Uno dei grandi registi del cinema espressionista tedesco che ha influenzato generazioni di cineasti
E’ una schiera di artisti formidabili quella che negli anni ’30 ha abbandonato la vecchia Europa per sfuggire al regime nazista e ai suoi orrori e raggiungere la terra californiana calda e accogliente, pronta a ricevere coloro che faranno grande Hollywood: Preminger, Murnau, Wilder, Lubitsch, Sternberg, la divina Marlene Dietrich, solo per citarne alcuni e naturalmente Fritz Lang. “E’ chiaro non è facile per nessuno arrivare al paradiso in America – ha raccontato in un’ intervista il mitico regista -, ma chi non si lascia scoraggiare da una dozzina di sconfitte e anche più, chi non perde la fiducia in se stesso al tredicesimo tentativo se non muore di fame nei primi cinque anni finisce per essere portato alla terra promessa sulle meravigliose strade asfaltate della California. Del resto non è la sorte solo degli uomini di cinema. Anche quella dei commercianti, o più esattamente degli speculatori di terreni. Perchè l’americano sa molto bene che cosa gli serve quando costruisce, con bella fiducia nell’ industria cinematografica, le celebri strade asfaltate nel deserto fino a trenta, quaranta chilometri nel deserto.”
Lang a metà degli anni Quaranta realizzerà alcuni tra i più bei film del periodo spesso incentrati sulle vittime di errori della società inventando un nuovo tipo di film poliziesco che avrà una grande influenza nel filone gangsteristico. Prima di diventare regista cinematografico, Fritz Lang (Vienna 1890 – Los Angeles 1976), è stato pittore e illustratore e instradato al cinema dal produttore Erich Pommer. Lavora prima in Germania dove realizza alcune pellicole di notevole importanza nella storia del cinema e della cultura europea fra le due guerre mondiali quali: I Nibelunghi (1924); Il dottor Mabuse (1922), capolavoro dell’espressionismo cinematografico tedesco; lo straordinario Metropolis (1926); M-Il mostro di Düsseldorf (1931), di altissimo valore drammatico. In Francia poi gira La leggenda di Liliom (1933).
Nel 1935 si trasferisce negli Stati Uniti, dove, pur restando fedele ai suoi temi (l’impotenza dell’individuo di fronte alla società; l’onnipotenza del destino), s’impossessa dei generi del cinema americano (film western, gangster movie, film di guerra e d’avventura, noir e polizieschi), dirigendo, tra gli altri, Furia (1936); La donna del ritratto (1944); Maschere e pugnali (1946); Rancho Notorious (1952); L’alibi era perfetto (1956). Tornato in Germania, vi realizza La tigre di Eschnapur (1959), Il sepolcro indiano (1960) e Il diabolico dottor Mabuse (1960), suo ultimo film da regista. Muore a Beverly-Hills, California, il 2 agosto 1976.
La rassegna della Cineteca Milano Arlecchino propone i film Il grande caldo (1953); La donna del ritratto (1944); La strada scarlatta (1945); Furia (1936); Sono innocente (1937); Quando la città dorme (1956); L’alibi era perfetto (1956) e Metropolis (1926), in versione restaurata che apre il ciclo mercoledì 8 aprile 2026, ore 21.00.







































