Il Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, giunto alla edizione XXII, è da anni il più prestigioso riconoscimento dedicato alla musica world del nostro Paese. Ogni aprile/maggio una giuria composta da oltre 50 studiosi e giornalisti specializzati segnala l’album migliore in assoluto e quello del miglior artista under 35(con al massimo due cd all’attivo) pubblicati durante l’anno precedente, mentre gli organizzatori propongono un premio alla carriera per musicisti, organizzatori, associazioni o realtà culturali che hanno contribuito in maniera determinante alla valorizzazione del patrimonio culturale e musicale italiano.

Mentre scriviamo non sono ancora stati annunciati i vincitori di quest’anno, ovvero le proposte musicali che intrecciano la ricerca, il recupero e la valorizzazione della “tradizione” con una nuova interpretazione della musica popolare, pubblicate durante il 2025. Vi aggiorneremo sui risultati, ma, durante il riesame degli album in gara che i giornalisti di Spettakolo! nella giuria del premio, cioè il direttore Massimo Poggini, il bravo Giordano Casiraghi e chi scrive, hanno fatto per esprimere il loro voto sono emersi alcuni album di cui non abbiamo ancora parlato su queste colonne che ci sono sembrati degni di essere indicati a voi lettori. Ve li proponiamo oggi, cominciando con un indiscusso capolavoro da ascoltare con attenzione e disponibilità.

Eugenio Bennato

Eugenio Bennato

Musica del mondo (Sponda Sud)

Voto: 10

 Eugenio Bennato tornava a gennaio, a sette anni dal precedente lavoro da solista Da che Sud è Sud e a quattro da Qualcuno sulla terra con Le voci del sud, con un album che è una dichiarazione di poetica, un atlante sonoro, una protesta civile che attraversa confini senza mai presentare il passaporto. Musica nel mondo (etichetta Sponda Sud) è un titolo che nella sua semplicità nasconde l’ambizione enorme di raccontare l’umanità attraverso le sue vibrazioni più antiche e profonde, che costruiscono parole che non sono allineate al pensiero unico né alla piacevolezza diffusa.

Il disco è un mosaico di ritmi, scale modali, timbri e lingue che dialogano senza gerarchie, secondo una visione antropologica prima ancora che musicale, che il grande musicista partenopeo, fratello minore di Edoardo, la cui storia artistica iniziò nel 1967 come fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare, utilizza per raccontare le difficoltà dell’oggi e dello ieri contro la violenza del potere e per il coraggio della libertà, per parlare di migrazioni, identità, frontiere.

Con Musica nel mondo, Bennato prosegue il suo percorso di esplorazione delle matrici popolari mediterranee, un organismo vivente che va dal Sud Italia – taranta, tamburi a cornice, chitarre battenti, cori femminili – al Maghreb e al Medio Oriente, per poi aprirsi all’Africa subsahariana e al Sud America in perfetta “connessione”. E grida forte le sue idee, che non possono non essere le nostre: “evviva l’arte che si ribella/e se no l’arte che ci sta a fare”, “evviva la canzone che attraversa ogni frontiera/ perché la sua umanità non può essere straniera”.

La voce del 78enne cantautore è sempre più graffiata e autorevole, funziona come filo conduttore, senza virtuosismi, con enorme autorevolezza narrativa, alternando dimensione epica e osservazione sociale, senza la minima retorica e con una chiarezza che graffia l’anima. Con un piccolo aiuto di amici che arrivano da tutto il mondo – il marocchino Mohammed Ezzaine El Alaou, la mozambicana Zena Chabane, l’ucraino Lliubov, il gruppo indiano Yar Mohammad Group, le nostre Le voci del sud – le cui parole si intrecciano e intervallano nelle diverse lingue quelle di Eugenio.

Il disco unisce passato, presente e futuro. Ogni brano è un piccolo rito, un invito alla danza e insieme alla riflessione. La world music di Bennato fa politica culturale, è un ponte che possiede e distribuisce una forza luminosa, quasi pedagogica, senza pesantezza. Tutti i brani meriterebbero una citazione, a cominciare dalle dichiarazioni di intenti e di rettitudine artistica W chi non conta niente, da cui abbiamo tratto le parole virgolettate più sopra, e la title track, che ci ricorda che “Quello che ci vuole è l’utopia/ di una musica che suona/ contro l’ingiustizia e così sia”.

Eugenio Bennato

E poi ci sono Mongiana, dedicato a un paese calabrese con una manciata di abitanti che ebbe uno dei più grandi poli siderurgici d’Italia oggi abbandonato e dimenticato, Torre Melissa, che rievoca il dramma del battello arenatosi sulla spiaggia calabrese nel 2019 i cui migranti furono salvati dall’intervento degli abitanti, e Luna, dedicata alla nipotina e interpretata insieme a Pietra Montecorvino, che esprime l’amore incommensurabile per una nuova vita. E ancora la struggente Limoni a Varsavia, nata come tema del film The Lemon Tree – L’albero di limoni di Bruno Colella e dedicata a un geniale cuoco siciliano, che incarna la follia appassionata capace di compiere piccoli miracoli, e la “classica” Canzone per Beirut, interpretata questa volta da Eugenia Bennato, la figlia più piccola dell’artista, quanto mai drammaticamente attuale.

Musica nel mondo è un album magnifico, che celebra la diversità come ricchezza, che rifiuta la nostalgia e abbraccia il movimento verso un “sole dell’avvenire” che oggi ci appare così lontano, che suona “musica di preghiera e di rivoluzione” parlando di senso d’appartenenza, di resistenza e radici, di vite dimenticate e coraggio e diritti negati. Di valori profondi, atavici, eterni. E lo fa con la saggezza di chi ha attraversato decenni di musica senza mai perdere la curiosità. “Evviva chi [come Bennato, ndr.] si oppone/ con la sua storia di sempre/ con le sue parole nuove”.

Fanali

Fanali

Nun me scetà (Phonotype)

Voto: 8/9

 Il sottotitolo di questo lavoro è Fanali Plays Sergio Bruni e Roberto Murolo perché nasce dall’esperienza live del 2023 attuata durante le celebrazioni per il ventennale dalla scomparsa dei due grandi interpreti e autori di canzoni in napoletano. La scelta del trio Fanali Caterina Bianco, voce, violino e tastiere, Michele De Finis, basso, chitarre e programmazione, e Jonathan Maurano, batteria e percussioni – è stata allora quella di rileggere tre brani celeberrimi in chiave elettronica/post-rock ed è oggi quella di arrivare a rivisitare 10 canzoni di Sergio Bruni e Roberto Murolo, aggiungendone anche alcune meno note, con una scrittura asciutta, quasi cinematografica, che lascia spazio ai silenzi e alla risonanza emotiva.

Con l’abilità di rimanere rispettosi e di non tradire il senso di brani come Scetate, Anema e core, Voce ‘e notte e via dicendo, i Fanali, al quarto album a loro nome, ci offrono un disco che lavora sulla sottrazione, sulla cura timbrica e sulla centralità della voce, costruendo un linguaggio che unisce tradizione e contemporaneità su un equilibrio sottile. La matrice melodica partenopea è rivista incrociando la canzone d’autore mediterranea con un minimalismo di matrice electro, con strutture lineari mai prevedibili, con piccoli cambi di armonia, microvariazioni ritmiche e interventi strumentali che aprono spazi inattesi. Con il contributo anche di alcune voci importanti dell’attuale scena partenopea: Altea, Roberto Colella (La Maschera) e Dario Sansone (Foja).

Paolo Zampini, a sinistra, e Riccardo Tesi

Riccardo Tesi & Paolo Zampini

Camerock (Visage Music)

Voto: 8/9

 Sarà perché i due titolari suonano rispettivamente l’organetto (Riccardo Tesi, figura di rilievo nel panorama internazionale della world music che vanta collaborazioni crossover con artisti come Fabrizio De Andre, Ivano Fossati, Gianluigi Trovesi, Tosca) e i flauti (Paolo Zampini, direttore del Conservatorio di Firenze, nonché partner stabile di Ennio Morricone e collaboratore di Nicola Piovani, Piero Piccioni, Armando Trovaioli) che Camerock è un disco che respira, che lascia entrare l’aria tra le note, senza mai un eccesso, un florilegio inutile. Insieme con il pianoforte di Daniele Biagini e il violoncello di Enrico Guerzoni e una decina di ospiti di pregio, i due elaborano una world music cameristica che coniuga danza e contemplazione, radici e invenzione, rock e sentimento.

Il risultato è un album che si muove, cambiando forma a ogni ascolto, come dimostrano anche agli orecchi meno allenati alle melopee tradizionali le cover di due brani evergreen come il tema morriconiano di Nuovo cinema Paradiso e il “classico” dei Jethro Tull Living In The Past. L’organetto di Tesi è, come sempre, una voce a sé, un perfetto affabulatore che “piega” le melodie per rendere contemporaneo ciò che appartiene alla memoria. Zampini, con i suoi fiati, aggiunge colore, profondità, una sorta di malinconia luminosa che attraversa tutto il disco. I brani si muovono tra folk italiano, suggestioni classiche, rock controllato, improvvisazione minimale. Camerock è un album che “rivela” con una grazia rara. Esprime la vita che depone il suo peso e impara una trasparenza nuova.

Occitanas

Occitanas

Sem Montanhòlas (Cromo Music)

Voto: 8

Ci sono voluti dieci anni a questa formazione tutta al femminile (a eccezione del “fortunato infiltrato” Fabrizio Carletto, polistrumentista) per arrivare al secondo album, dopo il debutto omonimo. Il gruppo, nato nel 2014 da un’idea di Sergio Berardo, leader dei Lou Dalfin, allinea le migliori strumentiste e vocaliste delle valli occitane del nord Italia – la zone più occidentale ai confini tra Piemonte e Liguria – per arrivare a una visione innovativa del repertorio tradizionale di quei territori, che fosse solida e coinvolgente così come frizzante ed energica, tipica delle feste di montagna.

Così Sem Montanhòlas è un lavoro che affonda le radici nella tradizione occitana con un approccio moderno alla costruzione del suono e alla gestione della coralità. Le Occitanas sono attente al canto, con polifonie, bordoni, incastri ritmici vocali che richiamano la tradizione alpina e anche certe ricerche del folk europeo contemporaneo. E allo stesso modo curano la strumentazione, molto ricca sia per il cospicuo ensemble – le componenti sono 12, di cui tre organettiste, tre flautiste, due ghirondiste, due voci, una batterista e un’arpista, ma almeno la metà di loro imbraccia anche altri strumenti – sia per i numerosi ospiti, tra i quali va segnalato almeno il chitarrista Paolo Costola, nel cui studio a Brescia sono stati aggiunti diversi contributi addizionali.

L’album propone 16 brani, sia di danza che canti più lenti, sia tradizionali che scritti dalle protagoniste, in particolare Simonetta Baudino (che suona ghironda, organetto, cornamusa) e Laura Bagnis (ghironda, zufoli, percussioni), con un uso sapiente dei tempi composti e delle pulsazioni irregolari tipiche dell’area occitana. Ciò che colpisce è la capacità del gruppo di rendere tutto estremamente attuale, senza nostalgia, con una pulsante presenza espressiva, che è insieme rito, festa, memoria collettiva.

Ra di spina

Ra di spina

Vocazioni (Agualoca)

Voto: 8

A tre anni dall’EP eponimo, i Ra di spina tornano con una nuova line up in quartetto, ma sull’album Vocazioni ripropongono tutte e sei le canzoni dell’esordio con la precedente formazione, che allineava le voci di Sonia Totaro e Francesco Luongo. Oggi ai due fondatori – la leader, cantante e sintetista Laura Cuomo e il chitarrista e corista Ernesto Nobili – si sono aggiunti l’altra vocalist Alexsandra Ida Mauro e il percussionista Francesco Paolo Manna. Questo progetto musicale che pone un il suo focus sulle voci e sul canto d’insieme ci propone un disco tuttavia unitario, che parla di identità, di ricerca, di fragilità trasformata in gesto artistico e fiero.

Chitarre acustiche, qualche elettronica discreta, percussioni leggere sostengono il canto in dialetto, quelle «voci che si rincorrono, ascoltate, immaginate, sognate. Voci che raccontano amori divini e terrestri, che si arrampicano l’una sull’altra, restituendo la potenza delle melodie arcaiche», come le descrive il gruppo stesso. Vocazioni è un album che non offre soluzioni, bensì apre possibilità se si ascolta con attenzione perché cresce nel tempo e ha una forza sotterranea che cresce brano dopo brano e non si consuma.

Sono 10 melodie popolari, con la “classica” Procidana in due versioni, del sud Italia – religiosi e carnevaleschi, di lavoro e di ballo, raccolti dal Gargano alle saline del trapanese, passando per Ciuriddi du lu chianu della grande Rosa Balistreri – che possiedono fascino e ricchezza interni, grazie alle loro strutture modali, e che diventano espressioni corali dei bisogni collettivi e delle urgenze condivise nate dalla vita quotidiana delle comunità d’antan. Che però molto hanno da narrare (e insegnare) a quelle di oggi, sempre più disgregate e instabili.

Vania Palumbo

Vania Palumbo

Canzoni in forma di rosa – Vol. 2 (Bajun)

Voto: 8

Il secondo volume di Canzoni in forma di rosa conferma Vania Palumbo come una voce raffinata e sensibile, come è indispensabile per presentare un repertorio di musica tradizionale in forma cameristica, creando con cura artigianale piccole architetture di equilibrio tra parola, melodia e arrangiamento. Come è indispensabile per creare un progetto dedicato – come già il primo – a Pier Paolo Pasolini, in occasione del cinquantenario della morte, perché il poeta, regista e intellettuale bolognese si è sempre speso per la difesa della musica (e dei valori) della tradizione contro l’avanzare del consumismo.

Rispetto al precedente l’album perde il contributo di un paio di strumentisti per lasciare tutto nelle mani capaci della titolare, che si esibisce anche alla lyra medievale, alla citola (strumento antico a metà tra chitarra e violino, anche se le ricostruzioni sono dubbie), allo shruti box (una sorta di harmonium indiano) e ai tamburi a cornice, e in quelle eleganti di Giuseppe De Trizio alla chitarra classica e al mandolino. Ne deriva un disco che vive di dettagli, di sfumature, di respiri, cui una voce limpida e controllata, che si muove su una dinamica fatta di crescendo minimi e sospensioni cariche di significati, offre leggibilità e trasparenze.

Sono 15 tracce fragili e resistenti, di cui 10 tradizionali del Meridione rielaborate in veste di laude e cantigas medievali – entrambi i protagonisti sono attivi anche nel campo della musica antica – oppure di lieder ottocenteschi, i cui melismi puri come smeraldo e insieme radicati nella tradizione sono esposti con ricchi intrecci acustici, che ne rendono la rilettura del tutto contemporanea. Così come contemporanei sono i brani a firma De Trizio (due) e Alfio Antico, la poesia in dialetto grico salentino di Antonio Tommasi e la Che cosa sono le nuvole, scritta da Domenico Modugno e Pasolini per l’omonimo corto del regista.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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