In Inghilterra oggi il panorama della soul music e dintorni vanta un pubblico appassionato, che, per quanto minoritario, è molto esigente e attento. Pertanto le proposte musicali provenienti da quell’ambito non cercano mai l’effetto immediato, ma la certezza del risultato e la durata nel tempo (intesa come affezione al repertorio proposto). Certo, non può sfuggire a volte una certa omogeneità di riferimenti e atmosfere altre una certa disarticolata compromissione con mille stili, ma sono proprio da un lato la continuità e dall’altro l’eclettismo che offrono al nuovo blue eyed soul la sua identità. Il suo essere un flusso caldo che non pretende di reinventare la soul music, ma di custodirne l’essenza. E ci riesce benissimo.

MT Jones
Joy (EMDM Management)
Voto: 7/8
Il giovane cantautore di Liverpool MT Jones, già celebrato dalla critica britannica come nuova voce del soul, costruisce un debutto che è insieme confessione, diario emotivo e dichiarazione d’intenti. La sequenza dei brani sviluppa una narrazione per chiaroscuri. Si passa dalle introspettive I Don’t Understand, con la sua allure anni 70 e il suo giocoso parlare d’amore, e Why I Cry dalle liriche aperture quasi orchestrali, a Gentle Reminder e On Your Own, che disegnano la capacità di Jones di trasformare la vulnerabilità in un gesto di resilienza, a Tastes Like You e You Don’y Love Me Now, che esplorano la ricchezza delle relazioni umane, per arrivare al finale Her Name Is Joy, con piano e voce nudi a tratteggiare un’autobiografia interiore.
La voce, che ricorda quella di Alan Sorrenti, vellutata, fragile, a tratti quasi sussurrata, è il vero centro di gravità del disco, che si rifà al calore soul degli anni 60 e 70 alla Marvin Gaye, interiorizzato e restituito senza manierismi con un’urgenza personale sorprendentemente contemporanea, fatta di texture di moderno errebì e di jazz lieve. Un nuovo blue eyed soul che cerca una verità emotiva sospesa nel tempo e insieme avvitata al nostro sentire, quello di questo esordiente che ha iniziato come musicista di strada da adolescente per arrivare oggi ai tour internazionali con l’amico di lunga data Jalen Ngonda e al supporto di Lauryn Hill.
Suoi collaboratori principali il produttore Jonathan Quarmby e il bassista Sam Rabette, anche coautore di alcuni brani, Mike Thomas (questi i suoi nomi anagrafici) evoca, come ha dichiarato, «una sorta di ora dorata del tardo pomeriggio, un bagliore caldo, la luce che brilla sull’erba, quel genere di cose. Per me, la parola gioia racchiude molte situazioni. Riguarda la vita stessa, in realtà: l’amore, la perdita e tutto ciò che sta in mezzo. Dal punto di vista sonoro poi, tutto suona organico e reale, quasi come il legno».

Mamas Gun
Dig! (Candelion)
Voto: 7/8
I Mamas Gun, la band funky di cinque elementi proveniente da Londra, sono tornati con il loro settimo album (cui si sommano due EP) Dig! per ribadire la semplice verità che la soul music, quando è suonata da un gruppo vero, conserva una forza che nessuna produzione iperpatinata può replicare. Il vocalist Andy Platts (lo stesso degli Young Gun Silver Fox) e compagni, attivi dal 2007, riscossero subito un grande successo in Asia, tanto che il loro primo cd Routes To Riches, di due anni successivo, divenne l’album internazionale più trasmesso dalle radio giapponesi. Da allora non si sono più fermati e hanno nel tempo affinato e portato a una maturità nuova, più compatta, più calda, un linguaggio che unisce Motown, Philly soul e un gusto melodico tutto britannico.
Si inizia con la title track, impreziosita dalla presenza di Brian Jackson, storico collaboratore di Gil Scott-Heron e degli Earth, Wind & Fire, che li rappresenta appieno con il suo groove morbido, le tastiere di Dave Oliver che respirano, un senso di leggerezza jazzy che non scade mai nel facile. Poi il disco si amplia come un ricco mosaico. Food For The Flames gioca con metafore ardenti che la voce rende alla grande mentre la chitarra di Terry Lewis espone il primo dei suoi suggestivi assolo. Living On Mercy e Had Me At Goodbye (tipo Delftonics sul Tamigi) mostrano la vena più lirica, da ballad Philly sound, del gruppo, Wings apre a deviazioni jazz-funk che ricordano il mondo Blue Note e The Proof sorride alla maniera dello scanzonato Stevie Wonder del mitico Fulfillingness’ First Finale.
Citati anche il determinante, propulsivo e insieme leggero, drumming di Chris Boot e il funzionale, melodico basso di Cameron Dawson, va sottolineato il calore della produzione analogica, registrata su nastro, che restituisce l’aria tra gli strumenti, il respiro collettivo e la cura artigianale degli arrangiamenti. Il tutto per un album coerente nei battiti e nelle atmosfere, che non reinterpreta il suono vintage ma lo fa suo con la lucidità di chi sa entrare in punta di piedi per non andarsene più.

Carwyn Ellis & Rio 18
Haf + Fontana Rosa
Voto: 8
Il sesto album di Carwyn Ellis con il suo progetto Rio 18 si intitola Haf e propone dieci nuovi brani, che però escono, nel formato cd, insieme con i dieci del loro precedente lavoro Fontana Rosa, uscito lo scorso anno solo in vinile. Possono sembrare due dischi distinti, ma in realtà sono le due facce di uno stesso movimento: un attraversamento culturale che unisce il Galles alle Americhe, la memoria analogica alla vitalità sudamericana, la nostalgia alla possibilità di un nuovo inizio, il blue eyed soul alla musica latina.
Definire impressionante il curriculum musicale del musicista di Cardiff è riduttivo. Oltre a essere un membro attuale dei Pretenders di Chrissie Hynde e un collaboratore di lunga data di Edwyn Collins, ha lavorato con Sarah Cracknell (sia come solista che con St Etienne), Shane McGowan e Unkle, solo per citarne alcuni. E ha anche trovato il tempo di pubblicare nove album con la sua altra band alt indie pop Colorama.
Fontana Rosa, registrato nei leggendari Toerag Studios di Londra, tempio ora chiuso del suono analogico, è un disco che ha il respiro multicolore di una città portuale, di una babilonia espressiva che coniuga mille influenze, compresi il soul chicano della California, il pop nuyoricano e quello psichedelico, la disco salsoul e suoni latinoamericani, tipo cumbia e merengue. Ellis vi convoca una squadra internazionale – Baldo Verdú, Shawn Lee, Kassin, Elan Rhys, Diego Laverde Rojas – e mette in scena un mosaico che unisce Te Adoro e il suo turbine di colori a Mariposa, una danza che sembra spuntare da un mercato sudamericano all’alba, alla title track, che richiama Guantanamera senza mai scadere nella citazione facile.
Come controparte e risposta emotiva di quel disco luminoso (che nel cd occupa la seconda parte), arriva oggi Haf, che ci dipinge ad acquerello il momento in cui la luce estiva si fa riflessione, con i suoi colori più morbidi, le linee più essenziali, e con la densità tropicale che diventa scrittura più rilassata, quasi serena, tra ricordi che riaffiorano e nuove consapevolezze che si depositano piano.
Dedicato ad Haf Morris, la prima insegnante di musica di Ellis da poco scomparsa, il nuovo lavoro limita – si fa per dire – il suo mix sonoro alla psichedelia, alla musica latino-americana, al soul e allo yacht pop, con il nostro che si fa assistere ancora da vari producer (soprattutto dal brasiliano Kassin) e che mette in evidenza la voce del Nostro, sempre più riconoscibile e capace di trasformare la contaminazione in identità. Non mancano momenti più vivaci come la trascinante Gwenyn Y Gwanwyn o il crescendo di Shades Of Red, affidata alla cantante anglo-brasiliana Nina Miranda, ma stavolta – passando per l’omaggio a Cassiano Tonnau Ar Tonnau, la bossa Whistling Sands e la romantica title track – si arriva anche a pagine introverse e malinconiche come la magnifica ballata Lágrimas Frías e la delicata chiusa Nos Da. Il tutto cantato in lingua gallese, oltre che in inglese e portoghese.







































