Oggi viviamo un po’ il momento in cui il jazz italiano ha bisogno di ricordarsi chi è, da dove viene e dove potrebbe ancora andare. Vi proponiamo perciò quattro album, che non sono necessariamente lavori “importanti” nel senso accademico del termine, né offrono ad alta voce la loro presenza con trovate concettuali o estetiche, ma sono lavori che ci presentano la versione nostra della musica afroamericana, una versione che non ha bisogno di gridare per esistere, perché trova la sua forza nella misura, nella cura, nella capacità di trasformare l’intimità in linguaggio condiviso. Lavori che, pur nella distanza stilistica, si insinuano, respirano e si prendono il tempo di costruire un mondo.

Il trio Filippini, Tucci, Ferrazza

Lorenzo Tucci

Love Songs From Abruzzo (Via Veneto Jazz)

Voto: 7/8

Lorenzo Tucci è un batterista storico del nostro jazz, attivo da oltre trent’anni, ha collaborato anche con big stranieri come Chet Baker, Kenny Wheeler e Dave Liebman, oltre a buona parte di quelli nostrani. Inoltre vanta una decina di album da titolare, cui si somma questo “ritorno al futuro” che riparte dalle sue origini teatine e da una serie di melodie della tradizione popolare abruzzese, tra cui le celebrate Vola vola vola, Paese me, Tutte le funtanelle e Mare nostre. Precisiamo subito però che la sua operazione di recupero non attiene alla categoria del folk jazz o della world music, bensì in una rielaborazione elegante e delicata per trio jazz, con il piano di Claudio Filippini e il contrabbasso di Jacopo Ferrazza, protagonisti della scena romana.

Love Songs From Abruzzo non si limita a raccogliere canti d’amore (e anche danze, ninne nanne, canti di lavoro) abruzzesi e riproporli, ce ne offre la riproposizione attiva e rispettosa, rielaborata dopo un lungo ascolto da dentro, una sedimentazione affettuosa. La delicatezza di tutto il lavoro che non è timidezza, è rispetto e attenzione per l’evoluzione melodica degli otto brani, che vengono elaborati come spazi di risonanza più che di nostalgia.

Il trio si muove con perfetto interplay, dando spazio a sinuose improvvisazioni e ad arrangiamenti ortodossi, nell’ottica di un attuale new mainstream. Filippini è il fulcro dell’opera e possiede una capacità di modulare il fraseggio come se stesse camminando su un sentiero di montagna, ogni passo è misurato, mai rigido, per scoprire dietro ogni curva un invito a rallentare, a guardare meglio. I ritmi non si limitano ad accompagnarlo, lo sostengono e insieme lo lasciano respirare. Così ogni canto della tradizione e del ricordo diventa una piccola architettura acustica costruita per far risuonare un’emozione, senza sovrastrutture e quasi neppure decori. Solo spazio, aria, risonanza.

Mattia Zanlorenzi trio

Mattia Zanlorenzi

Wanderlust (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

Ci sono dischi che non si limitano a riempire lo spazio sonoro, ma sembrano aprire una porta su un altrove. Wanderlust appartiene a questa preziosa categoria. Il debuttante batterista Mattia Zanlorenzi declina la sua “voglia di viaggiare” (questa la traduzione del titolo) in una forma interiore, lenta, quasi meditativa, eppure anche nomade, irrequieta, piena di fughe. Il suo strumento – in trio con Claudio Lodati, chitarrista e maneggiatore di elettroniche, e con Danilo Gallo, bassista eclettico – è una sorta di bussola emotiva che registra le variazioni di un paesaggio espressivo variegato che non ha paura del silenzio.

Il riferimento del Nostro, sul quale ha scritto anche due tesi per i suoi diplomi in conservatorio, è il collega americano Paul Motian, di cui ricordiamo – nella carriera in proprio – l’attenzione alla poetica della narrazione e al subconscio della musica. Così la Wanderlust del musicista piemontese è intervallata, quasi in un confronto speculare, dalle composizioni (quelle di numero pari delle 9 in tutto) del batterista che ci ha lasciato ormai tre lustri addietro. Il sound delicato e magicamente sospeso che ne deriva sviluppa con estrema naturalezza un mix di cool, tenue psichedelia, sensazioni scandinave e moderate escursioni free.

«Una musica coraggiosa perché intimamente provocatoria, fatta di albe cosmiche, fluidi sonori e vitamine ritmiche», come scrive Davide Ielmini nelle note di copertina. Ci sono momenti di sospensione, quasi meditativi, in cui il suono sembra galleggiare, e ci sono improvvise accelerazioni, come se qualcosa dentro Zanlorenzi avesse bisogno di dire, di dichiarare, di affermare. E tutto avviene con una misura rara, con una cura del timbro e un’attenzione allo spazio che sorprendono. E ancora questa “voglia di viaggiare” che possiede anche una qualità cinematografica si risolve in un invito a rallentare, a lasciarsi attraversare dal suono e dagli eventi, a riconoscere che il movimento non è sempre spostamento.

Paolo Tomelleri ed Elena Andreoli

Elena Andreoli & Paolo Tomelleri

Beautiful Love

Voto: 7/8

È un album di standard, ovvero di brani della storia del jazz che sono stati ripresi da molti negli anni, però… «Beautiful Love non vuole essere solo un omaggio al passato, ma anche il manifesto di un jazz contemporaneo, fresco e potente. Abbiamo rielaborato il jazz e lo swing degli anni Venti e Trenta con energia e libertà, pur nel rispetto della tradizione. Nella scelta dei brani che compongono il mio album d’esordio e che propongo nei live ho privilegiato gli standard meno conosciuti e meno sfruttati, dando particolare importanza alle parole delle canzoni». Così afferma la cantante (e attrice) Elena Andreoli, che per il suo debutto ha voluto al fianco il clarinettista più noto del nostro panorama, ovvero Paolo Tomelleri, che è anche sassofonista e da anni propone jazz persino con un’orchestra a suo nome.

I due tornano ai brani del periodo dello swing, più o meno il primo quarto del XX secolo – nove: da Blue Skies di Irving Berlin a I Don’t Mean A Thing di Duke Ellington, da On The Sunny Side Of The Street di Jimmy McHugh a Frim Fram Sauce, resa famosa da Nat King Cole, da (in una versione minimale con voce, clarino e ukulele) Ain’t She Sweet, rifatta persino dai Beatles, a Whispering, finita anche nelle mani di Miles Davis – per rimetterli in circolo con passo leggero, quasi senza pretese se non quella di valorizzare la vocalità sinuosa di lei. Scelta che permette di arrivare più a fondo nel cuore di quel sound, senza la sterile pretesa di reinventare, bensì con una naturalezza che è una scelta di campo: pochi virtuosismi, niente sovrastrutture, un filo elegante di modernità.

Andreoli canta come chi conosce il peso delle parole e ricorda certe interpreti dei sixties, mentre a Tomelleri basta un attacco di clarinetto per farci capire la sua ricca identità. Gli accompagnatori – Stefano Pennini al piano, Davide Parisi alla chitarra, Raffaele Romano al contrabbasso e Alberto Traverso alla batteria – costruiscono un terreno morbido su cui voce e clarinetto possono dialogare come due attori che si conoscono da sempre.

Enrico Ghelardi Shanti Project

Enrico Ghelardi

Shanti Project (Alfa Music/Egea)

Voto: 8

Il 72enne sassofonista pisano, ma romano di adozione, il Tony Scott del nostro jazz, insegnante di yoga e studioso di spiritualità orientale, arriva al nono esito da leader e al terzo con il quartetto Enrico Ghelardi Shanti Project – nome che stavolta divide per indicare il leader e il titolo dell’albo – che vede coinvolti tre vecchi pard del precedente Enrico Ghelardi Boptet: il pianista Pierpaolo Principato, il contrabbassista Stefano Cantarano e il batterista Massimiliano De Luca. Al loro contributo si somma quello determinante della cantante Barbara Eramo, i cui vocalizzi hanno il senso della riconnessione tra il sé e l’infinito, tra l’io e la natura attorno, fondendosi e integrandosi con i suoni, scaldandoli, sospingendoli.

Shanti è una parola sanscrita che indica uno stato di assoluta pace interiore e di tersa imperturbabilità, equilibrio, moderazione, serenità nel qui e ora. Riprogettarne oggi i contenuti attraverso il jazz è operazione rischiosa e che abbisogna di una logica interna, di una coerenza organica, tutt’altro che rigida. Ghelardi, alla cui penna si devono tutte e otto le track, lo fa con un cd che ha una dimensione per certi versi contemplativa, ma profondamente radicata nella materia del jazz, nella sua capacità di trasformare il respiro in ritmo, la quiete in movimento, la ricerca interiore in gesto sonoro. Un album che ha il sapore di un new mainstream capace di coniugarsi con lo smoooth jazz o addirittura con il fugace happy jazz dei nineties (quando la post-fusion acustica incontrava la new age), di un flusso che si apre e si richiude come pensieri che si formano in tempo reale, senza mai scivolare nel caos.

Ascoltarlo è come osservare un fiume, che sembra libero, eppure segue un corso preciso verso un senso di pace e spesso di più, di amore. Perché, come ci insegna il poeta indiano Rabindranath Tagore, «l’amore è il significato ultimo di tutto quello che ci circonda. Non è solo una sensazione, è la verità, è la gioia che è la fonte di tutta la creazione».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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