Ci crede proprio Mario Biondi a questo Prova d’autore, suo primo album con testi completamente in italiano. Tanto da aver già programmato un tour colossale che partirà dal Teatro San Domenico di Crema il prossimo 3 maggio per concludersi l’1 dicembre al Teatro Comunale di Sassari. Attraverserà tutta la penisola, prima nei teatri fino al 21 maggio (a Catania), poi nelle arene estive dal 20 giugno (al Musicastelle vicino Aosta) fino al 20 agosto (alla Versiliana a Forte dei Marmi), per riprendere nei teatri dal 1 novembre (a Trento). E non solo, perché come sempre – Biondi è una sorta di recordman per essersi esibito in oltre 50 Paesi al mondo – affiancherà a queste date una decina di show all’estero, in Ungheria, Albania, Francia, Inghilterra, Scozia, Austria, Svizzera e Croazia.

«Mi ci sono voluti più di 25 anni per arrivare a questo risultato», ci dice l’artista che è stato spesso definito il Barry White italiano per la sua voce calda e profonda e per il suo pop-soul jazzato. «La canzone Un cuore che non dà l’ho scritta nei primi anni Duemila e le altre si sono accumulate nel tempo. Eppure quello che ho cercato di più è la naturalezza, una delle caratteristiche che ricerco sempre. Ho preferito evitare tutte le ricerche di una sonorità, tipo quella all’americana che era in voga una volta, perché ogni canzone avesse il suo suono, quello che mi dettava senza aggiungere intro, outro oppure bridge. Non sono proprio capace di mettere in pratica troppe tattiche o schemi di gioco. quando scrivo e suono mi piace ragionare di pancia, non mi attengo a regole come non ho mai fatto nella mia vita.»

Infatti tra i 20 brani di Prova d’autore ce ne sono da 1 minuto e 50, da 7 minuti, da 2 e mezzo. Danno subito l’idea di un impegno a tutto tondo, senza concessioni, e in effetti i brani scorrono come un fiume, a volte maestoso e solare, a volte zampillante e divertito, a volte pensoso e frondoso, con infinite sfaccettature. Ci sono brani di spoken word, di pop aperto e discorsivo e di soul emozionale, canzoni che avrebbe potuto cantare Renato Zero («gli ho proposto Questa sera, ma poi ho deciso di farla io»), altre più sperimentali come Ancorarsi ancora e Cielo stellato («l’avevo proposta a Carlo Conti per Sanremo, ma non l’ha presa: peccato perché sarebbe stato un ottimo trampolino per l’album») oppure molto elaborate come Mi fai sentire, che da moderna si evolve classica e finisce con un campione vocale.

«Ho investito tanto tempo, tanto amore e tanta passione per questo lavoro. È una prova molto importante per me, che ho voluto ponderare per bene, con molto tempo dedicato ai dettagli, senza la fretta che a volte di fa velocizzare un po’ di più la scrittura o la realizzazione. Non ho voluto legarmi a una tempistica precisa, perché così mi sono potuto permettere di lavorare un brano per mesi, cosa desueta ormai.»

Perché proprio adesso un cd in italiano?

«Perché i tempi erano maturi e i brani pronti, inoltre abbiamo colto la palla al balzo dei 20 anni dal grande successo di Handful Of Soul (il suo cd di debutto, arrivato al numero uno in classifica, così come i successivi Sun del 2013 e Beyond del 2015, ndr.) per dare il giusto risalto a un progetto che mi ha richiesto tanti anni.»

Ci sono vari brani che parlano dell’amore per i figli, del resto ne hai dieci. Non è che vuoi arrivare al numero fatidico della squadra di calcio?

«Mia moglie mi butterebbe fuori di casa, però ho adottato la fidanzata di un figlio. Comunque sì, tutto il progetto è pieno dell’energia che mi comunicano, anche quella negativa. Oggi nessuno vorrebbe più farne. Con queste guerre sulla schiena ormai è molto difficile. Non credo ci voglia incoscienza però, bensì tanta coscienza, stando attenti ai campanelli d’allarme, avendo presente questa realtà così problematica.»

foto di Mattia Poppa

C’è anche una canzone particolarmente polemica come Tira sassi…

« Non voglio essere polemico, ma schietto e diretto sì. E voglio affermare che le critiche vanno accettate, fanno parte del percorso di tutti. Sto maturando, mi arrabbio sempre di meno e cerco di esser più costruttivo. Anche quando si incontra la cattiveria o l’accanimento e ti tirano “sassi”, con quei sassi io costruisco una casa. Persino dalle offese cerco di far crescere frutti da condividere con gli altri.»

Cosa ti aspetti dal live sia nei teatri che all’aperto?

«Il live è essenziale per me, anche se ho lavorato a lungo come arrangiatore e produttore conto terzi. Da bambino lavoravo al teatro Massimo di Catania, il teatro mi ha sempre pervaso l’anima e mi è piaciuto tantissimo. All’aperto abbiamo avuto la fortuna di frequentare teatri antichi greci, che hanno anche più fascino di quelli al chiuso. In tour sarò accompagnato anche dall’ottimo pianista jazz Antonio Faraò, un talento incredibile e una persona con un’umanità profonda. Per me è fondamentale vedere l’essere umano che sta dietro lo strumento.»

Suonerete soprattutto i nuovi brani?

«È il ventennale di Handful Of Soul per cui presenterò le canzoni antiche, contenute in vari cd, che fanno parte del mio percorso. In questi iter inserirò e rimonterò alcuni brani del nuovo progetto in italiano, anche per valutare la forza che potrebbero avere nel tempo e capire come reagisce il pubblico.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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