Tre traiettorie che non si somigliano, ma che condividono la stessa urgenza di trasformare il jazz in un racconto incarnato, grazie a un utilizzo spettacolare – nei tre significati del termine: che fa spettacolo, che è meraviglioso, che lascia un’impressione – della vocalità e delle parole. La continua metamorfosi timbrica di Vanessa Tagliabue Yorke attraversa un Giappone tanto autentico quanto immaginato. L’intreccio cameristico e poetico di Paolo Fresu, David Linx e Gustavo Beytelmann fa della memoria latina un luogo di incontro. La ricerca di Roberto Bottalico porta Pirandello dentro un laboratorio musicale contemporaneo.

Vanessa Tagliabue Yorke

Vanessa Tagliabue Yorke

Yōkai Monogatari (Azzurra Music)

Voto: 9

La voce di Vanessa Tagliabue Yorke in quest’ultimo album Yōkai Monogatari si muove come creatura mutante tra spiriti, ombre e rivelazioni. Diventa corpo estraneo, animale, soffio, maschera, dentro un fluire essenziale e suggestivo insieme, che assume le coordinate di un teatro di apparizioni, di evocazioni, di interiorità. Il canto non è mai “lineare”, si sviluppa per continue metamorfosi, per attraversamento di stati e ogni brano è un rituale di trasformazione.

Yorke si rifà al Giappone e a tutta l’aura di una tradizione che va dalle leggende popolari ai romanzi di corte medievali per cercare la verità emotiva del mito antico e profondo e confrontarlo con i paesaggi sonori che ci sono cari, momenti da cabaret (la bellissima riproposta metà New Orleans metà Nino Rota dell’evergreen anni Venti Blue River), emozionanti ballad (lo standard “infinito” Beware My Heart di Sam Coslow con un assolo di tromba da antologia), una magnifica Tu musica divina di Giovanni D’Anzi con il testo metà in giapponese, la ballata pop latina The Breeze And I di Ernesto Lecuona, lentissima e con vocalizzi da mezzosoprano. E ancora la ripresa in vocalese di Dat Dere, notissimo brano del 1960 di Bobby Timmons (non Timm Simmons come scritto sul booklet).

Le altre track cercano un contatto con un Giappone che non ha nulla di geografico, è simbolico, interiore, è un paesaggio mentale. E portano la firma della titolare, come la breve Yo no naka va che trae spunto dal poema del 905 d.C. Kokin Waka shū, a eccezione delle canzoni tradizionali nipponiche per eccellenza Kono michi (firmata nel 1927 dal celebre Kōsaku Yamada) e Kōjō no Tsuki (del 1901, opera del leggendario Rentarō Taki, il Giacomo Puccini giapponese). Queste Yōkai Monogatari non sono “storie di spettri o mostri” come quelle che si narravano nella “notte dei 100 racconti” sei-settecentesca, ma sono specchi che rivelano ciò che non vogliamo vedere. Sono utili all’anima.

La voce che le narra si muove splendidamente tra sussurri, glissati, microtoni, improvvise aperture melodiche che illuminano il buio come un lampo. E diventa un dispositivo drammaturgico, capace di far emergere paure, desideri, memorie. Gli strumenti non la accompagnano, dialogano con lei, la sfidano, la imitano, la contraddicono. Sono trattati con una cura quasi calligrafica e affidati a solisti pregevoli, quali Achille Succi al clarinetto basso e al flauto tradizionale nipponico shakuhachi, Enrico Terragnoli a chitarra, synth e tastiere, il bassista Danilo Gallo e il trombettista “ospite” Fabrizio Bosso. Il risultato possiede un equilibrio fragile, sospeso, e richiede un ascolto attento, quasi meditativo, che ripaga con una profondità rara.

Paolo Fresu, David Linx, Gustavo Beytelmann

Paolo Fresu – David Linx – Gustavo Beytelmann

Trama latina (Tŭk Voice)

Voto: 9

L’incontro tra lo spettacolare trombettista sardo Paolo Fresu, il cantante belga con un ricco background americano David Linx e il lirico pianista argentino Gustavo Beytelmann dà origine a un triangolo poetico capace di cucire insieme memoria, migrazioni e malinconie. E illumina un album che respira come un organismo vivo, ma sofferente, deluso dalla realtà in essere, attento a un messaggio autentico quanto dimenticato se non proprio disprezzato. Sempre con lo sguardo che incrocia i maestri del passato con le eccellenti abilità creative del trio stesso.

Trama Latina è un disco che fa riferimento al Sudamerica e al suo patrimonio immenso. Allinea brani senza tempo come le malinconiche canzoni d’amore Esta Tarde Vi Llover, del messicano Armando Manzanero del 1967, ed El Primer Amor (tradotta da Linx in inglese), del leggendario cantautore cubano Pablo Milanés del 1998; come la canzone del ragazzo che vende fiori e vive tra i rifiuti di Chiquilin De Bachin del bandoneonista argentino Astor Piazzolla; come lo standard jazz Nem Um Talvez (anche questo tradotto da Linx) del brasiliano Hermeto Pascoal, ascoltato per la prima volta nel doppio LP del 1971 Live-Evil di “sua maestà” Miles Davis; come Encontros e Despedidas dell’altro gigante brasiliano Milton Nascimento del 1985, stavolta tradotto da Famke Sinninghe Damsté in olandese.

Come ancora La Casita De Mis Viejos, l’emozionante tango lanciato dall’uruguaiano di origini italiane Julio Sosa nei sixties (e scritto dallo “Chopin del tango”, il pianista Juan Carlos Cobián) e la dolorosa La Añera, di un altro “monumento”, il pampero Atahualpa Yupanqui, del 1948. A queste si sommano quattro brani originali che si inseriscono perfettamente nel livello assoluto delle altre composizioni: A Falta De Um Lugar (Diáspora), musica di Fresu cui il cantautore brasiliano Celso Viáfora ha aggiunto parole sull’errare lontano da casa, l’intima In Coro Tou, brano in sardo, e la gustosa Each Day New, entrambe di Fresu e Linx, e Making Haste di Linx e Beytelmann. Un lento, intenso, lancinante tourbillon di suoni latini che cambiano faccia e si intrecciano fra loro, con la liricità sospesa del trombettista, la parola cantata che diventa una “spiritualità geologica”, fatta di lentezza e di stratificazioni, la profondità armonica della musica, il pianismo vitale e inderogabile.

Il risultato è un tessuto sonoro che sembra appartenere a un luogo preciso, mentre in realtà ne contiene moltissimi, quelli delle mille sfaccettature di un’anima inquieta e alla ricerca del sé profondo. Ogni nota è scelta per necessità, perché i tre stanno ricamando una storia comune, senza mai un eccesso, mai un compiacimento, facendo della sottrazione un linguaggio estremamente esplicito. Il disco parla di radici, di partenze, di ritorni immaginati. Lo fa senza retorica, con una malinconia luminosa, che non pesa mai. È un dialogo tra artisti che si conoscono profondamente, e che proprio per questo possono permettersi di essere essenziali. Una trama, appunto, sottile, ma resistente.

Roberto Bottalico

Roberto Bottalico

Così è (se vi pare) – A Jazz Poem (Filibusta)

Voto: 8

 Già il titolo è un’indicazione precisa: stiamo parlando di un “poema jazz” che illustra la tematica pirandelliana del Così è… (se vi pare), esposta nel dramma eponimo del 1917, esempio tra i più alti di «critica alla presunzione umana di poter conoscere la realtà in modo oggettivo» (Francesca Mondani), e in tutta la sua opera. Il sassofonista romano Roberto Bottalico affronta le parole del Premio Nobel agrigentino come un materiale vivo, da smontare e ricomporre, un detonatore che smuove identità, maschere e fratture contemporanee, nonostante stiamo parlando di una piece teatrale datata 1933, I giganti della montagna cui è dedicato il primo cd di questo doppio album, e delle prime tre decadi del secolo scorso per Le Novelle che ispirano il secondo cd.

Le parole assumono per Bottalico un valore significante e propulsivo, sia quelle lette dalla voce inconfondibile del grande attore Elio Germano ne I giganti, sia quelle presenti solo nella memoria e nella stesura per i cinque racconti non letti. Il musicista e compositore, studi classici e jazzistici, una lunga stagione di collaborazioni in entrambi gli ambiti, il proprio ensemble Alter & Go, la passione totale per Wayne Shorter (culminata nel 2022 con il quarto cd Il favoloso mondo di Wayne lo strambo), possiede una personale inclinazione a unire melodia e gesto, fraseggio e teatralità, come se ogni assolo fosse un piccolo monologo interiore, come se ogni costruzione elaborata e “costruita” fosse l’esposizione di una poetica ad ampio raggio.

Così è (se vi pare) sembra un laboratorio dove si elabora una ricerca collettiva di identità sonore, anche se in realtà tutto è perfettamente calibrato e si muove sul crinale affascinante della combinazione tra la vibrazione collettiva di un’architettura melodico-ritmica dagli orizzonti ampi – i riferimenti colti (da Gil Evans a Maria Schneider e Jim McNeely), la scrittura impeccabile, fatta di colori, aria e movimento – con la spinta centrifuga, quasi la “scomposizione”, attuata dal solismo pertinente della band, da certe rarefazioni inattese e da punteggiature vigorose dei fiati aggiuntivi.

È un jazz dal respiro largo, ispirato, con un’energia quasi rituale in alcuni passaggi, con temi che si aprono, cellule ritmiche che si moltiplicano, improvvisazioni che cercano la circolazione. Merito anche dei solisti dell’ensemble riunito da Bottalico, che al quintetto principale, con il leader al sex tenore, Augusto Creni alla chitarra, Alessandro Del Signore al contrabbasso, Massimo Di Cristofaro alla batteria e Lewis Saccocci al pianoforte, basamento sonoro dell’operazione, somma un’ampia sezione di dieci fiati.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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