Il prigioniero
di Alejandro Amenábar
con Julio Peña, Alessandro Borghi, Fernando Tejero, Julien Paschal, Miguel Rellán
1575. Nel carcere moro di Algeri i prigionieri spagnoli catturati dai pirati berberi vengono venduti schiavi o riscattati con molto oro. Ma chi riscatterà il giovane Miguel De Cervantes (Julio Peña) che ha un braccio distrutto nella battaglia di Lepanto e, in apparenza, una nota di merito (o di demerito?) del fratello del re Filippo II di Spagna? Per scampare alla morte e all’angoscia Miguel legge molto e si inventa belle storie. Veri racconti d’evasione, cioè proprio storie di fantasia in cui i prigionieri escogitano evasioni. Questo li tiene in vita nonostante il regime durissimo e viene notato dal carceriere, il governatore Hasan (Borghi) che poi si rivela un veneziano passato all’Islam ed è affascinato da quelle storie, ma non solo per evitare le vere evasioni (a volte le storie funzionano…), ma perché Amenabar in questo modo ci racconta la sua variante delle Mille e una notte : finché racconta e soddisfa la curiosità del carceriere Hasan il prigioniero Cervantes, come Sheherazade, resta in vita. Anche perché il pascià è un raffinato “sodomita” ed esalta il liberalismo sessuale dei mori, mentre il moralismo dell’inquisizione insegue gli spagnoli anche nelle carceri islamiche. Come hanno scritto molti sembra un peplum anni Sessanta con risvolti gay che a quel tempo non potevano essere raccontati ed è in linea col tema delle differenze e delle tolleranze che Amenabar aveva già affrontato in Agorà. Molto tradizionale, a tratti brillante, abbastanza premiato. Oviamente Miguel De Cervantes è il futuro autore del Don Chisciotte: il film trabocca di segni premonitori…







































