Quella mattina passeggiavamo lungo Oxford Street sfogliando le pagine di Variety alla ricerca di qualcosa da fare di sera. Erano gli anni in cui internet non esisteva ancora e la scoperta della musica passava spesso attraverso il caso, il passaparola o una recensione letta al momento giusto. La scelta cadde su un locale che ci incuriosiva particolarmente: l’Africa Centre di Covent Garden. Per raggiungere la sala bisognava attraversare un negozio etnico pieno di maschere tribali, tessuti colorati, spezie e profumi provenienti da ogni parte del mondo. Superato il controllo di un gigantesco addetto alla sicurezza che sembrava la guardia del corpo di Mike Tyson, ci ritrovammo in un salone spartano, quasi una palestra scolastica americana adattata a club musicale. In fondo c’era una pedana alta appena pochi centimetri, qualche asta microfonica, una batteria essenziale e poco altro. Quella sera si esibiva un gruppo emergente il cui primo singolo stava iniziando a farsi notare dalle radio britanniche. Erano i Suede.

Era il 28 aprile 1992. Ci ritrovammo a meno di un metro dal cantante, travolti da un’energia che nessuno di noi si aspettava. Rock, sudore, balli, spintoni, entusiasmo puro. Uscimmo da quel concerto con la sensazione di aver assistito a qualcosa destinato a lasciare il segno.
Da Londra a Taranto: trentaquattro anni dopo
Domenica 21 giugno 2026, a distanza di trentaquattro anni, non immaginavo che quella stessa sensazione potesse riaffacciarsi così nitidamente. E invece è successo. Alle 23.00 i Suede entrano in scena sul palco della Rotonda Lungomare. Dal 1989, sono stati tra gli artefici della rinascita del rock britannico degli anni Novanta, anticipando l’esplosione del Britpop e costruendo una proposta musicale che andava ben oltre qualsiasi etichetta. Brett Anderson continua a esserne il cuore pulsante e l’anima inquieta. Fin dalle prime note appare evidente che il cantante possiede la stessa energia animale che ricordavo trent’anni fa. Corre da una parte all’altra del palco, coinvolge il pubblico in cori continui, si sporge verso le prime file fino a immergersi letteralmente nell’abbraccio degli spettatori senza interrompere il canto. La sua presenza scenica resta magnetica.
La scaletta attraversa l’intera carriera della band. Glam rock, romanticismo decadente, chitarre taglienti, testi poetici e una teatralità capace di trasformare il concerto in uno spettacolo emotivo prima ancora che musicale. Questi sono i Suede. “Trash” viene accolta come l’inno generazionale che continua a essere: una celebrazione degli outsider, di chi non ha mai avuto paura di sentirsi diverso. “So Young” conserva intatta la sua miscela di vulnerabilità e slancio vitale. “She’s in Fashion” porta sul palco il lato più elegante e glamour della band. “Dancing With The Europeans” sprigiona tutta la sua energia rock. Per quasi cento minuti il pubblico canta, salta e partecipa a ogni brano. Nel bis arriva “Saturday Night”, una delle canzoni più amate del repertorio della band. Dolce, malinconica, romantica senza essere sentimentale, chiude il concerto con quella combinazione di intensità ed eleganza che da sempre rappresenta la firma dei Suede.

Il tributo ai Ramones firmato Marc Urselli
Ma la serata del Medimex non è stata soltanto il concerto dei Suede. Già dal tramonto il palco della Rotonda aveva raccontato altre storie e altri linguaggi musicali. Ad aprire la serata è stato il supergruppo ideato dal produttore Marc Urselli per celebrare i cinquant’anni del punk attraverso il repertorio dei Ramones. Brian Chase degli Yeah Yeah Yeahs, Sami Yaffa, Steve Conte, Kid Congo Powers, Luis Accorsi, Eugene Hütz, Victoria Espinoza e Tammy Faye Starlite se la sono scatenata sul palco come solo i rocker purosangue sanno fare, chiudendo il set con un travolgente mashup tra l’“Hey Ho, Let’s Go!” di Blitzkrieg Bop e il nostro ormai internazionale inno alla libertà, Bella Ciao. Questo tributo ai Ramones, è la dimostrazione di come il festival riesca a produrre contenuti originali, pensati espressamente per Taranto e per il suo pubblico.

L’atmosfera sospesa degli Slowdive
In netto contrasto con l’energia punk che l’aveva preceduta, il concerto degli Slowdive sceglie la via della sottrazione e della contemplazione. La band britannica nata a Reading nel 1989 è considerata una delle realtà fondamentali dello shoegaze, genere che ha influenzato generazioni di musicisti e che i Cure vollero più volte come gruppo di apertura dei propri concerti. Per oltre un’ora la musica avvolge la Rotonda in un’atmosfera sospesa. Le chitarre ricche di effetti, le trame sonore stratificate e gli intrecci vocali costruiscono paesaggi sonori eterei, quasi ipnotici. Non è musica che cerca l’impatto immediato, richiede ascolto, immersione, abbandono. Il crescendo trova il proprio culmine in Golden Hair, composta all’età da di Syd Barrett, figura leggendaria dei primi Pink Floyd, sullo schermo appare il suo volto. Mentre le ultime note si dilatano nell’aria, il tempo sembra sospendersi. È uno di quei rari momenti in cui non si assiste semplicemente a un concerto, ma si percepisce il filo invisibile che unisce generazioni diverse della stessa storia musicale.

Quando le luci del palco si spengono il pubblico inizia lentamente a lasciare la Rotonda del Lungomare. Il significato più profondo del Medimex è ormai chiaro: non soltanto concerti, non soltanto i grandi nomi internazionali, ma la capacità di costruire per alcuni giorni una comunità attorno alla musica, fatta di incontri, racconti, scoperte e condivisione. Taranto ha vissuto ancora una volta questa esperienza con naturalezza, trasformando i propri luoghi più belli in spazi di partecipazione culturale aperti e accessibili. L’appuntamento è già fissato. Dal 15 al 19 giugno 2027 il Medimex tornerà a occupare le strade, i cortili, i musei e i palchi della città. Dopo cinque giorni così intensi, la sensazione è che l’attesa per la prossima edizione sia già cominciata.







































