Il 24 aprile è in uscita Passi piano piano, il nuovo singolo di Fabio Poli, cantautore veneto, da sempre in equilibrio tra rock e scrittura emotiva.
Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali, accompagnato da un videoclip ufficiale.
Passi piano piano è una ballata urbana, notturna, sospesa tra malinconia e desiderio, dove la pioggia diventa metafora del tempo che scorre e degli amori che passano senza salutare, nell’incedere di una vita che, inesorabilmente, “passa piano piano”.
Il testo gioca su immagini semplici ma incisive: relazioni consumate, fragilità esposte, e quella distanza sottile che resta anche quando si è vicini.
Il brano si sviluppa su un arrangiamento pop evocativo in bilico tra suoni acustici ed elettronica, curato da Paolo Zambon, che accompagna la voce con delicatezza e profondità, lasciando spazio al racconto. La produzione mantiene un’identità sonora coerente con il percorso artistico del cantautore, ma con una sensibilità contemporanea.
“Passi piano piano” rappresenta un nuovo capitolo di questo percorso: una canzone che non cerca effetti speciali, ma si affida alla verità delle emozioni.
Fabio Poli racconta Passi piano piano: l’intervista
Nel brano c’è un verso molto evocativo: “Nella pioggia che cade passano le estati”. Sembra quasi una fotografia o il frame di un film. Che tipo di suggestione volevi trasmettere con questa immagine?
«“Nella pioggia che cade passano le estati”, è un’idea cinematografica, più sensoriale che narrativa. Ho pensato alla scena finale del film Sapore di mare, una sovrapposizione di tempi emotivi che mette insieme due contrari, come se il ricordo dell’estate non fosse mai davvero finito, ma continuasse a scorrere dentro un presente malinconico.
L’estate non è solo un luogo o una stagione, ma una memoria che resta addosso e quell’immagine finale non chiude davvero, sospende».
Il titolo “Passi piano piano” suggerisce una delicatezza che però sembra nascondere una consapevolezza più profonda. Si riferisce al modo in cui qualcuno se ne va o c’è dell’altro dietro questo movimento lento?
«Passi piano piano non è tanto il modo in cui l’altra persona esce di scena, ma rappresenta lo scorrere della vita stessa, il modo in cui il tempo attraversa tutto senza fare rumore.
Dentro il testo ho lasciato vari indizi: “passano gli amori senza salutarti”, “passano le estati”, “passa la malinconia”, una progressione dove, alla fine, resta il movimento puro del tempo».
Nel brano si respira un’aria di rassegnazione, ma non necessariamente negativa. È una canzone che parla di un addio definitivo o di qualcos’altro?
«Non c’è un addio nella canzone, c’è solo un allontanarsi lento, il modo in cui certe persone escono dalla tua vita senza far rumore. Anche se capisci tutto, non puoi farci niente. Qualcuno ‘passa’ e tu resti fermo».
C’è una frase molto curiosa e specifica nel testo: “A carte vinci te”. Nasce da un momento di vita vissuta o è una metafora del rapporto di coppia?
«”A carte vinci te” nasce da una discussione vera. Una sera una mia amica mi invitò in un locale padovano pieno di hipster dove si giocava a domino e si beveva sangria. Francamente, non so come mi convinse. Lei era imbattibile nei giochi… ma in amore perdeva quanto me».
Parlando di “morsi di vecchi amanti”, sembri descrivere qualcosa che resta impresso fisicamente. Come si convive con questi segni del passato secondo la filosofia della canzone?
«I morsi di vecchi amanti ce li portiamo addosso, assieme ai desideri irrisolti. O te ne liberi, li superi o li esaudisci, o ti restano dentro. E da lì non esci più».
L’arrangiamento del brano è un pop moderno che però sembra pescare dal passato.
«Musicalmente abbiamo portato avanti questo gioco di rimandi al pop nostalgico dove ci puoi trovare qualcosa del Lucio Battisti di Con il nastro rosa, Alan Parson, Delta V che, detti così, non c’entrano niente l’uno con l’altro, ma, ben dosati, hanno un loro un perchè, fusi in un sound moderno. Il solo finale è ispirato a Corrado Rustici che arrangiò Diamante. Considera che la mia prima versione chitarra e voce era una specie di bossanova, per cui, un bel casino poi, far quadrare tutto, ma il pop moderno è principalmente sottrazione, noi cresciuti musicalmente negli anni ’90 delle superproduzioni, ci abbiamo messo un po’ a capirlo».
Il videoclip
Girato a Fiesso d’Artico (VE) e diretto da Sara Banzato, racconta il fluire della vita come se fosse un percorso tra viali, boschi e argini della Riviera del Brenta. Il protagonista attraversa questi luoghi passando oltre fotografie che rappresentano le fasi della sua esistenza, ricordi che lentamente sbiadiscono nel tempo, mentre cerca qualcosa che ancora non esiste: il futuro.
In linea con il sound del brano, il video unisce elementi vintage, come vecchie foto, all’uso dell’intelligenza artificiale, creando un dialogo tra memoria e contemporaneità.
Il videoclip sè disponibile nel Canale YouTube Fabio Poli Official, che conta 6 milioni di views, e potete vederlo qui sotto:






































