Il jazz porta l’improvvisazione, la tensione verso l’ignoto; il folk offre la terra, la voce collettiva, la storia che vibra nei gesti. La sperimentazione è il ponte che permette di alterare le forme, di contaminare i timbri, di far convivere le strumentazioni nuove e le voci antiche (e viceversa). Quando si incontrano, nasce una musica che non appartiene a nessuna epoca ma a tutte, un linguaggio che respira attualissimo ancora perché si reinventa ogni volta. È un atto di libertà culturale, un modo per dire che la tradizione non è un museo, ma un laboratorio. In questa miscela trovano la loro voce più autentica dei musicisti di cui presentiamo i nuovi album.

Ziad Trabelsi & Gabriele Coen
Dialoghi (Moonlight/IRD)
Voto: 8
Esponenti di punta in Italia rispettivamente della cultura musicale araba – il suonatore di oud, il tipico liuto a manico corto mediorientale, e cantante Ziad Trabelsi – e di quella ebraica – il sassofonista e clarinettista Gabriele Coen – esprimono in questo cd il senso dell’incontro. Entrambi impegnati da sempre nel combinare la loro formazione tradizionale con le istanze del jazz e della contemporaneità, realizzano un disco costruito come una conversazione intima, fatta di sguardi, di pause, di respiri condivisi. E celebrano l’incontro, la contaminazione, la permeabilità delle culture, che sono identità in movimento, non solo folklore museale.
L’oud possiede una presenza quasi tattile, una voce antica, ruvida, piena di sabbia e di vento. Il clarinetto mantiene una rotondità che evita ogni asprezza, capace di passare dal lamento alla danza con una naturalezza sorprendente. Il contrabbasso, quasi sempre presente nelle mani capaci di Marco Loddo, è leggermente arretrato per lasciare spazio al dialogo e al respiro di questa musica. E all’equilibrio delicatissimo che esprime, con frasi che ognuno elabora dall’ascolto dell’altro, nel suo percorrere un viaggio sonoro attraverso le tradizioni musicali del Mediterraneo, un incontro tra Oriente e Occidente, tra passato e presente.
Dodici i brani, tutti composti dai nostri in coppia o in solitudine, ad eccezione dello standard jazzistico Caravan di Duke Ellington, trattato con energetica attenzione, e del conclusivo traditional algerino Abdel Kader, reso famoso dalla ripresa di Khaled del 1993. Insieme sviluppano l’idea semplice e radicale di considerare la musica come spazio condiviso, come luogo dove due identità, che molti si ostinano a considerare in opposizione, possono incontrarsi senza annullarsi. E insieme confrontarsi con l’improvvisazione jazzistica, le miscele world, l’intensità del blues e perfino certa visionarietà ambient (con il contributo della sei corde elettrica di Emanuele Bultrini) in Sussurri. Sempre sfoderando la saggia cura artigianale del dettaglio che il migliore suono cameristico impone.

Eden Inverted Collective
Atlantidei (Caligola)
Voto: 8
Atlantidei è l’album di debutto dell’Eden Inverted Collective (EIC), un originale quintetto composto da quattro giovani percussionisti classici e dalla brava clarinettista jazz Zoe Pia, che in questo progetto suona anche le tradizionali canne a fiato launeddas e le elettroniche. Ispirato dalla mostra Post-Eden degli artisti Luca Zarattini e Denis Riva – autori anche della copertina del disco – il progetto esplora il rapporto tra l’uomo e la natura.
Questo la definizione “ufficiale” del progetto, ma, ascoltando il cd, si ha progressivamente l’impressione che Pia, cui si devono tutte le composizioni, stia tentando un gesto più radicale del già non semplice proporre jazz di sperimentazione, stia tentando fondere un immaginario (quello del mito di Atlantide, il continente che la leggenda vuole sommerso tra Africa e America) e una verità (quella di un’antica terra di nuraghe e templi d’acqua, di tombe e statue di giganti) in un flusso sonoro che non appartiene né al passato né al futuro, ma a una zona liminale dove la memoria si fa terra immersa nell’acqua e quella terra si fa voce.
Se i titoli degli otto brani si ispirano alla mappa immaginaria di Atlantide disegnata nel Seicento dallo studioso Athanasius Kircher, l’album nasce da una circumnavigazione della costa sud-occidentale della Sardegna, isola che studiosi più attendibili hanno identificato con la mitica terra narrata per primo dal filosofo greco Platone. Così la musica possiede una sorta di stratificazione più geologica che estetica tra classica contemporanea e musica ambient visionaria, jazz nervoso e world music d’avanguardia, combinando le percussioni, il cui sapore arcaico agisce su geometrie e invenzioni innovative, le ance libere e mediterranee, le elettroniche descrittive e ambientali.
A brani riflessivi come Hispania e Atlanticus, saggi di grande raffinatezza come l’iniziale Oceanus e Insula Atlantis, episodi più intensi come la “sommersa” Atlantis Nesos e la ritmata title-track, si somma l’invocazione di America, con Nicola Ciccarelli che ricorda il pacifismo dei nativi irochesi a fronte della cultura della sopraffazione dei politici di oggi.

Judith Berkson
TheeTheyThy (ECM/Ducale)
Voto: 8
«Considero i brani di questa registrazione come una naturale estensione del mio lavoro da solista», afferma Judith Berkson, accreditata finora di altri quattro lavori come titolare e uno eponimo del 2024 con il quartetto Moons, che esplorano i lieder classici, la composizione contemporanea, i canti , i canti yiddish e gli standard jazz. «L’idea è quella di canzoni piuttosto intime e personali, influenzate dal jazz con sprazzi di improvvisazione, ma che attingono anche alle tradizioni della canzone e dell’avanguardia nel loro materiale armonico e melodico, abbracciando elementi di minimalismo e persino di arte concettuale.»
Anzi con TheeTheyThy, Berkson compie un gesto che osa mettere in crisi ogni forma, la forma-canzone, la forma-voce, la forma-identità, senza fermarsi alla provocazione – che rimane comunque insita, seppure camuffata, in questo sviluppo espressivo –per arrivare al di là, al contenuto, che si distende a brano a brano come una ricerca spirituale, quasi liturgica. La cantante e pianista (ama anche la fisarmonica, che però qui non utilizza) compone tutti i brani in un patchwork che unisce autentiche preghiere dematerializzate, canzoni dall’andamento lieve e inatteso, sperimentazione vocale e strumentale, improvvisazioni pianistiche e altro ancora. La struttura dei brani è volutamente instabile, senza un centro di riferimento, senza un punto di arrivo, senza un autentico climax, piena com’è di traiettorie, spirali, ritorni, deviazioni.
Assieme a Berkson sono due autentici giganti, il batterista Gerald Cleaver e il contrabbassista Trevor Dunn, ma il connubio al classico trio jazz è talmente aleatorio – pur se la leader e compositrice di tutti i brani (a eccezione dello snodo centrale alla sola batteria Cleav) dichiara di averlo avuto come ispirazione – da ascoltarsi quasi solo nell’improvvisazione istantanea Slowly Walk Into It. Il resto del cd sfida ogni classificazione, oscillando tra minimalismo vocale, canto devozionale, sperimentazione microtonale, parodia dello scat e intenzione radicale. Così ciò che colpisce davvero è la coerenza emotiva del progetto, che, nonostante la complessità, mantiene una tensione interna che non si spezza mai e un senso di bellezza che non si lascia afferrare. È come seguire un sottilissimo filo di Arianna attraverso il labirinto del suono/rumore quotidiano: non sai dove ti porterà, ma senti che non si interromperà.







































