È indispensabile trovarli i 50 minuti e poco più necessari per ascoltare un album che esce oggi e che si chiama Feminae. È un album di canzoni inedite e brani conosciutissimi, di adattamenti in italiano e canti in portoghese e napoletano, di suggestioni magiche e denunce drammatiche, di sviluppo corale e intensità personale. È il lavoro di una grande artista, Tiziana Tosca Donati, che conosciamo dal singolo del 1991 Fammi innamorare solo come Tosca.

In 35 anni di carriera la cantante e attrice della Garbatella (quartiere nel sud di Roma) ne ha fatta di strada: vittoria a Sanremo nel 1996, numerosi film, molti album apprezzati – eccellenti ad esempio gli ultimi due, Morabeza del 2019 e D’altro canto del 2021 -, numerosi premi, compreso il Tenco alla carriera, concerti e spettacoli teatrali sempre più coinvolgenti, programmi radiofonici di culto, l’ideazione e la direzione del laboratorio artistico Officina Pasolini. E oggi arriva a proporre un piccolo capolavoro di equilibrio e brillantezza, che segue l’emozione e la necessità, che chiede di non essere ascoltato in fretta, che si lascia scoprire come si sfoglia un diario trovato per caso.

In un panorama musicale spesso dominato dall’urgenza di stupire, Feminae sceglie un’altra strada: quella della profondità, dell’ascolto lento, della parola che non vuole imporsi ma sedimentare. E proprio per questo risulta così necessario, senza mai un eccesso, mai un compiacimento. Ogni scelta timbrica sembra rispondere a una logica precisa: creare un ambiente sonoro che valorizzi la voce senza soffocarla, accompagnandola e sollecitandola. Una voce che ha messaggi importanti da farci ascoltare, a cominciare da quello che vuole suggerire il titolo.

«A un certo punto della preparazione», ci dice Tosca, «mi sono accorta che stava venendo un album tutto di donne, così volevo chiamarlo Sorores, ma non mi convinceva. Per quanto giusto, era un titolo troppo razionale. L’ho detto a Renzo Arbore, che è il mio mentore e che sento una volta al mese, e lui mi ha suggerito Feminae. All’inizio avevo un po’ di resistenza, perché il termine “femmina” viene declinato per indicare la seduzione, oppure l’isteria, invece ho capito che significa accoglienza, protezione, perché viene da fecondità, dal dare la vita. Mi voglio riappropriare di questo termine per metterne in luce il lato positivo.»

Sei ritornata a incidere per una major

«A sette anni dall’ultimo album in vendita ho fatto un passo che francamente non pensavo di fare più. Sono ritornata con una major, dopo un percorso di quasi trent’anni di etichette indipendenti, con grande libertà. La cosa bella è stata incontrare un pool di lavoro che mi ha ascoltata e lasciata libera di seguire il mio percorso. Mi sono ritrovata protetta e libera artisticamente e con l’organizzazione di una major. Fa ben sperare verso una fioritura artistica importante.»

Perché così tanto tempo da Morabeza?

«Ci ho messo sette anni perché, come per ogni lavoro che faccio, fare un disco è come fare un figlio, ne devi sentire battere il cuore, non è una cosa OGM realizzata a tavolino. La musica stessa ti parla e ti dice dove andare. Da quel viaggio in sette anni sono nate delle canzoni, che però erano arti non cuore che batteva. E nel frattempo è successo di tutto, ho perso entrambi i miei genitori quando curarli e stare con loro era molto difficile, un periodo di cui ci siamo dimenticati. È stato molto duro, anche perché non ci siamo fermati nemmeno sotto pandemia e abbiamo fatto concerti contingentati, bellissimi, magari qualcuno in più. C’era una parte buia e una luminosa.»

©Riccardo Ghilardi

Quando ha iniziato a battere il cuore di Feminae?

«Nel luglio di tre ani fa andai a Parigi per presentare la candidatura di Roma a Expo2030, spinta anche da mio padre che pure stava morendo. C’erano bellissimi stand lungo la Senna, un festival che si chiamava Dolce vita sur Seine, e il concerto è stato bellissimo, un po’ felliniano. A Parigi ho incontrato gli amici che abitano lì, e anche Gino Pacifico con cui ho iniziato a parlare e gli ho raccontato di tutto, come se lo conoscessi da sempre. Un anno dopo mi ha detto: «quella notte ho scritto Primavera, ma non ho avuto finora il coraggio di mandartela, perché è dedicata a tuo padre e mio padre, alle cose che devi lasciar andare e alle cose belle che comunque ti rimangono, perché la morte ti insegna più della vita, perché l’accumulo e l’affanno di tutti i giorni spariscono. Non c’è un carro di traslochi dietro quello funebre. Da Primavera si è composto tutto.»

Primavera, subito dopo 40 secondi dell’aria pucciniana Vissi d’arte resa con soavità, apre l’album con una delicatezza sospesa, mentre la successiva Che sarà terra e che sarà mare è un inedito brano del cantautore varesino Fabio Ilacqua, che «alla maniera brasiliana descrive tutte le sfighe possibili e immaginabili di una quindicenne rimasta incinta di un disgraziato con un’allegria tipica, sotto la pioggia a dirotto.» Altri due gli inediti: Creatura naturale del siciliano Tony Canto, un inno alla vita e al confronto con gli altri e la natura, e Tutt’e sere in dialetto napoletano, scritto da Gnut, che «è una persona bellissima e gentile, è il nuovo principe della canzone napoletana. È il brano del cd che preferisco, è magnifico e l’ho dedicato a mio marito».

Parlaci delle altre collaborazioni…

«Per prima è arrivata quella con Silvia Pérez Cruz nella canzone inedita C’è di Pietro Cantarelli. È un duetto che ha molto a che vedere con il mondo di Rosalia, anche se la canzone veniva prima, è del 2001. Una canzone che amo moltissimo: è il dialogo tra ragione e istinto che di solito parlano separati, e ha un che di operistico. Un punto di incontro che anche musicalmente io e Silvia cerchiamo continuando a scendere e salire con la voce.

Dopo è venuta quella con la fadista Cristina Branco, molto aperta ai suoni del suo mondo (la canzone è Roma, Berlino, Lisbona, cantata in italiano e portoghese, scritta dal cantautore Fausto Bordalo Gomes Dias, punta di diamante della nuova canzone politica lusitana, ndr.), e poi quella con Carmen Consoli, che è una sorella d’arte e ci conosciamo fin da ragazzine. Quando ho registrato Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa, che è l’adattamento in italiano scritto da Joe Barbieri di Silencio del Buena Vista Social Club, le ho chiesto una partecipazione e l’ha registrata subito, nella camera di un albergo con un microfono e un tecnico, perché era in tournée.

©Riccardo Ghilardi

Poi c’è la voce di Maria Bethânia in una canzone di Tom Jobim e Vinicius De Moraes, adattata da Barbieri, che per me è un genio, sta sette spanne sopra, è l’erede di Sergio Bardotti, seguito da Peppe Servillo. Paolo Fresu, che è l’unico uomo tra gli ospiti del cd, mi ha mandato la sua playlist di brani brasiliani che regala a chi fa canzoni, così ho conosciuto e amato questo pezzo, cui partecipa anche la pianista Rita Marcotulli. Ascoltare Maria mi ha fatto sentire finita, è stato un colpo al cuore incredibile.

Poi c’è Ornella Vanoni, la cui canzone (la “classica” Per un’amica, ndr.) mi dà un’emozione particolare. Lei aveva certe canzoni che chiamava “le orfanelle”, perché non avevano avuto l’attenzione che meritano. Mi diceva sempre «adottane una», alla fine ho accettato. Ornella ha registrato benissimo sulla base, anche se negli ultimi mesi era diventato difficile farle fare qualcosa, perché molto stimolata da altro. Con Esiste la vergogna? volevo fare una sorta di rapper’s delight e abbiamo pensato a Mama Marjas, che è una talebana del lavoro. Il ritmo l’hanno messo Gegè Telesforo e Michele Santoleri, che è un incredibile batterista di 30 anni, mentre il testo di denuncia è di Giovanni Trulli e dice cose che nessuno oggi ha il coraggio di dire. Il risultato non è proprio rap, c’è anche dello speach easy, e molte piccole variazioni. Infine Stacey Kent, con la quale ci seguiamo sui social ha voluto cantare in italiano e spagnolo Soledad dell’uruguaiano Jerry Drexler, con una lievità rara.»

Infine c’è La canzone popolare di Ivano Fossati

«La canzone popolare mi piace, mi fa stare bene cantarla, l’ho stravolta e ci ho messo tutta la musica popolare che volevo e il coro. Ivano Fossati non lo rifarebbe di dare ad altri una canzone così. È diventata un inno, ma senza che si ascolti il testo, che dice di alzarsi e sentire la canzone popolare che spinge a fare qualcosa, è un’incitazione ad agire e non dimenticare. Oggi la nostra canzone popolare è ferma, significherebbe denunciare qualcosa in un periodo in cui si guarda a cosa conviene, ci sono poche situazioni, ma ridotte ai margini. Io continuo a lavorare sulla musica popolare, a cercarla e contaminarla – se le cose non le continui a fare con l’invecchiare la storia se ne va non viene tramandata, come diceva Gabriella Ferri – farò un documentario su questo prossimamente.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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