Eudaimonia è il titolo del primo album di Picciony, disponibile su tutte le piattaforme digitali per Redgoldgreen Label.
Concluse le esperienze nelle band Talco e Maleducazione alcolica, e dopo il singolo apripista Il matto, il musicista e autore Marco Piccioni debutta con un progetto eccentrico e audace. Con un titolo preso in prestito da un concetto cardine della filosofia greca, Eudaimonia condensa e rielabora anni trascorsi sui palchi di mezza Europa, insieme al suo background artistico, culturale e generazionale.
Dalle cassette ai CD fino a Spotify, da MySpace e MSN a Instagram e TikTok, Picciony racconta come la musica abbia trasformato linguaggi, rituali e significati. Il disco si configura così come un ponte tra ciò che è stato e ciò che sta diventando, un’idea che si riflette nell’estetica, nel sound, nella scrittura, nella dimensione live e nei mezzi utilizzati.
Un linguaggio ricco, quasi kitsch, diventa il mantello colorato che avvolge un disincanto profondo e pericoloso, quello con cui stiamo vivendo un’epoca segnata da una sorprendente rivoluzione tecnologica. La critica sociale è inevitabile, ma qui si spinge oltre la superficie, indagando gli effetti che questo sistema produce sull’individuo.
L’obiettivo del progetto è creare un linguaggio sonoro e visivo che riconosca l’eredità del cantautorato e del rock Anni ’90, trasformandola in chiave elettronica e postmoderna, mantenendo un tono diretto, provocatorio e profondamente umano. Su queste basi prende forma il primo lavoro di Picciony.
La scrittura, spietatamente ironica e personale, a tratti esistenziale ma sempre inquieta e vitale, si inserisce nella tradizione italiana capace di essere profondamente intensa e, allo stesso tempo, leggera e disincantata.
Le canzoni dell’album
Nelle sette tracce che compongono Eudaimonia emergono contaminazioni e contrasti: la dubstep flirta con rock ed electro in Il matto; Non me ne frega un beep mescola pop leggero con elementi rock ed elettronici; la malinconica 30 anni si presenta come un esempio di cantautorato 3.0. In Allez Chèrie la cassa dritta di matrice dance e funk conduce l’ascoltatore in una dimensione elettronica sospesa fuori dal tempo. La ballad pop Vedrai alterna momenti intimi ad aperture più antemiche, mentre Sono nel prime si sviluppa come un evocativo salmo recitato che sfocia in un ritornello rock. Chiude la title track, che intreccia pop ed elementi rock per evolvere in un refrain quasi EDM.
Con il supporto dei musicisti Emidio Mazzilli (basso), Gabriele Biagi (chitarra), Gaia Ruffini (voce), Riccardo Schiavoni (cori e piano) e Alberto Monsignori (batteria), Picciony affida alla musica il proprio messaggio: la ricerca di un equilibrio che impedisca all’emotività di essere relegata in una galleria sul telefono. Il rischio, altrimenti, è la definitiva morte della creatività, già oggi affaticata in un mondo invaso da prodotti impeccabili ma artificiali.
Il videoclip
La pubblicazione è accompagnata dall’omonimo videoclip realizzato dall’artista visiva mixed media Asia Lupo, vero e proprio manifesto del progetto. Elementi artigianali — maschere in cartapesta, sculture, illustrazioni pittoriche — vengono digitalizzati, manipolati e reimmessi nello spazio virtuale. La materia si trasforma, mentre il digitale assume caratteristiche organiche, instabili e imperfette.
L’“errore” diventa così elemento estetico centrale, attraverso un immaginario analog horror fatto di distorsioni VHS, texture sporche, glitch e atmosfere perturbanti. Proprio il valore dell’errore, nella sua dimensione più umana, rappresenta uno dei nuclei concettuali dell’album, rintracciabile anche in un sottotesto legato ai tarocchi e all’immaginario alchemico tradizionale.
L’intervista
Definisci Eudaimonia un “rituale iniziatico contemporaneo” per accettare la propria ombra. In un’epoca di costante esposizione social in cui tutti cerchiamo di apparire perfetti, quanto è liberatorio spogliarsi di ogni personaggio e mettere in musica le proprie brutture?
La musica, l’arte in generale, può aiutare in questo lavoro, quello di “spogliarsi da ogni personaggio”, ma al di fuori della dimensione “artista” è quello che siamo tenuti a fare come Esseri. “Smussare la pietra grezza”, “riunire gli io e creare un io” o più semplicemente “Conosci te stesso” in tutte le sue declinazioni. L’esposizione social è uno dei più grandi ostacoli a questo processo, oserei dire a questo dovere. È ciò che più allontana l’umanità da sé stessa in questo momento storico, costringendola ad apparire bella e felice, quando invece ci stiamo consumando nella solitudine, nel cinismo e nell’ansia da prestazione.
Proprio per questo ho usato un linguaggio un po’ esagerato, come nel caso di “rituale iniziatico contemporaneo”, perché questo disco è un po’ la testimonianza di come si può essere più sinceri con sé stessi e con gli altri ed è anche un invito: Abbiamo imparato tutti a fingere, e quindi sappiamo riconoscere ciò che è finto, e cazzo gente! Quello che ascoltiamo è finto, quello che vediamo è finto, le nostre foto che mettiamo in rete sono finte, le idee che abbiamo sono finte, perché nella maggior parte dei casi sono di altri che le hanno prese da altri ancora, che le hanno formulate per distorcere la realtà.
E allora proviamo ad essere più veri, tanto non può andare peggio.
Ti definisci un outsider e dici che il tuo genere è un “pop contaminato da cinismo elettronico, ma tanto teatrale da sembrare sbarazzino”, dove non mancano mai le “chitarrone sporche”. Come sono riusciti a convivere in studio l’elettronica più fredda e l’istinto rock della band, e quali sono i tuoi riferimenti artistici?
Potrei sembrare presuntuoso, ma posso dire che il mio humus è veramente vasto e vario.
Abbasso un po’ la cresta dicendo che ho la fortuna di avere un fratello 20 anni più grande di me, maestro di oboe e corno inglese, che preparava il diploma mentre io ero in grembo.
Immaginate un appassionato di musica degli anni ’70 quanto materiale poteva avere in casa: compilation di musica classica, collezioni, una in particolare di un noto giornale che ripercorreva tutta la musica italiana, dai 50 al 2000. Cassette DIY, CD, libri.
Nel mio walkman a 12 anni c’erano i Maiden, i Timoria, i CCCP, la Villa Ada posse, i Nirvana, la Banda Bassotti, i Bluvertigo, gli Articolo 31, Guccini, Gaber e Battiato… E poi c’era MTV, All Music, Radio Italia… La banda del paese, che ti faceva suonare i medley di Carosone, dei Beatles…
Insomma, per farla breve, non ho voluto escludere nulla di quello che mi piace, per questo è uscito fuori questo “mischione”.
Tu vieni dalla gavetta analogica dei palchi europei, dalle cassette e da MySpace. Cosa significa per un outsider generazionale sentitamente “vintage” dichiarare oggi, nell’era dei trend veloci di TikTok, di essere finalmente “nel prime”?
La seconda canzone dell’album si chiama Non me ne frega un B**P e credo di essere proprio in questa fase. Ho fatto esperienza tutta, tanta, troppa: qualcosa ho imparato, altre cose era meglio non averle imparate.
Adesso, a 33 anni, dopo aver vissuto a pieno la musica, i live, e aver realizzato gran parte di quelli che erano i miei sogni, non sono più all’affannosa ricerca di consensi, ma voglio fare qualcosa che sia il più possibile vicino a quella che è la mia verità.
I’m in my prime, mi trastullo con i giocattoli mezzi rotti nel mio bagaglio, non ho né la necessità né la voglia di giocare con questi nuovi giuochi che non conosco e che non appartengono al sentire della mia generazione.
In pezzi come Non me ne frega un beep demolisci con un’ironia spietata i fuffa-coach e l’ansia da prestazione della nostra società. Il cinismo e il sarcasmo sono i tuoi unici strumenti di sopravvivenza contro questo presente ipertecnologico?
Questo periodo storico non è più pericoloso per la vita dell’individuo di quanto lo erano altri periodi storici: pensate a quando scendevi da casa e potevi essere sfidato a duello, a quando c’era la peste, o a quando a 18 anni venivi mandato a difendere il Piave. E potremmo continuare all’infinito…
Il grande problema è invece il fatto che in questo periodo storico non riusciamo a vivere con presenza: l’effetto che questa società ha sull’individuo è quello di isolarlo e privarlo del suo sentire. Non a caso le malattie del nostro tempo sono malattie psichiche, emotive, che poi evolvono in qualsiasi altro disagio che possiamo osservare.
Lao Tse scrive che quando l’uomo saggio ascolta gli insegnamenti del Tao, li mette in pratica con naturalezza; l’uomo comune li accoglie con dubbi; ma quando lo sciocco ascolta il Tao, ride a crepapelle.
Il Tao in questo verso può essere definito come verità e autenticità, la ricerca dell’autenticità che perseguiamo noi artisti di continuo è proprio questa risata.
Il cinismo e il sarcasmo risuonano come risa da pazzo, in questo mondo dove o muori sotto le bombe sganciate per mantenere questo sistema collassato, o vieni mantenuto in vita malato e insoddisfatto fino alla più veneranda età per mantenere lo stesso sistema collassato.
E allora voglio essere sciocco, ma uno Sciocco con stile, uno sciocco convinto.
Nei tuoi testi i riferimenti esoterici, Platone e i tarocchi convivono con il sussidio dell’INPS, Vanna Marchi, i droni e la techno minimale. Come riescono a stare insieme all’interno dello stesso album una forte ricerca interiore e la provincia italiana?
Come facciamo a convivere con tutte le nostre contraddizioni? Viviamo una realtà che contempla tutto questo, e non possiamo sottrarci dal farlo, e allora facciamolo con gusto!
La “filosofia” è una grande passione che ho dai tempi del liceo, ho avuto la fortuna di avere una professoressa che sapeva come tirar fuori le tendenze naturali dei ragazzi. Gli anni migliori li ho passati in soffitta con gli amici a spaccarci di trash su YouTube, nella provincia quando ero adolescente proliferavano i gabber ed ho ascoltato e ballato tanta di quella techno, hard style, hardcore…
Potrei dare una spiegazione come questa a tutti i riferimenti contenuti nel disco. La cosa nuova per me è che, per la prima volta, non ometto nulla di ciò che c’è nel mio bagaglio.
Spieghi che i tuoi concerti non saranno show tradizionali, ma performance teatrali e partecipative in cui la barriera tra palco e platea si dissolve. Cosa dobbiamo aspettarci da questa dimensione interattiva e quali saranno i prossimi passi del percorso di Picciony?
Voglio essere sincero con voi amici. Lo show è ancora in costruzione, per il momento abbiamo Giulio ai synth e alla ritmica elettronica, l’uomo Piccione alle basi e al cdj, il Maestro che canta, interpreta ruoli, suona la chitarra acustica, quella elettrica, le percussioni, Gaia alla voce e alle arti visive, body painting, live painting ad altre idee varie ed eventuali, l’ingegner Cicciottino alle chitarre elettriche, tanti ospiti umani e/o umanoidi, Picciony al sax e alla voce che, per sua natura, vuole sempre fare amicizia con i gentili ascoltatori… Senza essere invadente.
Bio
Picciony è il progetto solista del musicista e autore Marco Piccioni, sassofonista e cantante con oltre quindici anni di attività live in Italia e all’estero. Dopo la lunga esperienza con i Talco e la band Maleducazione alcolica, Piccioni intraprende un percorso personale che fonde cantautorato italiano, elettronica e ironia tagliente, restituendo una visione lucida e disincantata della contemporaneità.
Dall’ età di 18/20 si è trovato e si trova ad operare musicalmente in un tempo di transizione, a cavallo tra due mondi: dalle cassette a Spotify, da MySpace e MSN all’era di Instagram e TikTok, dove la musica ha cambiato linguaggio, rituali e significato.
Nel 2022 pubblica la cover di Io sto bene dei CCCP, che segna l’inizio del percorso artistico di Picciony.
Nel 2024 esce l’EP Strade che non dormono, primo tassello del progetto, prodotto da Matteo Gabbianelli presso KuTso Noise Home e distribuito da ADA Music Italy.
Dal vivo, Picciony porta in scena una performance teatrale e visiva, dove la musica si intreccia con elementi performativi e simbolici. Accanto a Piccioni si alternano voci e figure femminili che arricchiscono il racconto scenico inserendo anche l’arte figurativa, sfruttando il talento della cantante Gaia Rufini, tatuatrice e disegnatrice per professione, rendendo lo spettacolo un rituale pop tra leggerezza e sarcasmo, ed un’esperienza artistica ricca di elementi tutta da partecipare.
La performance di Picciony, infatti; non è pensata come un concerto tradizionale, ma come un’esperienza partecipativa: il pubblico diventa parte integrante della narrazione.
Attraverso ironia, provocazione e momenti di interazione diretta, la barriera tra palco e platea si dissolve, trasformando ogni spettacolo in un dialogo emotivo e teatrale tra artista e spettatore.
Musica, gesto e immagine si fondono in un unico linguaggio, capace di attraversare la leggerezza e la profondità.






































