Don’t Let The Sun
di Jacqueline Zünd
con Levan Gelbakhiani, Karidja Touré, Agnese Claisse, Cecilia Bertozzi, Maria Pia Pepe
In un futuro catastrofico vivremo di notte e ci ripareremo di giorno per via delle temperature: questo film inizia con 49 gradi alle 18.55, all’alba altoparlanti pubblici avvertono che il sole si leva, le strade assolate e accecanti sono deserte, tutto si svolge al buio, nella tristezza: Cleo, madre single di una figlia da inseminazione artificiale, Nika, riceve l’invito della scuola a dare compagnia alla bambina usando un’agenzia che propone il suo miglior impiegato, Jonah, che già lavora a impersonare il figlio morto di un’anziana coppia e forse funge da fidanzato di una ragazza. Nika dice subito che non ha bisogno di un padre, ma poi la chimica funziona: la bambina scopre la figura paterna, e Jonah (che vediamo sopperire alla carenza di contatti con strani riti collettivi di abbracci ruvidi) crolla. È un film lento di sentimenti lenti, di solitudini e di architetture. Il “kazoku daiko”, il fornire attori per sopperire l’assenza di padri, madri, figli o amori, è una realtà in Giappone e l’abbiamo già incontrata in film come Alps di Lanthimos (lì i figuranti fingevano d’essere i morti che tornavano nelle famiglie) o nel recente Rental Family di Hikari. La “ragazza” di Jonah legge Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong e le architetture brutaliste nel nostro caldissimo futuro sono riprese del complesso Monte Amiata del Gallaratese e delle “Lavatrici” di Genova (Pegli 3). Il titolo, dice la regista, viene da Don’t Let the Sun Catch You Crying (“Non lasciare che l’alba ti faccia piangere”), canzone anni Sessanta di Gerry and the Pacemakers. L’attore finto padre, Levan Gelbakhiani ha vinto a Locarno 2025. La Zung è anche sceneggiatrice dell’imminente Heat, un film sugli effetti del calore nel Golfo Persico.





































