Nella storia del progressive britannico le tastiere pop-ambient di Richard Barbieri sono in viaggio da quasi mezzo secolo. Dal debutto sulle scene degli anni 70 nel celebrato ensemble dei Japan di David Sylvian, l’artista ha creato una scia sonora underground di grande spessore, pari a quella di Brian Eno e del compianto Richard Wright dei Pink Floyd. Le sue interazioni con Mick Karn e Steve Jansen, i progetti a tema dei Dolphin Brothers e della Rain Tree Crow, sino alla militanza nei Porcupine Tree di Steven Wilson (ultimo album il riuscito Closure/Continuation del 2022), fotografano un percorso sonoro che continua ad appassionare.
Ogni volta che si presenta da solista poi Barbieri sembra sempre tornare come una figura che attraversa un corridoio in penombra, che non fa rumore, soprattutto che muta l’ambiente attorno con una calma quasi glaciale. La sua musica non cerca melodie, ma stati mentali, chiede di rallentare, di ascoltare il silenzio tra i suoni, di accettare che non tutto debba essere spiegato.
Hauntings, uscito da pochi giorni a sei anni di distanza Under A Spell e a 21 dal debutto solista Things Buried, mostra come il talento compositivo del musicista inglese sia ancora animato da uno spirito di ricerca raffinato e intuitivo, davvero prezioso. Le sue “infestazioni”, questa la traduzione del titolo, sono esplorazioni di ciò che ci perseguita, come memoria, come possibilità mancata, come realtà alternative che continuano a bussare alla porta del nostro presente. Sono, come ha detto, «nostalgia per fatti che non sono mai accaduti».
Hauntings è un viaggio quasi distopico in un territorio cyberpunk, in un futuro inquieto e sospeso dove sopravvivono ombre vittoriane e lampioni che tremano nella nebbia, così come improvvise aperture su luoghi di splendore e inquietudine, di progresso e fantasmi. È un lavoro che approfondisce l’estetica strumentale meditabonda e cupa del precedente, esplorando mondi sonori coinvolgenti, oscuri ed esaltanti in egual misura.
La musica di Barbieri è lenta, incombente, nebbiosa, quasi i suoni fatichino a prendere forma, però è piena di dettagli microscopici, ha un’inusuale profondità di campo, presenta una cura quasi maniacale per la dinamica. Non sorprende, conoscendo Barbieri, ma qui il livello è ancora più alto. Merito anche dei collaboratori: Percy Jones al basso, Morgan Ågren alla batteria, Luca Calabrese alla tromba e alcune voci femminili che appaiono come presenze, come sonorità, non come protagoniste.
Ambient designer come pochi, sa costruire spazi che fanno volgere lo sguardo verso l’infinito e insieme fanno meditare sull’interiorità dell’io, che si trovano al margine mai al centro, che si alimentano dell’ombra non della luce, che esprimono la possibilità non il fatto. Così in Anemoia la pulsazione ritmica emerge come un cuore meccanico sotto strati di bruma sintetica, oppure in Victorian Wraith il respiro antico affonda in un pavimento pieno di polvere. Ancora in 1890 ascoltiamo il tempo che si piega su se stesso, in Paris Sketch l’acquerellismo impressionista che diventa un beat compulsivo e macabro, in Traveler una modernissima ansia del quotidiano e nel conclusivo A New Simulation, dove compare anche Steven Wilson alla slide guitar, un ponte tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.







































