da un romanzo di fantascienza, stavolta firmato da Octavia Butler, e trasformandolo in una metafora musicale: il pattern (la sequenza ripetuta di note che definisce la coerenza di un brano) è il rifermento, indica la gerarchia e le possibilità di connessione. Il disco si muove proprio su questo crinale, dove, tra ordine e libertà, tra scrittura e improvvisazione, tra forma e intuizione, emerge il meticoloso equilibrio tra parti composte nel dettaglio e ampi spazi improvvisativi, con passaggi emozionanti e audaci, specie nelle interazioni tra sax e tromba, settori sorprendentemente delicati e orecchiabili, brillanti e vibranti esplosioni solistiche.
Patternmaster riesce a intrecciare post-bop, spiritualità e grafica compositiva con una lucidità rara. Lo chiariscono bene brani come l’iniziale title-track, che è un contrafact (una variazione su una struttura armonica preesistente) su Pinocchio di Wayne Shorter e suona fluido su un groove bossa appena accennato; come l’insinuante Trece Ocho che gioca tra momenti cameristici e momenti giocosi; come Lehman’s Lair, omaggio all’ex partner Steve Lehman dall’andamento volubile e virtuosistico. Così come le altre tre track, perfetti esempi di un jazz che pensa, sente, costruisce. Un jazz di sicura profondità emotiva, elaborato con una sensibilità che sfiora l’ascetismo musicale e capace di rendere futuribile l’odierna idea diffusa di jazz “ortodosso”.

Jake Mason Trio
The Modern Ark (Soul Messin’)
Voto: 8
Qualcuno ha definito “un soul-jazz rétro-futurista” lo stile del Jake Mason Trio, che con questo secondo album The Modern Ark ci regala una colonna sonora elegante, sincera, piena di calore. Una colonna sonora che non solo fa riferimento al passato, ai tempi gloriosi del soul jazz dei primi sixties e anche a quelli dell’acid jazz dei primi nineties, ovvero a periodi in cui l’organo Hammond B-3 (lo strumento di Mason) era il conduttore del sound, ma anche ai grandi interpreti della vocalità jazz e soprattutto alla volontà di stare nel tempo presente, e possibilmente anche in quello di domani. E lo fa proponendosi come un promemoria che non è necessario reinventare il linguaggio di questo jazz, perché questo modello espressivo continua a funzionare. E che la musica, quando è suonata così, non ha bisogno di altro per essere necessaria, perché definisce un luogo, un’atmosfera, un modo.
L’organista australiano, già noto per il suo lavoro con i Cookin’ On 3 Burners, guida il trio con un suono caldo, granuloso, pieno di singolarità meravigliose. Accanto a lui, James Sherlock alla chitarra e Danny Fischer alla batteria formano una sezione ritmica che preferisce conversare piuttosto che semplicemente accompagnare. E lo fa con una naturalezza che è frutto di anni di palchi condivisi, di chilometri macinati, di notti passate a cercare il groove giusto.
L’album allinea brani decisamente soul jazz (più alla Bill Doggett che alla Jimmy Smith) che però sanno evitare ogni nostalgia: non c’è museo, non c’è polvere, c’è decisamente vita in The Last Piece, in Danny’s Blues, in Green Pick, in Boogaloo Popcorn, brani che potrebbero durare dieci minuti e nessuno si lamenterebbe. A questi si sommano due track cantate, la title-track con Kurt Elling, un crooner contro il consumismo esasperato, e Stop Searching For Love”, una ballata luminosa che non scivola mai nel sentimentalismo con la voce di Kate Ceberano. Infine ci sono momenti più contemplativi, da lenti panorami cinematografici, come Virgin River e Here’s Your Change, dove il trio dipinge ad acquerello paesaggi da road movie, e altri di virtuosismo generale, come Sharks In The Paddock e Beyond Kavik, che esaltano la fisicità degli strumenti mentre il trio sembra dire «ci vediamo sul palco, amici!».






































