Ieri sera, all’Atlantico di Roma, Rancore torna a suonare dal vivo con “Tarek da colorare live”. Non solo una data nella sua città, ma una ripartenza dopo anni di silenzio discografico e dopo l’universo complesso di Xenoverso.
Il concerto romano arriva dentro una fase nuova del percorso di Rancore: Tarek da colorare non è semplicemente un album da portare sul palco, ma un dispositivo narrativo. Un ritorno a Tarek, certo, ma anche una cancellazione, una ricostruzione, una lingua da imparare di nuovo. Il live segue questa direzione: più che cercare l’impatto immediato, costruisce un’immersione. Chi era all’Atlantico non ha assistito solo a una sequenza di brani, ma a una progressiva costruzione di un immaginario.
La forza dello show sta proprio qui: nella capacità di tenere insieme rap, spoken word, tensione teatrale e densità concettuale senza trasformare tutto in esercizio cerebrale. Rancore resta uno degli artisti italiani più riconoscibili quando si tratta di usare la scrittura come materia viva. Ogni barra sembra chiedere attenzione, ogni incastro pretende ascolto. Non è un concerto da consumo rapido: è un live che va seguito, attraversato, quasi studiato mentre accade.
Nei passaggi più serrati emerge la componente tecnica, quella del rapper capace di tenere alta la tensione metrica; nei momenti più narrativi, invece, prende spazio la parte più fragile e visionaria del progetto. È in questo equilibrio che il concerto trova la sua identità: Rancore non cerca di semplificarsi per piacere di più, ma pretende che il pubblico entri nel suo mondo.
Il ritorno a Roma aggiunge inevitabilmente un valore emotivo alla serata.
“Tarek da colorare live” non è solo il nuovo tour di Rancore. È la conferma che il suo percorso resta uno dei più personali e meno addomesticabili del rap italiano.







































