Le città di pianura

il grado alcolico del cinema italiano

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Le città di pianura
di Francesco Sossai
con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran, Andrea Pennacchi

Due maturi disastrati, Carlobianchi (Romano) e Doriano (Capovilla), vagano nella campagna veneta dal tramonto all’alba in una macchina da zingari e per non tornare mai a casa passano da una bevuta all’altra verso Venezia. A un certo punto incappano nello studente d’architettura Giulio (Scotti). Loro inseguono la leggenda di un tesoro nascosto da un amico mitico (una sorta di risarcimento sindacale), in realtà inseguono la mitica “ultima”, la bevuta finale,  il bicchiere definitivo. Ma alla fine imparano da Giulio ad amare il bello (anche i bei monumenti funebri) e Giulio  da loro impara a bere, ridere e a conoscere le donne. È il film  dell’anno, uscito quasi di nascosto, coccolato e spinto dal passaparola, ora premiato con 8 David di Donatello  un po’ dettati dal rimorso e un po’ dal bisogno di mettere sangue nuovo in un cinema anemico. È un film con un’architettura (sì) e una musica interna (e non solo quella che si sente) che nei primi minuti sembra uscito da un mal di testa alcolico (è persino un po’ antipatico), poi strada facendo conquista. Il modello è “coppia on -the-road con inserto di terzi” (pensate pure a Easy Rider o a Nel corso del tempo, tanto per fare esempi agli antipodi):  cinema che in apparenza dilapida lo spazio e il tempo, sconcerta lo spettatore e lo stupisce.  Le sorprese vere cambiano, non confermano. Secondo film di Sossai. Se non l’avete ancora fatto non spaventatevi dei troppi premi e provatelo.

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