Se è vero che alla scomparsa di un uomo corrisponde una variazione, una deformazione o anche solo una lieve modificazione di energia, e se è vero che qualunque avvenimento di sottrazione si verifichi la quantità di energia del mondo intero rimane sempre e comunque la medesima, semplicemente trasformandosi, allora con la morte di Gino Paoli quella della canzone italiana ha subito una trasformazione degna di essere esplorata.

Non tesserò qui il necrologio di quello che è stato un compositore fine e incisivo per la storia del pensiero musicale italico.

Mi limiterò a concentrami sulla trasformazione di un’epoca in un’altra, un dato incontrovertibile e chiaro a partire proprio dal sostanziale cambiamento energetico ormai conclamato dalla scomparsa degli ultimi esponenti di una visione palpitante del mondo tramite lo strumento chirurgico della canzone.

La sostanza compositiva rappresentata dalla generazione di cui Paoli era un fiero esponente, giunge a compimento infatti con la dipartita di tutti loro. Diremmo, dell’ultimo di loro.

Paoli ne era consapevole.

Nel corso di una poco significativa intervista condotta da un signore che di mestiere fa il “giornalista” per conto di Rai Uno, la quale intervista avrebbe ingratamente finito anche per essere a quanto pare l’ultima intervista pubblica e ufficiale del grande autore genovese, l’intervistatore, assai più interessato alla presunta scabrosità del recondito significato del brano “Il cielo in una stanza” piuttosto che alla statura intellettuale del suo intervistato, Paoli insiste su un sentimento di isolamento dovuto alla morte di tutti i suoi compagni e coetanei, intendendo il deserto venutosi a creare come la fine di un’epoca. Era consapevole del fatto che vi sono cerniere della storia che chiudono capitoli, fungendo dunque da apertura per nuovi, non necessariamente migliori solo perché nuovi.

Da buon progressista realista, cinico e pragmatico, romantico irriducibile, l’uomo che in una sua canzone aveva affermato con soave candore che sarebbe probabilmente divenuto un ladro se non avesse avuto fortuna con la musica, e che poi nel suo discusso evolversi di carriera avrebbe preso parte attiva ad uno degli organismi più criticabili che si possano annoverare tra le “istituzioni” italiche, ovvero la Società Italiana degli Autori ed Editori (essendo Paoli uno dei pilastri stessi della rendita rappresentata dai diritti di autore anche solo con la sua immortale “Sapore di sale”), quest’uomo, lo stesso che era passato attraverso la tragica scomparsa di compagni di viaggio speciali quali Bindi e Tenco e che a sua volta aveva cercato di sollevare della propria presenza il mondo sparandosi un colpo di pistola al cuore, era consapevole del proprio valore e di quello della sua genie.

Ed è allora proprio la consapevolezza il tratto distintivo di una generazione che cede il passo a generazioni successive della canzone italiana che possiamo forse per la prima volta a buon diritto temere come più deludenti, meno incisive, o anche solo più disperse e appunto inconsapevoli di quella che sta svanendo o che si è probabilmente del tutto dissolta nell’aria col cambio di energia rappresentato dalla morte di Gino Paoli.

Personalmente, ho sentito accompagnare le mie prime riflessioni sulla canzone non solamente dall’innegabile composta giustezza dei suoi brani più celebri, il cui arrangiamento da solo valeva l’ascolto ed il pregio dell’opera stessa, bensì dalle strofe e dalle melodie dolorose di brani come “Ieri ho incontrato mia madre” o di “Il tuo viso di sole”, e più di tutte ancora della stratosferica “Sassi”.

Di fronte a brani di quella portata, non era sufficiente (auto)ritenersi degli innovatori della canzone o peggio venire eletti come protagonisti del nuovo in musica, se anche solo una di quelle bordate di contenuti e di forma potevano con una semplicità disarmante collocarsi tra le cose più necessarie e belle che fossero state scritte prima di noi.

Questa quieta evidenza, che oggi urla soavemente vendetta di fronte alla pornografia della produzione musicale attuale in genere (sarebbe ingiusto condannare in toto la canzone italiana, essendo essa sempre foriera di episodi di chiara dignità e importanza), non possiamo fare altro che concentrarci su un presente duro da scolpire, così come può apparire duro da affrontare già il semplice vialetto in salita di un cimitero da riattraversare al termine delle esequie di un padre.

Quando è il papà a lasciarci, e si rientra in solitudine in una casa che urla la sua mancanza, e ogni muro, ogni quadro, ogni fornello e ogni vetrata parlano sommessamente di nuova dura realtà da sopportare e da forgiare con strumenti di rinnovata gioia e coraggio, è allora che si comprende come tutta l’energia non cada, ma necessariamente la si deve trasformare.

Sassi che il mare ha consumato

sono le mie parole

d’amore per te.      Gino Paoli, Sassi

gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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