Vi proponiamo quattro album che offrono un ventaglio di proposte che insieme dipingono un attraversamento emotivo del jazz del nostro Paese, un tentativo di capire cosa significhi appartenere a questo mondo sonoro così variegato e ricco di un’espressività contemporanea. Album che, dal punto di vista tecnico, colpiscono per la precisione del fraseggio, la capacità di mantenere una chiarezza formale anche nei momenti più complessi e una fluidità che testimonia una profonda conoscenza delle tradizioni che le attraversano.

 Marcello Arrabito

Different Ways (Alfa Projects)

Voto: 8 

L’album di debutto rappresenta sempre un punto di arrivo e insieme un nuovo inizio: il “finalmente ce l’ho fatta!” si coniuga con l’“adesso si apre un mondo”. Così è anche per il batterista siciliano Marcello Arrabito, che è uno di quei musicisti che non amano stare fermi nella loro comfort zone ma ama seguire molte strade, per curiosità, voglia di esplorare, arrivando però a costruire un percorso sorprendentemente coerente perché non vuole dimostrare nulla, bensì vuole capire e capirsi.

Compositore di tutti e otto i brani di Different Ways, guida un trio con il pianista Rosario Di Leo e il contrabbassista Riccardo Grosso, al cui sound pensato come un materiale da plasmare si somma in tre brani la chitarra elettrica di Emilio Longombardo, personaggio decisamente da attenzionare. E se, quasi inevitabilmente, il progetto iniziale era quello di sviluppare «una riflessione profonda sul mio percorso umano e musicale, fatto di deviazioni, svolte inaspettate, sfide e rinascite», il risultato va al di là, diventa un messaggio inatteso, che si muove quasi in penombra, che sa diventare poetica. Arrabito lavora su texture sottili, su dinamiche minime, su variazioni che sanno diventare, sottolineate oppure sfumate dal basso, linee di riferimento per il pianismo sereno e insieme ricco di correnti sotterranee di Di Leo e per la chitarra fisica e discorsiva.

Le “diverse strade” sono attraversamenti in punta di bacchetta della solida matrice afroamericana del jazz alla Nate Smith che si unisce all’universo sospeso e introspettivo di quello scandinavo, dall’energia vitale e stratificata della scena newyorkese attuale alla Ari Hoenig a certe suggestioni della musica mediorientale, che alimentano ritmi irregolari e colori modali. Con brani che omaggiano la musica classica come Andantino, le figlie come il latino Marti’s Smile e il delicato Waltz For Sere, la speranza nel futuro come Is That True Love?, l’hard bop contemporaneo come Anagram e la programmatica libertà artistica come la conclusiva title-track.

Valentina Mattarozzi

Duetz (Azzurra Music)

Voto: 8

 Hai capelli rossi e la carnagione chiarissima eppure l’hanno chiamata a teatro per interpretare la nera Billie Holiday, la più grande cantante jazz di sempre. Non solo, dopo Lady Day – Omaggio a Billie Holiday, ha scritto e interpretato Io sono Billie, spettacolo che ha portato in diversi festival jazz e che è confluito nell’album I Am Billie – Tribute To Billie Holiday del 2017, il suo secondo, che ha raccolto anche gli apprezzamenti dei Manhattan Transfer, il quartetto di voci jazz più famoso al mondo. Questo per dire che Valentina Mattarozzi sa cantare il jazz, eccome.

Lo dimostra ancora una volta questo suo quarto album di duetti, che propone sette standard e un brano della cantante nella formazione minimale voce e strumento. E se ogni volta lo strumento e il musicista che lo suona è differente, il canto è sempre personale, caldo, pastoso e capace di improvvisi lampi di luce. Così Duetz elabora un viaggio nella forma-duetto come spazio di intimità e talvolta di rischio e costruisce un mosaico di relazioni e di possibilità timbriche.

Dall’emozione “classica” dell’iniziale The Very Thought Of You di Ray Noble (1934, portato al successo da Natalie Cole) con Teo Ciavarella, il compianto pianista di Lucio Dalla scomparso nel maggio dello scorso anno, a una magnifica, ritmatissima A Night In Tunisia (immortale brano di Dizzy Gillespie del 1942) con Lele Barbieri alla batteria, all’altro brano “basico” Round Midnight di Thelonious Monk (1944), in una versione rallentata e profonda, quasi uno scandaglio nel cuore, grazie anche al sax tenore di Daniele Scannapieco. Altri immensi classici dell’american songbook come All The Things You Are, scritta nel 1939 da Jerome Kern, proposta con Felice Del Gaudio al contrabbasso, Come Rain Or Come Shine, del 1946 di Johnny Mercer e Harold Arlen, con Checco Coniglio al trombone, e The Look Of Love di Burt Bacharach del 1967 con Massimo Tagliata alla fisarmonica, vivono di respiri, di micro-pause, di sguardi immaginati, di spunti strumentali che sono carezze verso il dialogo e suggerimenti per portare la voce in territori nuovi.

Il brano più lungo del cd è Misty del pianista Erroll Garner (1954, interpretato da “signore” del jazz come Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan), condiviso con il prezioso Giovanni Perin al vibrafono. La versione lascia emergere un gusto per la sospensione intelligente e sensibile, con una flessibilità del fraseggio che vola verso l’intimità e l’intreccio. Infine dell’inedita When She Remembers con Giampiero Martirani alla chitarra basta dire che non sfigura in mezzo a tutti questi capolavori senza tempo.

Paolo Montrone

Modern Times Ensemble

Up! (Alfa Music/Egea)

Voto: 7/8

 Up! è un titolo che sembra una promessa di leggerezza, ma il Modern Times Ensemble non è un gruppo che si accontenta di galleggiare. Il loro nuovo lavoro è «il risultato di un percorso che attraversa luoghi, culture e sensibilità diverse… il progetto si colloca nel solco di quella tradizione che ha saputo unire raffinatezza e immediatezza, complessità e accessibilità… una musica capace di essere sofisticata senza perdere contatto con l’emozione, il groove e la dimensione narrativa».

Ci sarebbe poco da aggiungere a queste parole che il chitarrista, tastierista, compositore, produttore e arrangiatore (triestino, ma da 35 anni giramondo impegnato nella logistica ecologica) Paolo Montrone, vero deus ex machina del progetto MTE, ha appuntato in copertina. Però è giusto aggiungere che sono coinvolti musicisti provenienti dagli States e da mezza Europa, oltre che dal “nocciolo duro” romano. Che questo è il loro secondo album, dopo Connections del 2022, e che il collettivo – formazione variabile, ma sempre coesa – allinea anche la cantante austriaca Ursula Gerstbach, il pianista e tastierista abruzzese Arcangelo Trabucco, il batterista e percussionista californiano Adam Alesi e il bassista brasiliano da anni a New York Itaiguara Brandão.

In più in Up! brillano anche un trio di fiati e una manciata di ospiti di pregio, a cominciare dal supervibrafonista Mike Mainieri degli Steps Ahead, che partecipa all’elegante revisione, arricchita anche di un testo in inglese (come tutti nel cd), della sua Self Portrait, cui partecipa anche uno dei sessionman inglesi più richiesti, il sassofonista Paul Booth. Per continuare con i quattro americani, tra i quali il figlio Travis del celebre chitarrista Larry Carlton al basso, presenti nella discorsiva versione della beatlesiana Come Together e il cantante bennettiano che vive a Parigi Giorgio Alessani, nella sua Arcadian Girls.

Il pop-jazz elegante, con appena qualche sapore dell’onda swing, di tutto il cd è pervaso, per chiara scelta stilistica, da un’atmosfera raffinata ed elegante di luminosa bellezza, che ricorda per vari aspetti alcune registrazioni del West Coast sound anni 70 (tipo Steely Dan per intenderci), certa fusion di alta qualità e anche il lavoro di Mia Martini con Maurizio Giammarco. Ma soprattutto quel piglio un po’ “plasticoso” dei jazzisti mainstream USA quando ripropongono dei classici dell’american songbook, così tutto scivola con estrema piacevolezza, come se il gruppo volesse ricordarci che la leggerezza non è superficialità, ma conquista.

Siphonoforo

Siphonoforo (Flying Robert Music)

Voto: 8

L’album eponimo dei Siphonoforo è uno di quei dischi che sembrano organismi viventi. Il nome del gruppo – preso dal mondo marino, dove il sifonoforo è un essere simile alle meduse che si fonde in gruppi enormi, composti da molti individui che funzionano come un unico corpo – è una dichiarazione di poetica. Il disco la conferma: è un lavoro collettivo, corale, in cui le individualità del quartetto tendono a dissolversi in un suono unico, fluido, in continua trasformazione.

Motore del progetto è il chitarrista bergamasco Marco Pasinetti, che, dopo una carriera in ambito blues e rock, si è innamorato del jazz, si è diplomato alla scuola superiore di Siena, ha inciso due album con il suo trio, uno con i Palomar e oggi elabora le sue analisi della tesi per il biennio accademico dedicate alle formazioni bassless (senza contrabbasso o basso elettrico), tipo quella composta da Paul Motian, Bill Frisell e Joe Lovano. Nel combo sono con lui – che compone tutti i brani, a eccezione dei due standard – il trombettista Tommaso Iacoviello, il trombonista Luca Tapino e il batterista Pierluigi Foschi, che sanno far pulsare il suono come un ecosistema che si espande e si contrae, come vivesse di equilibri instabili continuamente rinnovati.

È un jazz di ricerca, in cui confluiscono elementi ambient, di improvvisazione radicale (come nella collettiva Magma alpino), minimalismo, tecniche estese, world, contrappunto. È un paesaggio in cui il movimento è più pulsazione che spostamento, dove tutto è un lento emergere, dove gli strumenti si intrecciano su variazioni appena percettibili che trasformano il tempo in una materia elastica. Anche i noti Probability Cloud di Frisell del 2008 e Apache di Jimmy Giuffre (apparsa per la prima volta nel 1958, con la seconda formazione del suo trio, anch’essa bassless, con Jim Hall alla sei corde elettrica e Bob Brookmeyer al trombone) diventano, benché più aperti, con le melodie e i ritmi più definiti, un ricordo che riaffiora in una mente stressata e fragile. È musica che chiede attenzione quella dei Siphonoforo, che invita a entrare e a respirare con lei.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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