Ligabue, la conferenza stampa dall’Olimpico: nessun live (in Italia) nel 2027 e «un fottio di canzoni» già pronte

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ligabue buon compleanno elvis 1995-2025
foto: Alessandro Bremec

Prima di salire sul palco dello Stadio Olimpico di Roma per la prima data ufficiale del tour negli stadi de La notte di Certe notti (che vi abbiamo raccontato qui), Ligabue ha incontrato i giornalisti in una conferenza stampa per fare il punto della situazione tra presente (stadi), futuro prossimo (palazzetti) e futuro ancora più prossimo (2027), con un occhio anche alle questioni di attualità.

A prendere la parola prima dell’arrivo di Luciano sono Ferdinando Salzano, patron di Friends&Partners, e Marco Ligabue.

L’introduzione di Ferdinando Salzano

Siamo partiti con le celebrazioni di Certe notti un anno fa a Campovolo, per poi passare alla Reggia di Caserta, al giro in Europa e alla prima notte alla Unipol Dome.
Per questo giro negli stadi ci sono stati numeri importanti: siamo partiti dalla data zero di Bibione con 20.000 spettatori, a Roma 54.000, a Milano 56.000 e a Torino 30.000.

Quello che ci arriva è che questa celebrazione di Certe notti ha smosso tanto ed è una grande festa. I festeggiamenti si chiuderanno il 24 di ottobre con una nuova data all’Unipol Dome di Milano, e lì ci fermermo.
Non ci saranno date aggiuntive, e alla fine del tour gli spettatori saranno 452.000, comprese le otto date in Europa.

Siamo in giro dal 2022 senza esserci mai fermati, da quel Campovolo post-Covid.
Nel 2027 ci fermiamo… in Italia.
Potrebbero esserci delle sorprese, ma che riguarderanno l’estero. Stiamo pensando ad un progetto extra-Italia molto particolare, ma che è ancora in fase embrionale.

Le parole di Marco Ligabue

Si festeggiano i 30 anni di Certe notti e alla fine saranno 30 date, da Campovolo dell’anno scorso all’ultima, che sarà il 24 ottobre a Milano. Non abbiamo voluto fare raddoppi apposta per far sì che ogni data fosse unica.

Anche qui a Roma, come l’anno scorso a Campovolo e alla Reggia di Caserta, è stato organizzato un village per i fan che arrivano: un’area per dare un senso di happening, come ci piace fare per i grandi eventi che riguardano Luciano. Ci sono tribute bands, una mostra di Luciano, flipper e biliardini, un muro dove lasciare la propria firma, e tante altre cose. Ovviamente sarà presente anche a Torino e Milano.

Inoltre Luciano mi sembra in grande forma, e lo dico da fratello. I concerti in Europa l’hanno gasato tantissimo: ritrovare quel contatto diretto con il pubblico, in questi club che hanno il sapore degli inizi, dove si tolgono maxischermi ed effetti speciali, l’hanno caricato a mille.

Luciano Ligabue

In questo giro negli stadi faremo una scaletta diversa da tutte quelle che abbiamo fatto fino ad oggi. È una scaletta fatta un po’ a blocchi: faremo una serie di pezzi dai vari album, quindi sentirete prima alcuni pezzi da Ligabue, poi alcuni pezzi da Miss Mondo, poi alcuni pezzi da Fuori come va?, alcuni pezzi da Lambrusco coltelli rose & pop corn… E prima di ognuno di questi blocchi avrete modo di vedere un po’ di immagini dell’epoca, che ci ricorderanno un po’ come eravamo.

La cosa che mi fa piacere è che comunque, ad aprire e chiudere questa cosa – anche se fisicamente saranno in mezzo al concerto, ma un po’ come parentesi – ci sono la mia prima canzone, cioè la prima canzone che ho scritto, ovvero Sogni di R&R, e poi c’è anche l’ultima, Nessuno è di qualcuno, che ho già fatto all’Unipol Dome.

Inoltre in questa celebrazione posso contare anche sull’emozione di portarmi dietro tutti i chitarristi, perché ci saranno tutti i chitarristi che hanno suonato con me… Questa sera vedrete che a un certo punto esageriamo: cinque chitarre sul palco! Oltre a Max (Cottafavi) e Fede (Poggipollini), ci saranno anche Mel (Previte) e Niccolò (Bossini).

I ricordi legati allo Stadio Olimpico di Roma: lo scherzo del 1997

Mi piace l’idea di partire ufficialmente da Roma, perché ho un paio di ricordi molto precisi per quello che riguarda l’Olimpico.

La prima volta che siamo venuti qui abbiamo fatto la curva, e ci fu un entusiasmo veramente pazzesco.
La cosa, diciamo così, un po’ meno divertente per me era che all’epoca si usava ancora che i tecnici facessero lo scherzo all’ultima data del tour. E quella all’Olimpico era l’ultima data di quel piccolo giro negli stadi.

Lo scherzo che hanno pensato – molto furbo, devo dire – è questo: io cantavo Leggero su una piattaforma che si alzava, staccata dal palco, di fronte alla gente. In genere si saliva a tre metri d’altezza; lì credo di essere arrivato a dieci metri.
Il problema era che, a dieci metri, ad ogni pennata che davo sulla chitarra oscillava tutto e non c’erano paratie attorno. Quindi è stata la versione più a culo stretto di Leggero mai fatta nella mia storia.
Diciamo che se fossi caduto sarei diventato una leggenda, ma sono contento di essere qua a raccontarvelo. Dopo ho dovuto parlare con i tecnici. Lavorano ancora con me, ma schisci.

Il concerto sotto il diluvio del 2002

L’altra cosa che dovete sapere è che nella compagnia di amici che frequento ce n’è uno che conosco da più tempo, che fa il contadino e che ha il dono di fare profezie di cui si avvera sempre il contrario. Noi, quando andiamo a organizzare le ferie, sentiamo cosa dice lui sul meteo e immaginiamo già come andrà.

Nell’estate del 2002 decidiamo per la prima volta di fare uno spettacolo senza copertura. A metà maggio, quando tutto era deciso, il mio amico dice: «Sarà un’estate torrida». Non abbiamo mai preso così tanta acqua nella nostra vita.
E c’è il DVD del concerto qua all’Olimpico che lo dimostra: se lo guardate, a un certo punto si vede passare l’arca di Noè, credo. È stato un diluvio veramente impressionante.
Ma la cosa bella è che chi c’era, e che non stava sotto la copertura ma in mezzo al prato, ancora oggi lo considera come il concerto più eroico, perché comunque hanno portato a casa la pellaccia pure se inzuppati, come d’altronde anche noi.

Quindi tornare sul luogo del delitto questa sera, anche se in realtà ci sono stati in mezzo tanti altri concerti qui all’Olimpico, mi fa un piacere particolare.

La celebrazione di Certe notti ha smosso tanto nel pubblico. Ma cosa ha smosso in te?

Ho già avuto modo di parlare di Certe notti più volte. Non avevo idea che potesse diventare quello che è stata in realtà. Ho raccontato diverse volte di quando siamo andati in Warner a far ascoltare Buon compleanno Elvis, e si sa che la prima cosa che i discografici vogliono sapere è quale sarà il primo singolo.
Quando decisero che Certe notti sarebbe stato il primo singolo, era qualcosa che non capivo, perché fino a quel momento i miei primi singoli erano stati pezzi uptempo, ballabili, come Balliamo sul mondo, Libera nos a malo, Ancora in piedi, A che ora è la fine del mondo? Quindi mi stupii.
Non potevo immaginare che avrebbe fatto quello che ha fatto. Ha cambiato molte cose nella mia vita, lo sapete benissimo.

E poi, soprattutto, c’è anche l’asso di briscola dell’emozione per me, che è mio figlio (ndr: Lenny) alla batteria.
È lì da un paio d’anni e stiamo vivendo insieme esperienze che via via sono diverse: l’anno scorso abbiamo cominciato con il tour teatrale, poi c’è stato il passaggio a Campovolo – che è stato un passaggio importante.
Glielo dovetti chiedere: «Lenny, ci sarebbe da fare Campovolo. Te la senti?». Si è preso una settimana di tempo per pensarci, e poi mi ha risposto «come faccio a non farlo?».

Questo, dopo il tour che abbiamo fatto in Europa e che ovviamente ci ha dato tanto emotivamente, è il primo giro degli stadi insieme. Quindi tutte le “prime volte” che sto vivendo con lui mi stanno dando ancora più emozione rispetto a questo momento che, devo dire, è veramente felice, sia sul piano personale sia su quello professionale.
Quindi sì, ha smosso… ha smosso tantissimo.

A parte Nessuno è di qualcuno, la canzone più recente in scaletta è del 2005. Mancano vent’anni di produzione recente. Come mai questa scelta?

In questo tour negli stadi c’è una tranche della mia produzione che è rimasta fuori, proprio perché abbiamo voluto usare una struttura a blocchi. A Campovolo ne avevamo usati alcuni, questa volta abbiamo fatto altre scelte, e cambieranno ancora quando andremo nei palasport. Nei palazzetti ci sarà molto più spazio per la produzione recente.

Pensi di realizzare un album live di questo tour? E c’è una canzone in particolare che ancora ti emoziona più delle altre quando la canti?

Un disco live non credo che ci sarà. Registriamo sempre tutto, per avere comunque un nostro archivio, ma non credo che uscirà un album.
Non c’è una canzone in assoluto, non c’è una canzone in particolare. Posso dirti comunque che all’interno di questa scaletta, quello di Sogni di R&R è un momentino abbastanza particolare: molto acustico, molto intimo.
Ed è chiaro che fare un viaggio indietro di 40 anni – dato che l’ho scritta prima che uscisse il mio primo album – e che tra l’altro mette insieme due dei concetti che più volte ho espresso nelle mie canzoni, ovvero i sogni e il rock’n’roll, mi emoziona.

Sei stato quello che ha cantato, insieme a Piero Pelù e a Jovanotti, la canzone più “politica” e particolare legata a certi momenti specialmente forti che ricordavano un’altra guerra. Francesco De Gregori si è espresso come si è espresso (ndr: sollevando una polemica sul ruolo politico degli artisti). Tu cosa pensi e cosa dici?

Va sempre fatta una premessa che secondo me è importante: Francesco è patrimonio della musica e della cultura di questo Paese. È uno dei più liberi di pensiero fra tutti gli autori, perché non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo, ed è una caratteristica che mi piace molto.

Detto questo, è chiaro che lui ha parlato per sé. Io il suo pensiero non lo condivido più di tanto. C’è una cosa che forse lui ha voluto dimostrare, credo con un po’ di fastidio: ovvero che non siamo obbligati o costretti ad esprimerci. Troppe volte si dice “la musica deve”. No, “la musica può”… E uno poi decide se ha voglia di fare una cosa oppure no.
Questo credo sia un pensiero che debba essere concesso a tutti quanti. Io ho sempre voluto cercare di farlo attraverso le canzoni.

Anche in questo tour in scaletta ci sarà Il mio nome è mai più.
La faccio nei concerti da 27 anni, e ogni volta ricordo che non c’è solo un massacro a Gaza, ma ce n’è anche uno in Ucraina, ce n’è anche uno in Sudan e ce ne sono altri 56 in corso nel mondo.
Ma era così anche all’epoca: anche il cd singolo de Il mio nome è mai più aveva dentro la mappa di tutte le guerre in corso, e non soltanto di quella nell’ex-Jugoslavia.

Credo che il modo migliore che abbiamo, o almeno parlo per me, anche perchè controlliamo un po’ meglio le parole, sia quello di poterlo fare quando sentiamo l’urgenza di dire qualcosa.

Anche Nessuno è di qualcuno nasce dalla stessa cosa.
Il pensiero che una donna su tre in questo Paese abbia subito o stia subendo una violenza fisica o sessuale è un pensiero intollerabile. Ma la cronaca di tutti i giorni ce lo fa diventare qualcosa che sta scivolando un po’ via.
Io ho voluto provare a raccontare un sentimento di empatia dicendo, per l’appunto, che “nessuno è di qualcuno”, e spero che questa cosa arrivi in maniera chiara. E anche sul maxischermo ci sarà un’idea legata alle parole che dovrebbe spiegarla ancora meglio.

Negli ultimi anni, si è un po’ sfilacciata per tutta la scena musicale la classica successione di “disco e poi tour”. Tu credi ancora a questa idea dell’album? Hai già un progetto?

C’è Jacopo (ndr: Jacopo Pesce, consulente artistico e figura di raccordo tra Luciano e la Warner Music) là che sta ridendo…
Diciamolo chiaramente: io di canzoni ne ho un fottio. È l’ultimo dei miei problemi avere delle canzoni. Poi, da lì a pubblicarle, è un’altra cosa, proprio perché il mondo è cambiato e lo sapete benissimo anche voi.
Prima o poi qualcosa uscirà. Al momento c’è questa canzone, Nessuno è di qualcuno, che ancora non abbiamo fatto uscire, inoltre c’è materiale che in buona parte è già stato realizzato. Vediamo.

Oltre ai dischi e concerti hai fatto un sacco di altre cose… C’è in programma magari un quarto film da regista, una colonna sonora, un musical?

Intanto è appena uscito, proprio pochi giorni fa, Fuori e dentro il borgo, che è il libro che a suo tempo ha dato vita a Radiofreccia, ed è uscito insieme alla sceneggiatura originale del film. In questa nuova edizione ci sono anche i miei pensieri su come stavo mentre lo stavo scrivendo.

Per quanto riguarda un film, come ho detto altre volte, io non ho il bisogno di fare un film, perché non faccio il regista di mestiere. Ne ho la possibilità. Quindi, se mi viene una storia che sento di dover raccontare, la racconto, ma questa non è una cosa programmabile.
È stato così per tutti e tre i miei film, ed è stato così per tutti i libri che ho pubblicato. Per fortuna mi lasciano questa totale libertà artistica, e conto di usarla fino in fondo.

Campovolo è casa tua. Che effetto ti ha fatto vederlo finire in mano a degli “avventurieri”, che hanno fatto un festival che è cappottato nell’arco di quattro mesi? Tu che comunque hai fatto tanto per quel luogo, cosa hai provato?

È una cosa che mi rattrista. Quel progetto lì è il sogno e la fatica del mio ex manager, Claudio Maioli. Lui si è giocato tutto per dare a Reggio un lascito, quello che era il suo sogno: un’arena che resta bellissima e che potenzialmente può essere il posto della musica per l’intero Nord Italia.
Ha fatto battaglie per sette anni con la politica e con tutti i soggetti implicati per poter realizzare questa cosa. Io ovviamente ho fatto il tifo per lui, perché lo sapete tutti quanti quanto ancora ci vogliamo bene, io e Maio.
Ho sempre voluto starne fuori, perché pensavo che il mio nome abbinato istituzionalmente a questa cosa non andasse bene, ma anche per non avere grattacapi o pensieri in più.

Come ogni cittadino di Reggio Emilia, sono lì a dire: “Ma come cazzo è possibile?”. Ce lo diciamo costantemente, e molta gente lo chiede anche a me, come se io potessi saperlo… Francamente non lo so com’è possibile, però sono mosso da un’enorme tristezza.

Qualche giorno fa Cesare Cremonini ha incontrato la stampa a margine del concerto del Circo Massimo, e ci ha parlato di questa sua nuova sfida, ovvero del disco che ha fatto partendo dallo studio del sassofono. Ha detto: «Mi tiro fuori dalla corsa ai grandi numeri, che è diventata un’ossessione. Nel mio caso vince la voglia di evolvermi dal punto di vista umano e artistico». Tu ce l’hai una sfida?

Credo che la mia intenzione sia sempre stata chiara fin dall’inizio. La prima canzone mia che si è sentita in radio è stata Balliamo sul mondo. Credo che fin dall’inizio si sia capito cosa cercassi: canzoni che avessero un’anima popolare, che in qualche modo si muovessero nel mainstream.
Il sound di cui avevo bisogno doveva rispecchiare quello che avevo in testa: puntavo ad essere un cantautore con il suono di una band. Questo volevo essere, e spero di esserlo tuttora.

Quindi ancora oggi la mia sfida è sempre la stessa: cercare di scrivere quelle che, per me, sono belle canzoni. È una sfida costante. Poi, che questa cosa sia condivisibile con gli altri non tocca a me dirlo: ci conto sempre e lo spero.
In questo momento, per esempio, spero che il messaggio di Nessuno è di qualcuno arrivi. Lo scopriamo sempre di volta in volta, anche perchè le canzoni fanno sempre i giri che vogliono loro.

Pensi di andare a Sanremo il prossimo anno?

Sanremo, lo sapete, è la più grande vetrina che ci sia, ma è sempre una cosa un po’ con il coltello fra i denti. Secondo me è difficile fare musica lì, perchè c’è troppa tensione, sembra sempre una questione di vita o di morte.
Per andarci dovrebbero prima di tutto invitarmi, ma sarebbe come ospite e certamente non in gara. Poi, una volta invitato, dovrei capire se ci sono le condizioni per poterlo fare.
In questo momento direi di no. Però mai dire mai.

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