La via da cercare la indica subito in copertina, appena appena camuffata, è quella “pe’ nun essere sule a stu munno”. Perché, come diceva Jean-Paul Sartre «la solitudine è un modo di morire lentamente» oppure perché «la solitudine è un deserto dove nessuno viene a salvarti», parola di Emil Cioran. E Roberto Colella, cantautore napoletano per 12 anni frontman del gruppo La Maschera e oggi definitivamente solista, una strada per sfuggire alla «nostra più grande nemica» (Cesare Pavese), quell’abisso che ingrandisce tutto ciò che fa male, ce la indica in musica con il suo debutto da solista Ce sta sempe ’na via pubblicato dall’etichetta Full Heads. (In realtà nel dicembre 2020, durante la pandemia, Roberto aveva realizzato e distribuito in poco meno di mille copie un primo album a suo nome, Isolamente, che proponeva 11 rifacimenti di vecchi successi della tradizione napoletana e sarda insieme ad altri capisaldi della musica, interamente arrangiati, suonati e cantati da lui stesso.)

Ce sta sempe ’na via nasce dal modo particolare in cui Colella guarda il mondo, uno sguardo ravvicinato, quasi epidermico, che trasforma la quotidianità in un racconto corale. È un disco in cui ogni brano è un frammento di vita che si incastra con gli altri fino a formare una mappa emotiva delle persone che ha incontrato, immaginato e vissuto. Così le sue canzoni diventano gesto civile e carezza emotiva, raccontano un romanzo di strade, ferite e possibilità, perché il Nostro lavora come un narratore più che come un cantautore. Senza ostentare ottimismo né consolazione, anzi, Colella esprime la sua dichiarazione di poetica: anche quando tutto sembra chiuso, una via esiste. Magari stretta, magari storta, magari invisibile finché non ci sbattiamo contro. Dobbiamo cercarla, con impegno e dedizione. E mai da soli.

La voce è calda, ruvida al punto giusto, capace di passare dalla confidenza al grido trattenuto senza perdere mai la misura, portando con sé una sincerità che non ha bisogno di enfasi. La produzione è pulita ma non levigata, conserva quella grana che fa sentire il fiato, il legno degli strumenti, il passo delle storie. Tutto supporta la poetica del cd con un equilibrio raro, che passa da momenti più “facili” e radiofonici – l’apertura La casa sull’albero – a dimensioni più popolari, più fisiche, come il Canto dei soli, con il coro Blue Gospel Singers (presente anche in Ali, Bomaye!, che usa l’incitamento in lingua lingala per Muhammad Ali durante il suo match del 1974 contro George Foreman come spunto per parlare di razzismo, e per la magnifica Pe’ fa’ ammore na vota, sulla fatica del quotidiano), da scritture dalla trama quasi cinematografica, come Tiempo perz’, oppure dall’appeal teatrale, come Tutto passa, a domande che continuano a vibrare anche dopo l’ultima nota, in pressoché tutti i brani.

tutte le foto di Roberto Colella sono opera di Robbie McIntosh

Colella suona un numero infinito di strumenti, con lui Massimo Blindur De Vita, lui pure multi strumentista, e il batterista Riccardo Schmitt. A loro si sommano altri contributi, come gli archi dell’Ondanueve String Quartet nella delicata Tutt’o core mio e nella versione in partenopeo dell’evergreen brasiliano Sozinho, scritto da Peninha e portato al mondo da Caetano Veloso, e i legni di Vittorio Coviello, Agostino Napolitano, Lia Merlino e Giuseppe Daniel Zucchetto nella ballata d’amore Saul e Isabela.

Last but not least i Ragazzi dell’Istituto Comprensivo Falco di Scafati sono coprotagonisti del Canto della memoria, che Colella dedica alla strage di bambini a Gaza, facendo anche lo spelling dello slogan politico e umanitario Free Palestina, e infine Alì, ne*ro, intro ad Ali, Bomaye!, con i duri versi della drammaturga Linda Dalisi interpretati dall’attore Francesco Di Leva, dalla lunga carriera punteggiata di premi, sul valore e sul significato della parola.

Il filo che lega tutta la produzione di Roberto Colella, la sua capacità di trasformare la vita quotidiana in racconto collettivo, in Ce sta sempe ’na via diventa una trama più fitta, più matura, più consapevole. In questo lavoro, che vive nella zona di confine tra intimità e coralità, tra racconto personale e memoria collettiva, le canzoni trovano una profondità ricca e senza retorica, le parole quella delicatezza e quel rigore che appartengono solo a chi ha visto da vicino la fragilità delle persone. Così ogni verso è al posto giusto, ogni immagine è necessaria, tanto che persino la solitudine finisce per apparire, in certi momenti, come una condizione di autonomia, perché, lo diceva Friedrich Nietzsche, «chi non può stare da solo, non può essere libero».

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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