La leggenda vuole che all’inizio degli anni 60, in evidente crisi creativa, il sassofonista tenore Thedore “Sonny” Rollins decidesse di porsi in una sorta di esilio volontario, andando a suonare per qualche tempo in compagnia soltanto del suo fido sax sul ponte di Williamsburg, non lontano dal suo appartamento nel Lower East Side di Manhattan, dove l’acustica gli era congeniale e non c’erano vicini che potessero lamentarsi. Se si passava, lo si poteva ascoltare di giorno o più facilmente di notte mentre soffiava con disperata energia dentro il suo strumento, alla ricerca di un sound più robusto e compiuto, che lo soddisfacesse appieno. Quando ritornò alla vita pubblica e alle esibizioni, Rollins era molto più maturo, sicuro, davvero un Saxophone Colossus, tanto per citare il titolo di uno dei suoi dischi più famosi.
Da sempre il suo approccio energico e fantasioso al sassofono tenore lo ha reso uno dei musicisti jazz più importanti del dopoguerra. Ne piangiamo la morte avvenuta lunedì nella sua casa di Woodstock, nello stato di New York. Aveva 95 anni.
Alla fine degli anni Quaranta, quando la maggior parte dei giovani sassofonisti jazz prediligeva un suono leggero con un vibrato minimo, Rollins sviluppò un sound corposo e pieno, che richiamava lo stile più antico di Coleman Hawkins, il primo grande tenorista del jazz. Alla fine degli anni Cinquanta, quando la sua carriera da leader stava decollando, iniziò bruscamente una pausa – culminata con il ritiro presso il ponte – che durò più di due anni, principalmente, come spiegò in seguito, perché non era soddisfatto della qualità del suo modo di suonare.

Divenuto professionista – attorno ai 13 anni – ai tempi dell’ascesa del bebop, il suo modo di suonare fu permeato dalla raffinatezza armonica e dall’audacia ritmica di quel genere, ma nel corso degli anni ha flirtato con l’avanguardia, il jazz-rock e altri stili. La sua energia feroce, la sua propensione a proporre la nota inaspettata nel momento inaspettato e il suo suono insolito – a volte aspro e beffardo, a volte sontuoso e romantico – lo hanno comunque reso inclassificabile. «La musica che suono è troppo vasta per essere racchiusa in un unico stile», ha dichiarato a un intervistatore nel 2002. «Ogni volta che prendo in mano il sassofono, voglio sentire qualcosa di nuovo.»
Nato ad Harlem il 7 settembre 1930, realizzò le sue prime registrazioni nel 1949 con la cantante Babs Gonzales e ben presto divenne molto richiesto nella scena jazz di New York, collaborando con figure di spicco come Miles Davis, Thelonious Monk e Bud Powell. All’inizio degli anni 50, come molti altri musicisti jazz della sua generazione, divenne dipendente dall’eroina, ma nel 1955, “pulito”, raggiunse la fama mondiale come membro del popolare quintetto guidato dal batterista Max Roach e dal trombettista Clifford Brown. Nel 1956 registrò due album destinati a diventare dei classici: Tenor Madness, che includeva il suo unico incontro registrato con il collega sassofonista John Coltrane, e Saxophone Colossus, il cui titolo si riferiva sia alla sua statura fisica che alla sua rapida ascesa artistica. Gli album colpiscono per freschezza, padronanza ritmica, rinnovamento timbrico, intelligente utilizzo delle pause, abilità nel criptare le linee melodiche.
Prima del “ritiro del ponte” propose altre performance memorabili. La partecipazione al monumentale capolavoro dell’amico Monk Brilliant Corners, la fresca e magnetica rielaborazione di canzoni western Way Out West, la travolgente testimonianza di un suo concerto A Night At The Village Vanguard e l’altro ottimo LP Freedom Suite, che s’ispira agli umori che animavano i movimenti impegnati nella conquista dei diritti civili. (L’argomento “libertà” verrà poi recuperato nel ‘60 in maniera decisamente più radicale da Max Roach nel disco/manifesto We Insist: Freedom Now Suite.)
«Molte persone non riuscivano a capire perché avessi smesso di suonare», ha dichiarato alla rivista DownBeat. «Ma ho imparato qualcosa. Era necessario per acquisire la sicurezza di cui ho bisogno per suonare questo tipo di musica.» Di fatto il suo periodo sabbatico lo vide dedicarsi agli studi tecnico/teorici e, in particolare, alle innovazioni ritmiche-melodiche-tonali introdotte al volgere dei 50 da Ornette Coleman.
Il suo ritorno nel 1961, con tanto di contratto con la RCA Victor insolitamente redditizio per un musicista jazz, fu accolto come una notizia di grande rilievo e la pubblicità generata durante la sua lunga assenza, indusse la casa discografica a intitolare il suo nuovo album The Bridge, che diede inizio a un periodo intenso e produttivo. Si esibì in locali, concerti e festival in tutto il mondo, scrisse e registrò la colonna sonora del film britannico di successo Alfie, si avvicinò a giovani sperimentatori come Don Cherry e Billy Higgins e al free, così come al venerabile Coleman Hawkins, il sassofonista che definiva il suo idolo.
Tra il 1966 e il 1972 non registrò quasi più nulla, trascorrendo gran parte del suo tempo in Giappone e in India, in quella che in seguito definì “una ricerca spirituale”. Negli anni successivi, Rollins ricevette spesso critiche severe, soprattutto quando, come molti suoi colleghi jazzisti negli anni 70 e 80, abbracciò strumenti elettrici e ritmi rock, collaborò con i Rolling Stones, sovrapponendo parti di sassofono a tre brani del loro album Tattoo You (1981), iniziò a enfatizzare gli elementi della sua musica più appetibili al pubblico, in particolare sottolineando la sua predilezione per il calypso. Tra gli album sfornati, pochi possono essere considerati memorabili, tra le eccezioni segnaliamo The Cutting Edge (1974) – ma il merito principale va al pezzo con l’intervento pirotecnico del grande virtuoso di cornamusa Rufus Harley – e il tour de force travolgente The Solo Album (1985).
In quegli anni Rollins raggiunse il massimo successo della sua carriera, rimanendo costantemente, nonostante i suoi indiscutibili alti e bassi, una delle attrazioni concertistiche più popolari del jazz. Arrivò a tenere un concerto da solista al Museum of Modern Art di New York, improvvisando per due ore senza accompagnamento, e a eseguire il suo Concerto per sassofono tenore e orchestra a Tokyo con la Yomiuri Nippon Symphony Orchestra. E a continuato a esibirsi e incidere – soprattutto riusciti album live e This Is What I Do, che gli è valso un premio Grammy 2001 per il miglior album strumentale jazz – fino al 2012, quando, dopo aver ricevuto una diagnosi di fibrosi polmonare, ha tenuto la sua ultima esibizione pubblica. Solo due anni prima il suo proverbiale stile focoso, irruento, incontenibile, essenzialmente modale, gli era valso l’elezione a membro dell’American Academy of Arts and Sciences e permesso di diventare il primo musicista jazz a ricevere la prestigiosa medaglia Edward MacDowell per i suoi meriti artistici.







































