C’è un filo sotterraneo che unisce la notte sintetica di Alex Puddu, la solarità consapevole di Malcolm Strachan, il warmth appeal di Shane Sato e la riflessione moderna di Kat Eaton. È la loro volontà di trasformare il groove in un linguaggio emotivo, non solo stilistico. Con tre stili diversissimi, la disco più noir, un solare soul jazz, il lofi jazz e un attualissimo soul-pop, ci offrono idee di “movimento” vivo e scintillante come un cambio di luce all’alba.

Alex Puddu
Francia Meccanica (Al Dente)
Voto: 8
C’è sempre, nei dischi di Alex Puddu la sensazione di entrare in un film che non esiste, ma che riconosci subito. Il nostro deejay e produttore, nonché artista in proprio, multi strumentista e vocalist, che da anni risiede in Danimarca, di dove è in parte originario, con Francia Meccanica spinge ancora più in là questa vocazione cinematica, costruendo un immaginario che mescola Riviera notturna, erotismo controllato, synth che sudano, neon nebbiosi, sopra un groove che non si concede mai del tutto.
Puddu non ha mai dimenticato la sua italianità, tanto che i suoi numerosi album, sia da solista che con ensemble come Excess Bleeding Herat, Nerve, Puddu Varano e The Butterfly
Collectors, hanno sempre mantenuto contatti con l’italo-disco, con i soundtrack dei nostri film giallo-horror degli anni Sessanta e Settanta, con il cantautorato old style alla Alan Sorrenti. Il suo nuovo lavoro raccoglie una serie di spunti e idee brillanti che fanno riferimento a tutti gli amori che abbiamo citato, immersi in una serie di atmosfere intime e voyeuristiche, dal sex appeal stavolta ripreso da certe produzioni d’Oltralpe degli stessi periodi (dal Serge Gainsbourg di Je t’aime, moi non plus in là).
Un album che vive la notte e la mette in scena senza nostalgia, perché, nonostante i riferimenti agé, continua a essere una creatura viva, sensuale, pericolosa (il riferimento al film di Stanley Kubrik del 1971 Arancia meccanica è immediato), che ti guarda mentre cammini. In bilico tra la seduzione e la minaccia, la danza e l’ombra, Puddu allinea i suoi pad e i suoi synth scintillanti al basso elastico di Domenico Andria, al sax e al flauto aciduli di Jesper Løvdal, e si avvale delle voci femminili di C-line Mia ed Eloise Belair.
Notte in Riviera apre il disco con un’eleganza ipnotica, determinando subito che Puddu non vuole far ballare, vuole far immaginare. L’Amour Dangereux incrocia attrazione e pericolo alla maniera dei cantautori anni 70, ma è più scura, più tagliente. Dolce e Violenta evoca un’atmosfera noir senza descriverla mai apertamente, con una pulsione che ricorda certi club fumosi di periferia. Trasgressiva e St. Tropez sono momenti luminosi, tra funk all’italiana e synth-pop alla francese, mentre Il Piacere dei Vampiri ha un beat che scivola verso la disco più cupa e “parlata”. Parigi Perversa possiede un erotismo quasi cinematografico, con un funk europeo che sprona alla ricerca di lei. Lo strumentale Midnight Blue, con i suoi groove midtempo immersi in un fondale di suoni blaxploitation, e la sussurrata Café Mozambique chiudono un album che dosa tensione e morbidezza con la maestria rara di rendere contemporanea la nostalgia.

Malcolm Strachan
Look On The Bright Side (Haggis)
Voto: 8
Malcolm Strachan arriva al terzo album solista con la maturità di chi ha impiegato circa vent’anni di onorata carriera per arrivare al debutto come solista. Il trombettista scozzese ha infatti avuto una carriera punteggiata da collaborazioni importanti in ambito jazz e funky, da Lou Donaldson a Jamiroquai, da Amy Winehouse a Martha Reeves & The Vandellas, senza dimenticare la stabile presenza negli Haggis Horns, band e sezione fiati tra le più impegnate, di cui è stato uno dei fondatori. E già i suoi due lavori precedenti erano scatole magiche di colori e sapori, perfetto accompagnamento da serata estiva in riva al mare e aperte come uno scintillante e continuo fuoco d’artificio.
Look On The Bright Side è un album che respira, si apre, non ha paura di essere luminoso senza diventare superficiale. È un disco che nasce dal groove e che possiede la verve per modellarlo e trasformarlo in un gesto narrativo. Strachan ha superato il momento della ripresa del jazz di matrice hard bop che suonava suo padre e che fu la base della sua educazione musicale (come in About Time del 2020) e l’attenzione alla fusion dagli accenti groovy dell’etichetta CTI dei seventies (come in Point Of No Return del 2023), per arrivare a una sua personale rielaborazione di entrambi quei riferimenti, attualissima, calda, rotonda, mai aggressiva come la sua tromba. E arricchita da soul jazz contemporaneo, richiami fusion, tocchi latini, un’ombra di afrobeat e una produzione moderna che lascia spazio all’aria, al movimento, all’interplay.
«Volevo che la musica trasmettesse allegria e positività», afferma Strachan. «Inizio al pianoforte, lavorando su diverse idee di accordi finché non trovo qualcosa che mi sembra giusto. Una volta trovata l’armonia, le melodie tendono a venire da sole.» Un approccio che conferisce al cd fluidità e respiro, luminosità e convinzione. Alla base del sound un quintetto, che, oltre al leader, allinea i vecchi amici George Cooper (piano) e Atholl Ransome (sax tenore e flauto) e la nuova sezione ritmica, Pat Illingworth (batteria), Sam Quintana (contrabbasso) e Sam Bell (percussioni). Quest’ultimo è avvicendato in due brani dal superospite Steve Foreman, mentre Tom White al trombone e gli archi campionati di Richard Curran intervengono più raramente.
Tra i brani citiamo almeno Quest For Love, un raggio di sole filtrato da una tenda, sostenuto dalla voce di Tanja Daese e da un groove che ti prende per mano, The Eclipse, in cui la ritmica afrobeat si fonde con un brillante soul jazz, e l’emozionale chiusa Let Love Lead The Way, che apre una finestra sul lato più introspettivo del leader, che offre anche un ottimo assolo.

Kat Eaton
What Happens Now (Reason & Rhyme)
Voto: 8
Ha fatto tour come vocalist di Jools Holland, Marc Broussard, Teskey Brothers e Mama’s Gun; ha proposto numerosi concerti da solista a Londra, spesso sold out; ha co-firmato canzoni con Ruby Turner, Caro Emerald e Andy Platt (per Mama’s Gun e Young Gun Silver Fox); ha sperimentato generi inediti come “invitata” speciale a trasmissioni radio in Olanda e Belgio che propongono concerti live. Arriva oggi al terzo album da titolare Kat Eaton, gallese di Cardiff, trasferitasi a Sheffield, città dove il funk è macinato da numerose band di semiprofessionisti e dove ha incontrato il suo alter ego e partner Nick Atkinson, veterano del soul e del deep funk, che ha contribuito in maniera determinante, come chitarrista, produttore e co-autore, a ogni suo lavoro.
Dopo Talk To Me del 2021 e Honestly di tre anni successivo, ecco What Happens Now, il cui titolo sembra una domanda esistenziale dettata dalle tematiche che Kat e Nick propongono, non senza un pizzico di ironia, negli intelligenti testi: introspezione, vulnerabilità femminile, ricerca del sé, confronto con l’altro, resilienza, autenticità della persona. Il tutto proposto con un sound che unisce jazz contemporaneo, fusion elegante, blue eyed soul, pop sofisticato, oltre a una cura maniacale per il suono. Completano il nucleo operativo il tastierista Joe Glossop (ascoltato con Tom Jones e Van Morrison, tra gli altri), il bassista Spencer Brown, il batterista Sebastian Hankins, il percussionista Karlos Edwards e una terna di fiati, guidata dal trombonista Trevor Mires, già al fianco di Pat Metheny, Toots Thielemans e David Sanborn, per dire.
What Happens Now è un viaggio unitario, quasi un diario sonoro, che alterna momenti più energici a episodi contemplativi, sempre con un’evidente coerenza timbrica. Dieci brani, che partono con Break Free, un gospel-soul in crescendo, e Not Pretending, dall’eccitante groove soul-reggae. Poi il lento Better Left Unsaid, il tipico Northern soul con tanto di fiati di Kings And Queens, il rallentato soul-jazz nostalgico Real You e Humming Low, una ballad solo chitarra acustica e voce, che mostra una sensibilità rara nel trattare il silenzio come parte integrante della composizione. By Now, il momento più jazzy e sincopato dal testo pieno di riflessioni interessanti, Long Goodbye, sospeso ed intenso con la voce di Kat al suo top, e A Love To Call Your Own, un fragile incontro piano-voce, precedono la conclusiva title-track, dal respiro corale e con la ricchezza di un piccolo “manifesto” pop-soul.

Shane Sato
Wavelength (Mixto)
Voto: 8
C’è qualcosa di profondamente fisico in Wavelength, come se Shane Sato avesse deciso di trasformare la vibrazione in una materia concreta, modellabile, quasi tattile. Questo album attraversa stati emotivi che si muovono come onde lunghe, lente, capaci di cambiare forma senza perdere identità. La stessa ritmica – il Nostro nasce come batterista e di fatto continua a esserlo come membro della band pop dei Box Dreams – possiede una morbidezza che ricorda il moto dell’acqua più che il gesto del drummer.
Sato, che è di stanza a Los Angeles, è oggi soprattutto un multistrumentista (da chitarra e piano a basso e trombone) e produttore e giunge al suo terzo album da titolare, dopo Airwaves (Deluxe), co-firmato con l’altro polistrumentista Coastal e l’extended play, dura poco più di 20 minuti, Until We Meet Again. Il suo universo sonoro “galleggia” sul confine tra jazz contemporaneo di fattura lofi, ambient appena strutturata, neosoul, errebì indie e una certa idea di minimalismo melodico che non rinuncia mai al calore umano.
Wavelength si sviluppa quasi fosse una breve suite – dura poco più di 27 minuti – in 10 movimenti, aperta da una breve intro che ne porta il nome e che ha un’andatura cinematografica. Il musicista nippo-americano si occupa di tutta la stesura sonora, chiamando di volta in volta gli ospiti adeguati ad arricchire il percorso, a offrire corpo e frammenti di luce a una musica che avanza come una corrente lenta, sospesa in un’atmosfera limpida.
Il più partecipe è il produttore Coastal, l’eclettico talento californiano Charles Lyons (vanta oltre 25 milioni di ascolti su tutte le piattaforme di streaming musicale), che firma – insieme a Sato, autore di tutti i brani – quattro track: l’iniziale Never Let You Go, una ballata soul cantata dal vocalist di Nashville Oli-J e punteggiata dal sax alto di Jonah Tarashansky, la brillante e jazzata Cross Fade, con il basso pulsante di Mitchell Solkov, la breve e liquida Nods e la conclusiva Pulse, uno strumentale jazztronic di ampio respiro, grazie anche all’accattivante sax di Glen Turner II, noto da solista come Kazeshini. Coastal coproduce anche Clouds, il momento più pop-jazz del cd, scritto e cantato dal cantautore inglese Reuben James.
Gli altri brani ci fanno ascoltare gli amici Box Dreams nel pop-soul sognante Deep Dive, che racconta l’emozione dell’avvento di un nuovo amore, il sassofonista e pianista Braxton Cook nella rilassante Surfliner dai sapori fusion, e la deliziosa vocalist nipponica Nao Yoshioka (sei album all’attivo) nella perla luccicante You Are Loved. Infine i due Joy Guerrilla – Maggie Daniec, anche tastierista della band tutta al femminile Klymaxx, e Adam Grab – scrivono e producono lo smooth jazz della squisita Santa Fe Peanut Co e Dreamy Jazz, delicatamente lofi, è tutta farina dell’ampio sacco di Shane.





































