Tre album per un’altra carrellata sulla realtà del jazz italiano di oggi, che si presenta varia e interessante. Passiamo dalle sperimentazioni tra elettronica e ambient del duo Varv al contemporary jazz solistico di Alberto Giraldi e alla colta combinazione con la classica di Francesco Miniaci. Ci offrono una visuale gustosa su di un panorama che si conferma ogni volta elegante e ricco, non esente da sperimentazioni da un lato e da “bellurie” dall’altro, tra i più fascinosi d’Europa e non solo.

Varv
Transit (Off)
Voto: 8
Il tastierista Andrea Cappi e il batterista Francesco Mascolo (ovvero i Varv, insieme dal 2022 quando pubblicarono Permeability, singolo poi presente nell’albo di debutto Lowlands di due anni dopo) propongono un sound che ha un rapporto aleatorio quanto basico con la musica afroamericana, che i due hanno suonato a lungo. Il nuovo Transit è un disco che vive in bilico: non è jazz in senso stretto, non è post-rock, non è elettronica, ma un organismo che respira questi elementi e li fa rivivere in un territorio intermedio fatto di sabbie mobili sonore. Ognuno dei sei brani, tutti a firma del manipolatore di suoni e di elettroniche, appare come un passaggio verso un altrove che non si mostra mai del tutto, un corridoio dove il movimento non è mai lineare, ma è fatto di deviazioni, distese, ritorni, fratture, che diventano linguaggio.
Entrambi diplomati al Conservatorio e amanti della sperimentazione e della ricerca, i due scelgono stavolta di rimanere da soli e di continuare a esplorare alcune delle relazioni possibili tra jazz contemporaneo ed elettronica, con trame ritmiche mai accomodanti che segnano un percorso, instabile e insicuro come una passerella di corda su paesaggi sonori sintetici, che alternano i rimandi senza mai aggrapparvisi, che si aggrovigliano su sé stessi come serpi impaurite oppure si dilatano come l’aria in un mattino di primavera.
Ogni brano registra un cambiamento di stato, una metamorfosi. Si passa dalla luminosità equivoca di Bright al volubile ed enigmatico Wormhole, dalla bellezza della tensione continua di Place To Digress a Vice, il brano più jazzy, dalla vibrazione trattenuta e poi liberata di Arkose al viaggio ipnotico della conclusiva Drifter’s Deal. Il tutto secondo una cartografia instabile, come se ogni traccia fosse stata catturata mentre stava ancora cambiando forma. La scelta di mettere di fronte le sequenze dei sintetizzatori e dei computer alla solidità del drumming e di “manipolare” continuamente il flusso sonoro – quasi a voler “manipolare” la disponibilità degli ascoltatori – utilizzando anche suggestioni progressive e retaggi di rock elettronico, spalanca a questo nu jazz elettronico le visuali inedite di uno scenario mentale dove il movimento è più importante della destinazione.

Francesco Miniaci
Pythagòras (Dodicilune/IRD)
Voto: 8
Con il contributo dei 22 flautisti della Falaut Flute Orchestra del maestro Paolo Totti (già fondatore de I flauti di Toscanini, specialista riconosciuto internazionalmente) e della solista, sempre di flauto traverso, Roberta Ferraro (concertista pluripremiata), il giovane pianista calabrese Francesco Miniaci ci propone la sua prima suite, che segue il debutto Solo Monk del 2021 eseguito in totale solitudine.
Pythagòras, divisa in quattro tempi della durata totale di poco più di 23 minuti, se nella combinazione sonora della strumentazione si presenta del tutto inusuale nel risultato espressivo offre più di una valenza. Innanzitutto la tensione del mix tra impostazione classica e jazz orchestrale, poi la vibrazione emozionale dei due strumenti solisti, ancora la ricerca compositiva che non dimentica romanticismo e musica da camera, poliritmie leggere e sapori di varie tradizioni, imprevedibilità virtuosistica e saggezza architettonica.
La sua bellezza, che nasce dalla relazione tra ordine e deviazione, può essere letta come “musica per gli occhi”, atta a descrivere immagini costruite nella mente oppure, per contrappasso, da un’imprevedibile intelligenza artificiale. E insieme, nel suo essere concettuale senza diventare fredda né perdere umanità, la suite appare come pura ricerca di un’armonia proporzionale che non si traduce in rigore, bensì in una libertà controllata. Le linee melodiche seguono traiettorie falsamente geometriche, perché si inclinano, si sfaldano, si ricompongono in forme nuove. Le dinamiche sono calibrate con una cura quasi calligrafica, senza perdere calore, senza mai farsi banale supporto decorativo. E l’ascolto restituisce quella sensazione di equilibrio instabile tipica delle malie più belle.

Alberto Giraldi
The Way Things Turn (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Alberto Giraldi ha 65 anni e vanta una carriera artistica variegata e ricca, che lo ha portato dall’accompagnare Tiziana Rivale – che ai tempi vinse anche Sanremo – alla cattedra di “teoria, ritmica e percezione musicale” al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Eppure finora, benché abbia firmato vari album, composto per accademie classiche, teatro, televisione, pubblicità, frequentato dalla new age alla fusion e a tutti i generi intermedi, non aveva avuto il “coraggio” di cimentarsi in un lavoro di piano solo, tutto di suo pugno, a eccezione dello standard dei fratelli Gershwin But Not For Me.
Lo fa con questo The Way Things Turn, che in qualche modo sorprende perché sposta un poco le traiettorie conosciute del Giraldi pianista: da amante sereno di Russell Ferrante e Michel Petrucciani lo ascoltiamo dirigersi verso territori più crepuscolari, più meditativi, alla maniera di un Keith Jarrett o di un Fred Hersch. Il titolo del disco è quasi una dichiarazione poetica: la musica segue il modo in cui le cose girano, cambiano, si trasformano. Allora ecco una serie di stati d’animo che si succedono come luci diverse sulla stessa increspata distesa marina. A volte il pianoforte è contemplativo (l’elegante incipit Prelude), altre volte più appagato (la samba Tribute To Brazil), altre più poetico (la sognante Reverie), più alla Bill Evans (A Pure Revelation), più mobile (The Path Of Life), sempre con una coerenza interna che tiene tutto insieme come una calda corrente sotterranea.
Romantico nel senso alto del termine, Giraldi lavora su un pianismo a densità variabile, dalla flessibilità controllata e le traiettorie visionarie che sanno aprirsi a tessiture di ampio respiro, dove il ritmo è più un campo elastico che una griglia. E firma un lavoro che si colloca nella linea del pianismo jazz anche europeo più meditativo e strutturato, un disco coerente, rigoroso, costruito su un equilibrio delicato tra forma e respiro.





































