I dischi migliori chiedono tempo, attenzione, disponibilità a lasciarsi trasformare. Non offrono risposte, non costruiscono narrazioni rassicuranti, sono organismi sonori che vivono di correnti sotterranee, di tensioni (ir)risolte, di immagini che emergono e scompaiono. Sono un invito a scendere in profondità. E offrono la sensazione di attraversare un luogo fragile e instabile, diamantino ed elastico, ma sempre necessario. Un luogo che abbiamo sempre portato dentro. Sono dischi come questi.

Giovanni Falzone Libera Band

Giovanni Falzone Libera Band

Suite For Miles (Tŭk Music)

Voto: 9

 Acclamato fin da giovane e all’unanimità da critica e pubblico come uno dei maggiori jazzisti della generazione nata negli anni 70, l’oggi 52enne Giovanni Falzone è sempre stato per indole e temperamento un personaggio che non si è accontentato dei progressivamente notevoli traguardi raggiunti, ma ha cercato a ogni nuovo lavoro di spiazzare gli estimatori. Il colto trombettista/compositore/arrangiatore è abituato a guardare sempre in avanti, così per questo pregevole Suite For Miles ha messo in piedi un quintetto apposito di musicisti under 30, che già nel nome presenta la volontà di mettere al centro «la libertà, ossia la capacità di sapersi muovere su ambiti e territori musicali diversi, sia a livello creativo, nello sviluppare in modo autentico il materiale compositivo attraverso “finestre di libertà” che mettano in risalto le qualità e le peculiarità di ciascun elemento del gruppo, sia nella capacità esecutiva, in modo da valorizzare anche il più piccolo dettaglio compositivo».

Completato da Raffaele Fiengo al sax alto, Massimiliano Cameroni al pianoforte, Giuseppe La Grutta al basso elettrico e Riccardo Marchese alla batteria, l’ensemble si avventura, con invidiabile padronanza linguistica, nei tortuosi sentieri del sound davisiano, nelle sue metamorfosi, nelle sue prospettive, nei suoi insegnamenti, arrivando a creare un’inedita ipotesi di sua combinazione con il free più comunicativo e con la ri-creazione più aperta. Falzone è bravissimo a cucire con lucidità e rigore le parti di natura derivativa (gli standard del “divino” trombettista di cui ricorre il centenario dalla nascita, Milestone, Blue In Green, Solar, So What, e dei suoi accoliti, Tutu di Marcus Miller e Footprints di Wayne Shorter) con quelle originali di proprio pugno, evitando innanzitutto le frammentazioni, salvaguardando il vitale impulso delle une e delle altre ed esaltando le peculiarità dei partner.

Questo viaggio dentro le “ere” di un musicista che ha cambiato più volte la storia del jazz, esprime un rispetto profondo, quasi fisico, con quel lirismo teso, quella linea che si piega e si rialza, che è segno di una riconoscenza e insieme un atto di realizzata emancipazione. La suite è un percorso a tappe, dove i temi emergono come segnali, le deviazioni sono improvvise, le aperture illuminano sentieri possibili, i cambi di densità ricordano quanto Miles abbia sempre rifiutato la staticità. Il risultato è spettacolare perché Falzone non “ricostruisce” mai Davis, lo interroga sempre.

Straight Jazz Quartet

Straight Jazz Quartet

No Such (Alfa Music/Egea)

Voto: 8

 Esistono due declinazioni di straight jazz. La prima è quella coniata attorno a un secolo fa che definiva così «quelle interpretazioni senza fantasia né improvvisazioni eseguite dalle orchestre da ballo “tutta eleganza e belle maniere”» di allora, in contrapposizione all’hot jazz di chi ci metteva ardore ed espressività, Louis Armstrong su tutti. L’altra è quella (all’inizio era straight-ahead, poi abbreviata) degli scorsi anni 60, che si riferiva a un tipo di jazz che rifiutava le contaminazioni con il rock e con il free che iniziavano a prendere piede, preferendo invece riferirsi alla grande storia del jazz, dallo swing al bop.

Ovviamente fa riferimento a questa seconda poetica lo Straight Jazz Quartet di Marco Caruso, sassofonista dall’ampio ventaglio di sfumature, Gaetano Spartà, pianista e tastierista eclettico di formazione classica, Alberto Amato, contrabbassista, e Marcello Arrabito, batterista, ritmi di grande precisione e vitalità. Tutti musicisti di grande esperienza, sanno coniugare un jazz che fonde tradizione e modernità, tanto “ortodosso” quanto piacevole, post-bop, modale e idee più attuali si combinano in un modern mainstream che non si accontenta della forma, ma la utilizza come fonte di preziose tensioni dinamiche, timbriche, armoniche.

No Such è il disco d’esordio di una formazione che sembra porsi la domanda delle domande: cosa resta oggi del quartetto jazz acustico quando si decide di non concedergli alcuna nostalgia e neppure la tentazione di un’avanguardia forzata? E che soprattutto sa rispondere con una lucidità rara, perché il suo jazz (che non a caso apre la serie degli otto brani originali con la dedica a McCoy Tyner di Tyner Blues) non è mai esibizionismo né compiacimento, bensì procede con una calma determinata, tra lirismo controllato e improvvise accensioni, tra solismi quasi tattili e interplay serrato, verso una dichiarazione di poetica, un modo di stare nella contemporaneità senza proclami, ma rivelando una profondità che non si concede subito, però, appena percepita, rimane impressa.

Psoas

Psoas

Satori (Aut)

Voto: 8

Trio jazz di ottimi studi e spontanei contrappesi quello del sassofonista – rigorosamente al tenore – Alessio dal Checco, del chitarrista Giulio Cuppari e del batterista Giosuè Consiglio. Gli Psoas, il cui nome viene dal muscolo profondo che collega colonna vertebrale e gambe, si sono formati nel 2022 nell’ambito musicale milanese e hanno debuttato in quello stesso anno con l’album Here We Stand. Da allora diverse sono state le vicissitudini e numerosi i concerti che hanno permesso loro di cristallizzare un sound di corpo e inquietudine, di coesione e di fragilità, tra gesto rituale e improvvisazione libera.

Questo Satori è un disco dalla tensione costante, sotterranea, come se ogni nota fosse il risultato di un conflitto interiore. Un album che esprime, dicono i protagonisti, «una ricerca di equilibrio tra ricordo e sogno, tra intuizioni ferme come alberi e fragili certezze». Un lavoro coraggioso, che non teme di restare in bilico, con il suono del trio che è costruito su una trama di droni, pulsazioni lente, frammenti melodici che emergono e scompaiono, ritmatismi tra essenzialità e frenesia.

Satori è un termine giapponese fondamentale nel Buddhismo Zen e indica un’esperienza improvvisa e profonda di intuizione che porta a vedere la vera natura della realtà, tra “illuminazione” e “risveglio”. Per descriverla i tre si muovono tra certe derive del jazz scandinavo più atmosferico e dialoghi con la tradizione del minimalismo americano, tra improvvisazioni che parlano la lingua di un jazz-rock disarticolato e spazi lasciati a un silenzio carico, che diventa parte integrante della composizione, tra propensione al rischio di un free pulsante e attesi ritorni all’interazione più organica e viscerale. Il sound si muove come un continente perduto che riaffiora a tratti, con scosse telluriche e improvvise aperture luminose, e ogni brano sembra una camera sommersa in cui la pressione sonora cambia, si attutisce, si deforma, si espande, rappresentando una forma di “comprensione” che è vitale cura di sé, sia fisica che spirituale.

Enten Eller e Gianluigi Trovesi

Enten Eller & Gianluigi Trovesi

Eλπίδα (Elpida) (Dodicilune/IRD)

Voto: 9

 Nel 1983 il percussionista e compositore Massimo Barbiero strutturò il nucleo degli Enten Eller con l’idea, come affermava qualche tempo dopo, di dargli «come riferimento principale la AACM di Chicago, con molte influenze: dalla creative music europea al rock progressivo degli anni 70 e a qualunque altra pagina importante del Novecento (non solo in senso classico)». Da allora, con una serie n di album all’attivo, il trombettista/flicornista Alberto Mandarini, il contrabbassista Giovanni Maier e il chitarrista Maurizio Brunod, insieme al leader, hanno sviluppato un jazz corale e suggestivo, carico di atmosfere dense di sapori personali e di intrecci post-free, di inquietudini crepuscolari e di minimalismi architettonici. Questo alternando solo il quinto elemento, impegnato al sassofono, passando da Tim Berne ad Achille Succi, da Lauro Rossi a Javier Girotto, arrivando oggi ad accogliere la voce densa e corposa di Gianluigi Trovesi.

Eλπίδα (Elpida), “speranza” in greco, è un titolo che potrebbe far pensare a un disco consolatorio, immerso in un futuro palpabile e fecondo. In parte è anche questo, però qui il paesaggio sonoro è al solito complesso, e allinea passaggi cruenti ad ampie aperture, sonorità avvolgenti e descrittive a un continuo gioco sullo squilibrio, sulla tensione, sul contrasto. L’abituale capacità degli Enten Eller di mantenere un equilibrio perfetto tra struttura e libertà, si unisce al “canto” di Trovesi, che sa essere antico e modernissimo, che conduce spesso le linee di una miscela emozionante – registrata live durante un’esibizione a Saint Vincent, in Valle d’Aosta – che si muove tra tradizione popolare, camerismo contemporaneo e improvvisazione aperta.

Le vibrazioni così variabili di tutto il cd sono un invito a lasciarti sorprendere, l’ensemble funziona come un laboratorio timbrico e la dimensione ha un che di teatrale perché la elpida del titolo non diventa mai trionfo, bensì vive e ti entra dentro come possibilità. Del resto la speranza, come questo jazz, non è un sentimento semplice, ma un processo, un cammino, un atto di resistenza poetica.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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