Lo straniero
di François Ozon
con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud.
“Oggi la mamma è morta”. Lo straniero di Camus, il romanzo, comincia così. Il film di Ozon parte con pellicole Gaumont sull’Algeri fine anni Trenta e le omaggia in uno splendido bianco e nero. L’impiegato Mersault (Benjamin Voisin) riceve il telegramma che gli annuncia la morte della madre, va al funerale, non piange, fuma, torna, inizia una storia d’amore in spiaggia con Marie (Rebecca Marder), vanno al cinema a vedere Fernandel, fanno l’amore. Poi, per una serie di coincidenze e per via della sua indifferenza per le norme Mersault diventa assassino. Un delitto gratuito, quasi inspiegabile (“ho ucciso un arabo” dice ai compagni di cella arabi…) peggiorato dalla sua strana inclinazione esistenziale: Mersault tace o dice quel che pensa, anche le cose sgradevoli, crede solo alla sincerità autolesionista, dice di non capire il senso dell’amore e soprattutto non ha pianto ai funerali della mamma. Questo è gravissimo gli occhi della giuria. Più che la legge lo condannano la società e il moralismo, perché Mersault è straniero (indifferente) agli arabi perché è francese (in una città coloniale dove la sala cinematografica è interdetta agli indigeni), all’amore perché non lo sente, a se stesso perché non tenta neppure di giustificarsi. Grido finale “Siamo tutti colpevoli, siamo tutti condannati!”. Diventò un manifesto dell’esistenzialismo. Nonostante Camus. Al cinema ci ha provato anche Visconti nel 1967. Voleva Delon, lo fece con Mastroianni.





































