Michael
di Antoine Fuqua
con Jaafar Jackson, Nia Long, Laura Harrier, Juliano Valdi, Miles Teller
Un padre Mangiafuoco (lavorava in acciaieria) che ti fa fare il burattino e ti picchia con la cinghia tira fuori il meglio della creatività o la deforma? Un padre che ti costringe a provare anche di notte perché sei un brand è un mostro o la base della tua fortuna? Ambivalenza vincente/perdente. Questa bio di san Michael Jackson dagli inizi casalinghi dei Jackson Five al grande concerto di Wembley del 1988 appare come una storia di enorme forza di volontà e insieme di incredibile mancanza di sicurezza: la forza di volontà di Jackson è potente, la mancanza di sicurezza gli impedisce di prendersi la vita e forse il merito del lavoro di Fuqua è di aver messo in luce come la rivolta al padre passi attraverso la colpevolizzazione: quando Michael trova il coraggio di licenziare (via fax) il padre padrone manager si sente “cattivo”. Bad. E l’esplosione di Bad sul palco di Wembley è il trionfo interiore e il gran finale. Sarà tutto vero? Parte della famiglia (figlia e sorella) non approva questa versione. Il resto sembra il percorso di un bambino dotato che agli umani preferisce la compagnia degli animali, che come Peter Pan cerca i bambini perduti e sogna l’Isola che non c’è: il che porterà all’edificazione della casa/prigione di Neverland e probabilmente alla somma di mali, medicine e chirurgia che lo distruggeranno. Jackson sembra una macchina da guerra timida che però ha cambiato la musica (con l’aiuto di Q, Quincy Jones, anche se qui si vede poco) attingendo dalla strada, dagli emarginati, dalla solitudine, dagli horror e dai musical di Hollywood. Il seguito di questa colossale nevrosi di successo sarà -forse- nel prossimo film (qui c’è metà della vita). Michael è un film in cui lo spettatore deve essere un po’ coautore per fede o per passione. Comunque, sarà il cinema o il DNA, ma il nipote Jaafar sembra davvero lo zio.





































