Nel jazz, il trio è un laboratorio di traiettorie e di possibilità. Cambia la combinazione strumentale e cambia il mondo che si apre, perché tre strumenti bastano per creare un mondo dove non c’è spazio per nascondersi, dove sono richiesti ascolto reciproco, fiducia, capacità di sottrarsi. Ogni trio è un patto tra voci che si ascoltano, si sfidano, si sottraggono spazio e poi se lo restituiscono. È un triangolo mai immobile che non perdona, tutto è esposto e proprio per questo permette una libertà che ensemble più grandi non possono concedersi. I quattro dischi che vi proponiamo mostrano come il trio, nelle sue metamorfosi, resti uno dei luoghi più fertili del jazz contemporaneo.

Simone Basile, John Patitucci, Antonio Cerfeda
Perspectives (Encore Music)
Voto: 7/8
È proprio uno specialista del trio il chitarrista tarantino Simone Basile, che ha inciso da titolare quasi solamente in questa formazione (a eccezione del cd Morning Raga del 2022) e che anche qui è l’autore di tutti i brani. Con lui nel “broccolino” Bunker Studio sono entrati il 16 giugno 2025 – tutto l’album è stato “cotto e mangiato” in un solo giorno di registrazioni – il superbassista di Chick Corea e cento altri John Patitucci e il promettente batterista Antonio Cerfeda.
«Perspectives non è solo un titolo», dice il protagonista, «è un invito a guardare e ad ascoltare da nuove prospettive. È un viaggio attraverso e oltre la musica, uno spazio in cui diverse visioni coesistono, intrecciandosi senza mai annullarsi a vicenda. Ogni brano nasce da uno sguardo, da un’esperienza, da un silenzio condiviso.» Questo non è un disco che vuole stupire, né cerca la densità a tutti i costi, preferisce la chiarezza, la trasparenza, la possibilità di esprimersi attraverso linee di luce.
Lo stile di Basile, che ricorda un incrocio tra Pat Metheny e Wes Montgomery (cui nel 2021 ha dedicato l’album tributo Wes Or No), è il centro mobile del progetto, ma i due ritmi sanno diventare voci parallele, che cantano, rispondono, anticipano. Gli otto momenti che disegnano sono un piccolo miracolo di equilibrio stilistico, tutto giocato su un rapporto forma/naturalezza che li porta in una dimensione più cameristica che virtuosistica, in un centro di gravità dove le domande sono aperte e gli sguardi ricercano l’essenza nelle sfumature. Dall’iniziale Back Home alla conclusiva To Johnny ascoltiamo un jazz che preferisce la chiarezza, la misura, l’equilibrio, cambiando densità senza cambiare direzione, come una stanza in cui la luce si muove lentamente.

Pasquale Buongiovanni
A Bigger Boat (Alfa Music)
Voto: 8
Nomen omen, anche quasi. C’è un poeta calabrese che si chiama Pasquale Bongiovanni, che «possiede un sentire e un dire che sono intimamente e socialmente suoi e che attraverso il ritmo, la musica, nulla lasciano alla verbosità delle parole» e il cui «linguaggio preciso, stringato, puntualmente esalta il pensiero che governa la stessa scrittura poetica, conferendo ai suoi versi un respiro universale». Sembra incredibile, ma sostituendo “parole” con “note” e “versi” con “brani” si ottiene una descrizione quasi perfetta della proposta artistica del chitarrista Pasquale Buongiovanni, titolare e autore di tutte e otto le track di questo album.
Reduce da scritture e arrangiamenti per organici ampi, il musicista pugliese opta per la formazione minimal per il suo terzo album da titolare (considerando Land(e)scape del 2015 e Amphibious del 2019 con il suo Glare 7tet), scegliendo come titolo una frase tratta dal film Lo squalo, che esprime – tra paura e ironia – la necessità pratica del protagonista di fronte all’enormità dell’animale. Così A Bigger Boat è una dichiarazione, perché ci dice che stiamo ascoltando un disco che vuole spazio, che vuole mare aperto, che non teme il movimento. Ogni brano del quale è una rotta, ogni improvvisazione una corrente che trascina, ogni deviazione un’onda che cambia la forma del viaggio. E insieme tutto avviene in una quiete apparente, dalla qualità elastica e il lirismo coerente, sotto una superficie appena increspata.
Con un piglio espressivo che è ancorato alla migliore tradizione jazzistica della sei corde, Jim Hall e Barney Kessel in primis, e con una chiarezza rara, Buongiovanni guida i suoi partner Antonello Losacco al contrabbasso e Mimmo Campanale alla batteria, duttili e sensibili, in itinerari che si muovono per arrivare Fino a nuovo disordine, che possiedono una Persistenza graduale, che decollano lievi come una Elegia cinetica. Per un disco che invita a salire a bordo e lasciarsi portare.

Mauro Ottolini
Trio Osaki (Azzurra Music)
Voto: 8/9
A giudizio di chi scrive Mauro Ottolini va annoverato tra i big del jazz italiano, nella categoria dei Rava, dei Fresu, dei Bollani, dei D’Andrea, degli Actis Dato. La sua inventiva combinatoria, la sua abilità nella sintesi di linguaggi diversi, la sua disinvoltura nel maneggiare tutta la tradizione jazzistica, dalle bande di New Orleans alle follie del free, il suo percorso culturale e poetico stralunato e non di rado irriverente sono caratteristiche che lo rendono unico, dotato di una tavolozza espressiva che evoca, e il paragone non è azzardato se i riferimenti sono Rousseau il Doganiere oppure Antonio Ligabue, la pittura naïf.
Il Trio Osaki è l’ultima invenzione del trombonista veronese (qui impegnato anche alla tromba bassa e alle conchiglie, oltre ad arrangiare tutti i brani) e lo vede affiancato dal fisarmonicista Thomas Sinigaglia e dal chitarrista Marco Bianchi allo strumento classico. Insieme producono un sound corposo, stimolante e coinvolgente, che fa riferimento a mille mondi diversi, combinando O diabo e a água benta, come titola la track di apertura, firmata da Sinigaglia. Il loro è un jazz di ogni derivazione, capace di prendere le distanze dai condizionanti riferimenti d’Oltreoceano, pur non rinnegandone i primari insegnamenti, e di fagocitare atmosfere popolaresche e Don Cherry, le sonorità armene del pianista Karen Asatrian (bellissimo il suo Once In A Secret Garden) e i sogni felliniani di Nino Rota, la sonata classica per corno, tromba e trombone del 1922 di Francis Poulenc (contrappuntata da emozionanti jazz variation), Dizzy Gillespie e tango argentino.
Anche con l’aiuto qua e là del clarinetto di Francesco Bearzatti e del piano di Giulio Scaramella, Ottolini costruisce un mondo instabile, pieno di deviazioni, che è un invito al gioco e possiede una qualità teatrale: tutto può succedere ma ogni sorpresa è costruita con rigore e genialità. Il tutto lavorando sul colore, sulla densità, sulla possibilità di trasformare idee all’apparenza semplici in un piccolo universo sonoro.

Tommaso Starace Organ Trio
Live At Beaver Inn (Dodicilune/IRD)
Voto: 7/8
Si parla molto di “fuga dei cervelli” e il riferimento è sempre a studiosi o scienziati che hanno lasciato il nostro Paese perché costretti a svolgere il loro lavoro e le loro ricerche in situazioni difficoltose e poco soddisfacenti. Ogni tanto tra queste persone di talento e qualità troviamo anche un musicista, magari trasferitosi all’estero (nel nostro caso in Inghilterra, a Birmingham, dal cui Conservatorio ha ottenuto la Honorary Membership come ex-studente che si è particolarmente distinto nel campo della musica) per motivi personali, eppure capace di performance di pregio.
Il sassofonista milanese Tommaso Starace è uno di questi ed è diventato un personaggio noto nell’ambito jazz anglosassone, avendo registrato dal 2002 in poi numerosi album come leader, in formazioni che spaziano dal quintetto al solo sax (tra i quali segnaliamo Italian Short Stories del 2014, dedicato alle foto del grande Gianni Berengo Gardin, Eleuthera All That Jazz del 2018 e The Power Of Three in trio del 2020). La sua costante ricerca stilistica l’ha portato a confrontarsi con il bebop, la contaminazione latina, il funk e persino la rilettura al sax soprano delle Suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach.
Quindi è stato come “uccidere il vitello grasso” per il ritorno del figliol prodigo l’opportunità che l’etichetta Dodicilune gli ha offerto: pubblicare in Italia questo recente concerto, datato 13 ottobre 2025. Insieme con il batterista Pip Harbon e con Martin Jenkins all’organo Hammond, Starace affronta una rilettura di standard, firmati tra i 50 e i 70 da Thelonious Monk, Cedar Walton, Benny Golson, Erroll Garner (Misty, incisa anche da Mina nel 1983, album Mina 25), Blue Mitchell, Kenny Baron e anche Groovy Samba di Sergio Mendes, ma reso celebre dal grande Cannonball Adderley. Con il suo stile chiaro, narrativo, capace di passare dalla cantabilità alla tensione senza perdere identità, e con accompagnatori precisi senza essere rigidi e che non di rado diventano protagonisti, il Nostro ci restituisce tutta la bellezza, l’imprevedibilità, la fragilità, la forza dell’hard bop e del soul jazz dal vivo, con brani che Live At Beaver Inn si allungano, si trasformano, prendono strade che in studio non avrebbero imboccato.






































