La donna più ricca del mondo
di Thierry Klifa
con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Marina Foïs, Raphaël Personnaz, André Marcon
Marianne Farrère è l’erede di un impero della cosmetica ed è sposata a un ex collaborazionista di Vichy riciclatosi nella politica francese. È considerata (nel 2009) la donna più ricca del mondo e la cifra stilistica che adotta Isabelle Huppert per interpretare tutta questa ricchezza è l’utilizzo di due espressioni base: una neutra quasi svagata e una apparantemente più felice, ma sempre ai bordi dell’insensibilità. Perché -dicono i protagonisti- i veri ricchi si addestrano in gioventù a non parlare di soldi e a non stupirsi di cifre che i comuni mortali non saprebbero neppure scrivere in un assegno. Il fotografo gay e cialtrone Pierre – Alain Fantin (Lafitte) gran venditore di fumo, in teoria fa innamorare questa algida statua della ricchezza al punto che lei gli dona pezzo a pezzo (assegno dopo assegno) parte del suo tesoro fino a un miliardo di euro: non andrà in povertà (magari verso la follia) ma a quel punto la figlia interviene per fermare l’emoraggia e portare il ciarlatano in tribunale, dove viene condannato grazie alle registrazioni di un maggiordomo fedele, che in teoria, alla fine di questa storia è l’unico che resta -diciamo così- povero. La storia (vera) mascherata sotto nomi falsi è quella dello scandalo Bettencourt, insomma, l’Oreal de Paris. I sottotesti di questa vicenda (molto interessanti: fascismo, antisemitismo, ebraismo, manipolazione politica, plagio e follia) probabilmente preoccupano di più il pubblico francese, anche perché era coinvolto il ministero del tesoro. Lo spettatore maligno pensa alla continuazione di un noto slogan pubblicitario con altri mezzi.





































