C’era una vecchia pubblicità di uno snack salato che diceva “se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”. La si potrebbe parafrasare per presentare il nuovo album di Max Gazzè: “se non lo ascolti con un impianto hi-fi di alto livello, godi solo a metà”. Infatti il cantautore romano ha fatto un lavoro più attento e puntiglioso del solito sulla tecnica di registrazione e sulla strumentazione utilizzate per questo L’ornamento delle cose secondarie, venti canzoni costruite sui testi che Max aveva dimenticato nei cassetti fin dai tempi del suo debutto discografico Contro un’onda del mare, risalente a trent’anni fa.
«Sono partito da frammenti, idee, testi lasciati un po’ lì, abbandonati. Li ho ripresi e ho dato loro più compiutezza, lavorando sul senso della parola. Sono testi di mio fratello e miei, alcuni già presi in considerazione per i miei primi due album e poi trascurati per lavorare su quelli utilizzati allora», ci dice. «Oggi li ho ripresi e sono partito dalla loro musicalità intrinseca, le loro assonanze, consonanze, rime interne che sono già musica, per costruire le canzoni. Ho generato un contrappunto musicale sui suoni e su una musica che erano già nel testo e che ho voluto prevalessero sullo schema canzone tipico. Sono così più libere, per cui prendono un’aria più progressive.»
Hai fatto anche un lavoro molto attento sulle sonorità, ricordando la tua vecchia attività di produttore…
«Sì, ho lavorato in Francia come produttore per un’etichetta americana, curando prodotti di artisti francesi e statunitensi (ricordiamo, tra gli altri, i Pyramid e Tiziana Kutich, ndr.), ma ancora oggi mi chiamano “Orecchio chimico”, perché ho sviluppato in questi anni una grande attenzione ai suoni, mixaggi, scelte sonore, arrangiamenti. Per questo album, messi a punto questi brani, ho preso i miei amici e musicisti e sono andato in uno studio in mezzo alla campagna pugliese. Lì abbiamo suonato tutto a 432 hertz, la frequenza del benessere, ma soprattutto quella in cui tutto suona più naturale e più organico. Si registrava sempre così, prima di passare agli attuali 440 hertz nel 1939, e i grandi compositori classici facevano riferimento a queste vibrazioni e al loro sovrapporsi, sommarsi e dilatarsi.
Avevo deciso di fare un disco con strumenti acustici ed elettrici veri, senza nessun campione, e li ho fatti accordare tutti a 432 hz, orchestra (quella del Teatro Petruzzelli di Bari, ndr.) e pianoforte compresi, facendo persino costruire apposta un vibrafono e una fisarmonica che fossero accordati a questa frequenza, che molti chiamano “verdiana” perché fu Giuseppe Verdi a suggerirla come la più adatta alla voce umana e a usarla sempre. Per dare importanza a queste sonorità e catturarne la purezza, abbiamo registrato tutto con microfoni e registratori valvolari, alcuni addirittura con nastro magnetico, microfoni a condensazione e di prossimità e altri messi in lontananza per registrare tutte le frequenze, tanto che ogni strumento aveva dai 9 ai 12 microfoni.»
Il risultato si sente, eccome, ma non certo utilizzando solo le piccole casse audio di un pc oppure, peggio, un cellulare. Più il riproduttore è sofisticato, con subwoofer, woofer e tweeter fedelissimi, con magneti e coni diffusori perfettamente assemblati, con un amplificatori senza alcuna distorsione, più si potrà apprezzare la qualità veramente di alto livello della registrazione. E ovviamente la qualità di altrettanto valore dei 20 brani, che Max ci ha descritto così.
«Il contadino magro, con l’orchestra, è un brano sulla perdita delle illusioni e la loro trasformazione. L’eremita parte 2 e Sul filo parte 2, che riprendono i pezzi omonimi sul disco d’esordio, sono l’uno una riflessione sull’innocenza e sull’isolamento, l’altro sulla tensione dell’instabilità. Intermezzo bianco, con la strepitosa concertista coreana Sun Hee Yoo al piano, racconta la sospensione emotiva tra due scelte. Faccia da vecchi descrive l’attraversamento delle età della vita, mentre Amo è un elenco di accettazioni, che non distingue alto e basso, sacro e profano, perché “siamo tutti riassunto di un tutto”. Da piccolo è il ricordo dell’infanzia e Sorriso largo descrive il legame invisibile tra generazioni e l’amore incondizionato come specchio e continuità.
Cherubini scalzi è una visione: un senzatetto che si allontana mi ha fatto capire che noi siamo esseri spirituali che fanno in questo mondo un’esperienza umana, non viceversa come si crede sempre. La legge dell’etica è una dichiarazione di responsabilità morale, sulla necessaria tensione verso la giustizia, l’equità e l’onore. Attriti fa un elogio alla leggerezza interiore e La forma è una ricerca dell’essere attraverso la percezione, perché la realtà è tutto ciò che posso interpretare e percepire, secondo la filosofia di Aldous Huxley. Il matrimonio di tua figlia, che potrebbe essere la mia che è proprio in quell’età lì, narra il momento in cui il tempo si spezza, quando lasciar andare è un dolore necessario, è il male minore.
Ali è una meditazione sull’insufficienza umana e Io Giuda è un monologo interiore che esplora colpa, rimorso e consapevolezza. Rumore racconta il contrasto tra la preghiera interiore e i frastuoni della città. Fatto accaduto in estate è un brano sulla transitorietà, tra tempo che scivola e memoria che non si trattiene. Dio narra una serie di immagini interiori, che attraversano rimorso, speranza, promessa, desiderio. Terra madre è il brano più esplicitamente politico: denuncia la mercificazione del mondo e afferma la necessità di una resistenza etica. Infine L’oscurità vuole offrire un’immagine di “sana follia”.»
Detto che musicalmente la scelta armonica dei 432 hz offre al suono un’ampiezza e una profondità insolite (ricordiamo che, ad esempio, venne registrato in questa modalità Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd), che però si percepiscono solo con un impianto di alta qualità, aggiungiamo che l’album è vario e articolato, pur con la sua andatura generalmente old style. Si passa da momenti più dolci e delicati a brani decisamente anni 80, quasi alla a-ha, la band synth pop norvegese di Take On Me, da melodie che ricordano Franco Battiato (che Max ricorda con un affetto quasi filiale) a passaggi decisamente rock, mentre la maggior parte del progetto si attesta sui riferimenti progressive citati, un po’ alla Gentle Giant, un po’ alla Electric Light Orchestra.
Perché questa scelta, che per certi versi possiamo chiamare un ritorno alle origini?
«Mi sono ritrovato a desiderare di fare qualcosa che non comportasse una finalità, l’andare in radio o il partecipare a un festival. Sentivo la necessità di fare così. Solo dopo mi sono accorto che quello era il mio modo di comporre quando ho iniziato musicando poesie di mio fratello o mie. Così ne ho prese alcune che non erano diventate canzoni e ho attribuito loro un andamento sonoro che potesse seguire la musicalità delle parole. Quando elabori il testo su una musica già scritta sei costretto a introdurre inglesismi e parole tronche, mentre il nostro vocabolario è pieno di parole che scivolano, adattissime alla lirica. Ti ricordo che quando Giacomo Puccini ha scritto la Bohème ha musicato un libretto già scritto.»
E questo andare avanti e indietro nel tempo a cercare spunti e idee si ritrova anche nei tuoi testi…
«Sì, anche perché sono convinto che la parola tempo nasconda un grande inganno, una grande illusione. Proprio indagandone la natura, vista anche attraverso varie culture, ho scoperto la fregatura del tempo, perché la sua percezione è diversa dalla sua interpretazione lineare. Il tempo che viviamo è percezione, possiamo sperimentare un tempo alla volta, che dipende da dove siamo. Ciò che cambia non è il tempo, ma è la coscienza che si muove dentro di esso. Lo affermano anche le teorie della quantistica contemporanea. In fondo cos’è l’eternità se non il continuo divenire delle cose? Cos’è il cambiamento se non il continuo presente?»
Gazzè presenterà le sue idee e le sue canzoni durante quattro incontri in store alle librerie Feltrinelli, il 15 maggio a Roma, il 16 a Milano, il 19 a Torino e il 21 a Bologna, mentre sarà in tournée da ottobre a dicembre in teatri di meno di mille posti «dove buio, contrasti, scenografie, luci, suonano con te e ti ispirano» con tre date consecutive per ogni città (eccetto Roma, dove chiuderà con cinque esibizioni subito dopo Natale). «E ovviamente saranno concerti a 432 hertz con banchi analogici, le vecchie fruste di cavi e così via.»






































