Sarah Jane Morris: «La musica non dà risposte, ma apre conversazioni»

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© Ph. Rod Morris
© Ph. Rod Morris

La musica, per Sarah Jane Morris, non è mai stata soltanto una questione di voce. Eppure la sua voce basterebbe già a occupare la scena: profonda, scura, elastica, capace di spostarsi tra jazz, soul, blues e canzone d’autore con la naturalezza di chi non ha mai accettato confini troppo stretti. Ma nel suo caso il canto è anche memoria, presa di posizione, racconto collettivo. È una torcia che passa di mano in mano, soprattutto da donna a donna. Ed è proprio da questa idea che nasce The Sisterhood 2, secondo capitolo di un progetto dedicato alle grandi cantautrici e interpreti che hanno cambiato la storia della musica.

Una carriera tra pop, jazz, soul e libertà artistica

Il nome di Sarah Jane Morris è legato, per il grande pubblico, anche alla stagione dei Communards e alla celebre versione di Don’t Leave Me This Way, pubblicata nel 1986, brano che la vide duettare con Jimmy Somerville e che diventò un successo internazionale. Sul sito ufficiale dell’artista si ricorda come il singolo raggiunse il numero uno in molti Paesi, ad eccezione degli Stati Uniti, e come quell’esperienza portò Morris in tour con la band per un anno.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Da quel momento in poi, Morris ha costruito un percorso personale e indipendente, attraversando linguaggi diversi: jazz, blues, soul, rock, teatro musicale, impegno civile. Una traiettoria mai addomesticata, segnata dalla volontà di restare libera artisticamente e umanamente. Una libertà che oggi rivendica anche sul piano professionale: è manager di se stessa, ha una propria etichetta discografica e può scegliere i progetti a cui dire sì o no, senza inseguire necessariamente il successo finanziario. Come emerge dall’intervista, per lei il successo è poter continuare a fare ciò che ama, lavorando con musicisti che considera una vera famiglia artistica.

The Sisterhood 2, il secondo capitolo di un viaggio femminile

The Sisterhood 2, pubblicato il 6 marzo 2026, arriva alla vigilia della Giornata internazionale della donna e contiene 11 nuovi brani dedicati ad alcune tra le più influenti cantautrici della musica contemporanea. Il progetto è firmato insieme al chitarrista Tony Rémy, collaboratore centrale in questa nuova fase creativa.

Il primo capitolo di The Sisterhood era nato da una lista molto ampia di artiste, circa cinquanta nomi, che avevano colpito Morris per ragioni musicali, personali o politiche. Nel primo album ne erano entrate dieci; nel secondo, altre undici. Ma il materiale, racconta lei stessa, non si è esaurito: Morris e Rémy hanno già iniziato a scrivere il terzo volume.

Il cuore del progetto non è l’omaggio celebrativo, ma la ricostruzione di una genealogia. Morris guarda alle donne che hanno aperto strade, spesso in contesti dominati dagli uomini, pagando sulla propria pelle il prezzo della libertà. Artiste che hanno usato la propria voce non solo per cantare, ma per esistere, denunciare, spostare il confine del possibile. Non è un caso che il primo singolo del nuovo album, The Edge Is Where The Magic Is Found, sia dedicato ad Amy Winehouse, figura fragile e potentissima, simbolo di un talento nato anche in una zona di instabilità e ferita.

L’intervista

L’album The Sisterhood 2 è un progetto che attraversa generazioni di artiste. Quando hai capito che questa storia aveva bisogno di un secondo capitolo?

«Io e Tony Rémy, con cui ho scritto le canzoni, non riuscivamo semplicemente a fermarci. All’inizio avevo creato una lista di circa cinquanta cantanti e cantautrici che mi avevano toccata profondamente: alcune attraverso la loro musica, altre perché le avevo conosciute, altre ancora perché mi avevano ispirata con qualcosa che avevano fatto nella vita. Nel primo album ne abbiamo inserite dieci, ma era chiaro fin dall’inizio che ci sarebbe stato bisogno di un secondo capitolo. Così abbiamo continuato a scrivere e nel secondo album sono entrate altre undici donne. E non è finita: abbiamo già iniziato a lavorare al terzo volume di The Sisterhood».

Nel disco celebri cantautrici che hanno unito musica e impegno civile. Quanto è importante oggi per un artista prendere posizione in questo contesto storico?

«Per me è qualcosa che ho sempre fatto. Non credo che la musica debba essere soltanto intrattenimento: può anche parlare delle cose importanti. Quando un artista raggiunge una certa visibilità, penso sia fondamentale usare quella piattaforma, quella voce, per far riflettere le persone su temi sociali rilevanti. Non significa avere tutte le risposte o risolvere i problemi del mondo. Ma una canzone può entrare nella testa e nelle orecchie delle persone, può aprire una conversazione. Penso a figure come Bob Dylan: una canzone può far pensare, può far nascere un confronto. Per me la musica non è solo da sentire, è da ascoltare. E spero, nel corso della mia carriera, di aver contribuito ad aprire molte conversazioni».

C’è un filo comune che lega queste canzoni? C’è un tema preponderante o sono tutte diverse l’una dall’altra?

«Il filo comune è che tutte queste donne hanno usato la loro voce, il loro talento e la loro piattaforma per qualcosa di più grande. Non devono per forza essere politicamente attive in modo esplicito, ma devono essere consapevoli, desiderare una vita migliore per l’umanità, usare il proprio spazio pubblico per fare del bene. Penso, per esempio, a Fiorella Mannoia: non la conosco personalmente e non so se scriva tutte le sue canzoni, ma so che è una grande cantante e che ha usato molto bene la sua voce e la sua visibilità anche sul piano sociale. Se fosse anche autrice dei propri brani, avrebbe certamente i requisiti per entrare in questo progetto».

Nella prima canzone, The Edge Is Where The Magic Is Found, sembra emergere l’idea che la magia nasca quasi al limite. C’è un riferimento anche alla sua carriera? C’è stato un momento di maggiore criticità?

«Quella canzone è legata in particolare ad Amy Winehouse. Quando ho approfondito la sua storia, ho capito quanto la sua magia artistica fosse nata anche da un luogo pericoloso, instabile, doloroso. Anche io non ho avuto una vita semplice: vengo da una famiglia numerosa, ho sei fratelli, mio padre è andato in prigione quando avevo 17 anni, abbiamo perso la nostra casa e nella mia vita mi sono trasferita moltissime volte. Ma non mi considero una vittima. Mi sento fortunata, perché credo che tutto questo mi abbia aiutata a entrare in connessione con le storie di molte donne che racconto nel progetto. Tante di loro hanno avuto vite difficili, carriere complicate, hanno affrontato ingiustizie, violenze, abusi o battaglie personali. Io mi sono spesso sentita un’outsider, una persona fuori posto, ma credo che proprio quando non ci si sente comodi, quando si vive sul margine, possa nascere la creatività più forte».

Quindi il progetto vuole raccontare anche come le difficoltà personali possano trasformarsi in qualcosa di importante per la società?

«Mi sono avvicinata inizialmente a queste donne attraverso la loro musica, perché le loro canzoni mi avevano toccata. Ma, facendo ricerca sulle loro vite, ho capito che c’era molto di più: c’erano connessioni profonde, esperienze, ferite, lotte. Grazie alla mia storia personale riesco a comprendere meglio i loro percorsi. Quello che spero è che questo progetto spinga le persone ad andare indietro, ad ascoltare i cataloghi di queste artiste straordinarie, donne che sono state vere apripista e che hanno cambiato la musica popolare. Oggi ci sono molte giovani cantanti fantastiche, ma sono qui anche grazie a quelle donne che hanno aperto la strada prima di loro. Vorrei che le nuove generazioni capissero da dove arriva questa storia, perché le libertà e le possibilità di oggi non sono scontate. Sono il risultato di lotte, sacrifici e battaglie culturali. E bisogna continuare a difenderle, perché la libertà non è mai garantita per sempre».

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