Resurrection
di Bi Gan
con Jackson Yee, Qi Shu, Mark Chao, Zhang Yi, Lei Hao
In una Cina da citazione noir una creatura da film espressionista tedesco fotografata come in un film di Méliés o Karel Zeman, viene scoperta da una fotografa in una fumeria d’oppio (siamo fatti della stessa sostanza dei sogni: citazione Shakespeare). Imbottito di pellicola come un proiettore, il sognatore (fantasmer, fantasticatore, delirante) si rivela capace di attraversare il tempo consumandosi, mentre l’umanità -ci dicono- ha vinto la morte rinunciando a sognare. E poi? E poi Cina e Cinema si incrociano in un lungo sogno. O delirio. La cura formale della rappresentazione (del film, del sogno, del delirio) colpisce, può anche abbattere per noia e complicazione (160 minuti) e contemporaneamente è un bell’esempio di cinema impegnatissimo nell’immagine: per Bi Gan (fin dal premiato passaggio nello scorso festival di Cannes) si fanno i nomi di Tarkovsky, Hou Hsiao Sien e Won Kar Way (ma aggiungiamoci pure gli aldilà di Sokurov). Resurrection sembra nelle sue mutazioni un film muto, un film di vampiri, un film di spie, un film buddhista, un film americano e un film di fantascienza, insomma Tutto Il Cinema, oppure un delirio per arrivare a una resurrezione passando da tutte le morti possibili. Il titolo originale Kuang ye shi dai si può tradurre “Era selvaggia”







































