Con Giancarlo Onorato ci si conosce dalla fine dei Settanta, quando alla radio dove trasmettevo vedo circolare un 45 giri degli Underground Life. Poi ci si conosce meglio e a fasi alterne ci si vede, anche perché non si abita lontani. Negli anni osservo il suo percorso, le sue passioni, le sue giravolte, dai palchi della Brianza dove giovinezza e entusiasmo la facevano da padroni. Ma Onorato, già in giovane età, mostra capacità di guardare oltre, riflette e filosofeggia dell’aria. È la new wave degli Ultravox e di John Foxx che arriva anche in Italia e lui a capo degli Underground Life mette in fila una serie di album di ottima fattura, uno registrato negli ormai mitici studi di Alberto Radius, dove Battiato incise il pluripremiato “La voce del padrone”. Poi la svolta da solista, per un discorso più intimo, avviando varie collaborazioni, da Benvegnu a Cristiano Godano. E adesso ecco il suo nuovo album, “Le beatitudini”, sicuramente il suo migliore, all’apice della sua arte in musica (avrebbe meritato di figurare nelle “cinquine” per le Targhe Tenco). Ce ne parla in questa lunga intervista.
Nove anni dal precedente “Quantum”, in mezzo cosa c’è stato?
Vita vissuta intensamente, ma davvero molto lavoro su più fronti. Direi: non mi sono fermato un solo istante, e mi piacerebbe si capisse che nel mio caso il gesto artistico non può essere circoscritto alla sola produzione musicale. Dal 2017 al 2020 il Seminario “Il Verbo Musicato”, suonato con la formazione al completo in Club e centri culturali, comprendente un repertorio vastissimo, fatto di ricerca e analisi della forma canzone; subito dopo “Scripta manent?”, un Seminario sul segno, tra musica e arte, quindi “Fenomenologia della Canzone”, uno studio realizzato attraverso Lezioni pubbliche tenute in rete. Nel 2021 ho pubblicato la raccolta di brevi saggi narrativi “Fondale, paranormalità elettive tra musica, cinema e affini”, quindi ha preso il via la mia collaborazione con il Festival storico Asolo Art Film Festival, del quale sono entrato prima in Giuria, occupandomi della valutazione delle colonne sonore dei film in concorso, poi come membro del Comitato Scientifico, un ruolo che ricopro tuttora. Completata la stesura del nuovo romanzo mi sono immerso nelle lavorazioni dell’album, oltre a tornare a dipingere. Intanto lo scenario internazionale è mutato in tragedia manifesta, e con Pierpaolo Capovilla abbiamo realizzato alcune tappe del Tour “Se questa è una guerra”, con riflessioni su Gaza ed il genocidio perpetrato in quei luoghi, una scelta di posizione che peraltro nei primi mesi del 2024, quando siamo scesi in campo noi, suonava ancora come una eresia e praticamente nessuno nel mondo della musica osava sbilanciarsi per denunciarlo, tanto scomodo era riconoscere che si stesse compiendo da parte di Israele ai danni dei palestinesi una carneficina sotto gli occhi di tutto il mondo.
Il tempo intercorso tra un disco e l’altro è sempre tempo ricco di nuove esplorazioni, le quali poi risuonano nelle mie canzoni. Vorrei si cogliesse che il mio approccio all’arte è elettivamente politico, in senso alto.
E adesso “Le beatitudini”, in che senso?
Siamo coevi di un tenpo di triste rassegnazione, di ubbidienza a forme sottili di omologazione e controllo, inconsapevolmente schiavi di un bisogno disperato di comodità e visibilità, alle quali come nuove religioni sacrifichiamo tutto, tutto ciò che un tempo ci faceva vibrare. Io mi sento inadatto ad un tempo come questo quanto basta per poter concentrare la mia ricerca in quelle aree del sentire che ci vedono ancora in grado di vibrare.
Le beatitudini sono quelle “zone franche” in cui sei ancora capace di stupirti e farti portare dalla bellezza profonda e quasi sempre invisibile ad occhi ormai stanchi e delusi, occhi che sono lo specchio di animi che hanno trascurato per troppo tempo la vibrazione sconosciuta, il mistero, il supernaturale.
Il mio Album si occupa di quei momenti in cui ci si sente portare verso l’alto da luminose scoperte dei sensi, del percepire, che non è pensare, bensì un volo interiore. Esiste la bellezza, per chi sa coglierla, esiste la grazia, una condizione di contatto col bene che tutti noi desideriamo senza però avere il coraggio definitivo di sceglierla.
Sono brani che parlano di rivelazioni interiori, tanto più brillanti e necessarie in tempi di così profonda cupezza collettiva.
Un disco musicalmente deciso e compatto, dove sembra che sia un gruppo a suonarlo e non degli elementi chiamati a registrare un disco. Tanto lavoro di preproduzione?
Mi sono sempre considerato un compositore, e come tale ho cercato contesti di interazione con altri musicisti, non sempre facili da condurre, sia sul piano umano sia sotto il profilo professionale. La musica espone anche al dovere del confronto, che educa il nostro ego e allarga le nostre potenzialità. I musicisti che hanno suonato in “Le beatitudini” è un gruppo a tutti gli effetti, che suona insieme da quasi una decina di anni (la pianista e organista Meg Russo, che è anche coproduttrice del disco, condivide i palchi con me da oltre quindici). Gli stessi musicisti hanno tenuto con me, in situazioni disparate, quasi cento concerti dal 2017 ad oggi. Per questa ragione “Le beatitudini”, dopo una prima preproduzione iniziata nel 2018, che al 2020 somigliava già ad un disco finito, grazie alla pausa riflessiva offerta in quell’anno dalle “chiusure” che tutti abbiamo conosciuto, mi ha portato a riscrivere parte del materiale e tornare nel 2022 a una nuova e radicale preproduzione. Dopo riprese suonate in tempo reale da tutto il gruppo, ho proseguito a girare diversi Studi, selezionando tra molti brani registrati fino in fondo. I dischi avrebbero potuto quindi essere almeno due. Ma uno giusto è meglio di due approssimativi.
Il disco inaugura la nuova etichetta OnorArti dopo tanti anni con Lilium. Cosa cambia?
Semplicemente sento il bisogno di fondare attorno a me una realtà produttiva che tenga conto di tutti gli aspetti della mia creatività, dunque la musica, la letteratura e le arti figurative come la pittura e l’immagine nel senso generale. Per farlo ho bisogno di esserne il principale gestore, infatti ho chiamato OnorArti una struttura basata per ora solo sulla produzione di idee. Intendo aprirla ad importanti collaborazioni.

Entriamo nel dettaglio di “Le beatitudini”, sette brani a formare un unicum, dove coesistono suggestive atmosfere, ipnotiche coralità, rock d’altri tempi. Avevi degli esempi da seguire?
Si può considerare in fin dei conti un album con un tema di fondo che attraversa tutti i brani, ed è soprattutto il sentimento con il quale ho postprodotto e poi missato a conferigli la dimensione di unicum di cui parli e che era fortemente desiderata. In questo disco credo di essermi infine, diciamo, emancipato da riferimenti precisi, quell’attitudine che ti induce a scrivere, arrangiare e persino a cantare pensando ad un determinato modello che ti ha tanto impressionato o che hai amato. All’inizo ne soffriamo un po’ tutti, alla ricerca di una indentità. Ma se hai qualcosa da dire, col tempo finisci per prendere una forma solo tua, con le dovute riserve e i debiti che naturalmente ci portiamo dentro.
Io credo onestamente che “Le beatitudini” abbia una personalità tutta sua, non solo per ragioni sonore, ma per precise ragioni di ispirazione, non somigliando a niente di ciò che circola e soprattutto non volendo fermarsi ad alcun ambito preciso e inevitabilmente circoscritto. Tanti autori sono bravi nel ricalcare un genere, e ascoltando cose fatte tanto bene non ci si accorge di essere subito sequestrati da ciò che già conoscevamo. Il mio obiettivo era invece quello di far suonare le canzoni come fossero dei classici ma allo stesso tempo novità, la cui familiarità all’orecchio dell’ascoltatore fosse il solo frutto di una sintesi dovuta al lungo lavoro di pensiero musicale, letterario e di interazione col mondo politico e intimo maturato in tutti, tanto in chi lo ha concepito quanto in chi lo possa ascoltare. Come avviene in “Planetarium”.
Ci sono però brani più da cantautore, come “Dal sole”, e non mancano le ballate, come “Il tuo amare”, dal ritornello che piace subito. La lezione di certi cantautori è entrata nel tuo mondo. Quali?
Scrivo da sempre in modo vario. C’è una scrittura proiettiva, quella che esprimo nei combo più affini al cosidetto rock: penso a “Le nozze chimiche” di “Io sono l’angelo” o a “Il carnevale dei morti” di “sangue bianco” e ad altri ancora. Qui la si ascolta in “Stanotte”, il secondo brano di “Le beatitudini”, e che arriva come una staffilata.
Ma ho anche una scrittura introiettiva, ed in questa seconda dimensione si trova un brano come “Dal sole”. Quando scrivo così sono percepito come assimilabile al cantautorato, se però si ascolta la canzone lasciandosi portare e senza cercarvi un codice di riferimento, si entra in una dimensione immaginifica, di luce in particolare, ed era ciò che volevo raggiungere: un abbaglio in cui la carne, una parete abbacinata di luce solare, il sentimento di gioia e di paura per la novità ,sono una cosa sola. Soltanto a quello pensavo nello scriverla. Chi la vorrà accogliere deciderà in proprio a cosa riportarla.
Ma se devo pensare a qualcuno che possa essersi insediato nel mio modo di condurre la scrittura di certi brani, non sono esponenti del mondo cosidetto “cantautorale”, un ambito in cui, in Italia almeno, ho sempre riscontrato limiti sotto il profilo strettamente musicale, o quanto meno poco spazio alla sperimentazione e alla fuoriuscita da schemi precostituiti. Quanto a me, non vedo un genere o un autore di riferimento, ma solo il bisogno di una libertà di scrittura apolide. Il mio lavoro peraltro raccoglie da sempre attestati di stima, che sono molti e tanto lusinghieri, ma raramente sono il frutto di un’attenta analisi di quanto da me creato e proposto. Leggo recensioni altisonanti, che tuttavia in sostanza non dicono abbastanza, o talvolta non dicono proprio niente di ciò che l’opera offre davvero. E questo è un limite del giornalismo critico, tanto in musica, quanto al cinema: non si sa più prestare la giusta attenzione a quanto un’opera sappia effettivamente esprimere e questo inficia profondamente gli sviluppi qualitativi di tutta la produzione artistica nel nostro Paese, se gran parte degli addetti ai lavori non sa più fare la dovuta immersione, trincerandosi a titolo di discolpa dietro al problema della enorme mole di dischi, film e libri che vengono pubblicati. Ci si concentri su quanti, immagino pochi, si ritiene effettivamente di valore, anziché cedere alla bulimia dilagante e che come risultato porterà alla più totale ignoranza da parte del pubblico.
Quando a scoprire talento e valore non sono più discografici et similia, è di fondamentale importanza il ruolo di mediatore e perché no, di scopritore, rappresentato da un giornalismo autentico e coraggioso, selettivo, arrivo a dire. Il pubblico altrimenti, come accade, non sarà aiutato nella valutazione di una proposta, finendo sempre per ritenere come la “migliore” quella che è più sbandierata presso i media. Questo affossa la qualità generale della musica.

Per tanti anni sei stato capitano della nave Underground Life dove forse certa musica new wave rappresentava l’esempio, o sbaglio?
Sì, era così per buona parte di quel percorso partito come musica di ricerca stilistica. Poi con l’ultimo scorcio dell’eperienza UL ero già proiettato verso qualcosa che sapesse andare oltre i “generi”, avviato verso una dimensione di viaggio nella musica contemporanea, di volta in volta vicina alle più disparate ispirazioni, ma riunite in una mia cifra, che è riconoscbile. La stessa che affino anche oggi.
Tensione e ritmo escono prepotentemente in “M”, forse una delle canzoni manifesto dell’album insieme all’apertura di “Nous Phoenix”. Sei d’accordo?
Sono d’accordo e ti sono grato per questa osservazione attenta. “M” doveva persino dare il titolo al disco, poi ho desistito per evitare ulteriori fraintendimenti, esistendo già un celebre libro con quel titolo, sebbene in quel caso l’accezione della sigla fosse completamente diversa. Il Titolo di un’opera dovrebbe potersene fregare di omonimie con altre opere, poiché questo è un ulteriore limite, che si somma a molti altri. In questo caso è stato meglio non rischiare confusioni, benché non potessi rinunciare alla “M” del mio titolo, perché vi è legato un preciso significato: il segno rimanda ad un antico simbolo uterino, lo si può vedere chiaramente riprodotto in alcune architetture cristiane, ed è lo stesso segno da me formato con le mani in copertina, e così nella posa scelta per la fotografia dell’interno. “M” rimane il brano centrale di “Le beatitudini”, ed essendo il quarto tra sette pezzi, figura perfettamente al centro dell’album. La stessa scrittura e l’arrangiamento del brano riproducono una “emme”: vi è una salita progressiva fino ad un primo picco in significato e in ritmica, poi una discesa, una seconda risalita, un picco e poi la ridiscesa. Credo sia il brano più sperimentale dell’opera. Ma la scommessa artistica era quella di non farlo percepire come tale, bensì come una ballata per sintetizzatori, voce e ritmica che richiamasse temi ancestrali come la fertilità, l’origine sessuale del mito religioso, in senso alto (in India quella che da noi suona come una sorta di eresia o qualcosa di scabroso, è una verità riconosciuta del sentimento più ancestrale).
Mi riempe di orgoglio la tua osservazione inoltre su “Nous Phoenix”. Questo brano cerca in una sobria monumentalità, in una solennità cadenzata, la metafora del vivere come ricerca incessante di se stessi al di là delle parvenze. Persino morire è un evento vitale e il resuscitare del personaggio femminile che vive questa scoperta, condensa in un passo incerto il suo ritorno alla vita che è ritorno a morire. Credo che una canzone possa avere i requisti per tentare l’impresa ambiziosa di suggerire sensazioni o intuizioni che vadano al di là del comune senso del ragionare e del pensare.
Ho notato anche un gran lavoro sulla voce, molto mobile, dove in ogni brano assume un carattere diverso, secondo il contesto sonoro. Voluto?
Certamente è uno dei lavori compiuti con maggiore impegno, quello di presentare una voce diversa per ogni singolo quadro di questo album. La voce non deve solo dire e intonare dei versi, ma deve fare parte della scoperta timbrica e sonora, musicale della canzone stessa. C’è una voce giusta per ogni canzone di significato, così come abbiamo volti diversi a seconda dei contesti o delle azioni che stiamo compiendo: alle volte la malinconia, in altre lo stupore o la gioia o la paura disegnano nuove forme del nostro viso. La voce è il volto che manifesta l’emozione contenuta in una canzone.
Continuando nell’ascolto si avverte che questo è l’album tuo più maturo, perfino più convintamente Onorato, nel senso che ti sei staccato da tutto quello che hai pubblicato finora per raggiungere un punto più alto. Esagero?
Ti ringrazio, io stesso lo penso così. “Le beatitudini” riporta a casa tutto ciò che ho fin qui consegnato nelle mie opere precedenti. Mi sono ripreso le origini del mio scrivere, come la wave più fine e più genericamente il pop evoluto, quello delle rivelazioni, che ti fa intuire il senso delle cose in una sola progressione armonica, e le ho messe in dialogo con il mio presente umano, intellettuale, poetico e musicale. Ne è nata un’opera che mi rappresenta in modo complessivo e panoramico ed ora mi sento finalmente pronto ad emancipare del tutto il mio percorso verso soluzioni rinnovate. Sono una persona lenta ma coerente e so di avere un percorso da offrire sempre in crescita. Non conosco la tendenza a celebrare o a rifugiarsi in quanto di riuscito è stato fatto in passato per mantenere o rafforzare un consenso.
È sufficiente prestare attenzione alla mia produzione negli anni: non si avrà mai un disco uguale al precedente, perché è naturale, non siamo mai la stessa cosa né lo è il mondo, siamo sempre gli stessi, ma al contempo completamente nuovi. Semmai ciò che ancora ho da affinare è la capacità di raggiungere il nucleo più fondo del mio sentire, e questo è il mio lavoro preparativo per il prossimo passo.
Sette brani e come chiusura l’orecchiabile “Milioni di fiori”, e il lento cullare di “Planetarium”. Avevi altri brani che hai preferito lasciare fuori?
I sette pezzi che compongono l’opera sono il frutto di un setaccio davvero rigoroso su una rosa di circa 20 pezzi, la metà dei quali giunta a completo compimento. Sul nascere una canzone ti appare già completa di tutto quanto vorresti dire; fintanto che non si sono ancora affrontati la stesura e la sua vera veste definitiva, ti illudi sia uno scherzo terminarla. Invece il percorso è talvolta lunghissimo per giungere a quel momento, che è una seconda nascita del pezzo, e che decreta se questo potrà o no venire proposto. Tranne rari casi, quasi sempre quello che comunemente chiamiamo con un termine riduttivo “arrangiamento” in realtà nell’universo del pop (inteso come sommatoria di influssi compositivi), è il vero dare forma ad una idea. Qualunque idea è essenzialmente affidata alla forma che saprai dargli.
Scrivere semplice inoltre è il frutto di una grande complessità che non deve apparire all’ascolto. Ci sono brani che arrivano come diretti e immediati, come “Milioni di fiori”, quando sono invece tanto complessi sotto il profilo armonico, così come per le immagini che suggerisce il testo. Per cui credo di avere forgiato nella mia bottega personale una forma figlia del mio apprendimento alla scuola libera della sensibilità.
Quanto a “Planetarium”, ha avuto una gestazione davvero molto lunga, ed era il tipo di canzone che non avevo ancora saputo esprimere compiutamente. Inserendola come chiusura di “Le beatitudini”, mi è parso che trovasse il suo posto, quello di avvio di un viaggio nuovo. Per me questa canzone è un viaggio siderale nella conoscenza. Per tutti, come è giusto, esprime un abissale desiderio di contatto. Per questo il suo ascolto mette d’accordo.
L’esperienza con Cristiano Godano per il progetto Ex live cosa ha maturato nel proseguimento del tuo percorso?
Un rinnovato contatto col pubblico. Quel tour e quel connubio fatto di una serie interminabile di concerti dislocati nel corso di tre anni, mi ha riconsegnato il piacere del contatto col pubblico che avevo conosciuto in precedenza e poi in parte perduto. Accanto a “ExLive”, ci sono state anche moltissime serate del tour parallelo “La ricerca della bellezza”, in cui noi due discutevamo a ruota libera su vari temi, stimolati da un giornalista, (spesso è stato Luca Barachetti), ed eseguendo per sola voce e chitarra alcuni brani tratti ciascuno dai rispettivi repertori. Questo mettersi a nudo in pubblico credo sia stato costruttivo per entrambi; a me è servito a ritrovare naturalezza sul palcoscenico ma anche a comprendere definitivamente che una vera differenza tra palco e vita non esiste, se sei autentico. Io infatti cerco di abolire questo distacco, e chi viene ad ascoltarmi in concerto, lo sa.
Guardando indietro, rifaresti tutto o avresti cominciato prima la carriera da solista?
Sai, per me essere in gruppo o essere solista sono soltanto due sfumature differenti della stessa cosa. Chi condivide con me il lavoro della musica sa che io so sempre molto bene ciò che voglio, ma non sapendo come ottenerlo lascio ampi spazi di espressività a chiunque, quindi è come se io non avessi mai smesso di far parte di un gruppo, che è in effetti ciò che impone la musica, per lo più un’arte condivisa. Scrivere di musica è sempre una faccenda di attraversamento di diverse vite e visioni: una somma di tante differenti microscopiche dinamiche che messe insieme determinano, come al cinema, il risultato finale.
Parlami della parte letteraria, la scrittura, i libri pubblicati, di cui l’ultimo “Ex semi di musica vivifica”, c’è relazione con l’idea di un disco
Nasco in musica, ormai sono molti anni, con la definizione di “letteratura in musica”. Questo avveniva quando proporsi come musicista ed insieme scrittore più che una stramberia era un fatto incomprensibile ai più. Ricordo che persino in tempi più recenti, gli inizi degli anni duemila, vedermi alla direzione artistica di un Festival di Letteratura disorientava parecchio gli stessi addetti ai lavori, ancora incapaci di assimilare uno stesso autore a due diversi ambiti come la letteratura e la canzone. Finché poi fingere di aver qualcosa da dire in un libro è divenuto un espediente al quale hanno attinto in molti, quindi oggi è moda scrivere (o farsi scrivere) un libro, se solo hai ottenuto un minimo di visibilità. E questo offende il pubblico e il mondo della condivisione delle idee utili, ma è un discorso a parte.
La letteratura, e meglio ancora per me la narrativa, non è per niente avulsa dallo scrivere una canzone. Semmai io distinguerei tra coloro che aggiungono parole ritenute significative a forme musicali elementari, da coloro che invece intendono il testo come il libretto di un’opera musicale. Io vivo la seconda delle condizioni.Tutto questo non dovrebbe stupire in Italia, eppure avviene, anche perché se tu parli di “libretto” non saranno molti a comprendere a cosa ti stai riferendo.
Nel 2012 ho ricevuto quello che ritengo sin qui il miglior riconoscimento, ovvero il Premio Giacosa “Le parole della musica”, per l’Album “sangue bianco”. Quel Premio gratifica e sancisce il mio lavoro nella forma canzone. Anche i miei romanzi sono sinfonici, conservano una musicalità tanto formale quanto contenutistica, e i temi delle canzoni contenute nei dischi sono alle volte sovrapponibili a quelli dei romanzi.
Ex è un testo a parte, come lo è stato in seguito, nel 2021 “Fondale”, raccolta di testi pubblicati sul Blog omonimo che tengo da anni su “Spettakolo.it. Sono momenti in cui narrativa e saggistica si fondono, ed è una dimensione che amo ed in cui sono a mio agio. Tuttavia la cosa più ardua è riuscire a condensare in un nucleo espressivo una storia, come in un romanzo e poterla elevare a significato di un’epoca. Quel testo ha come ossatura appunto la musica, essendo una sorta di narrato in prima persona che illustra la formazione di un giovane artista, nel suo percorrere contromano la storia della cultura italiana tra il 1977 e i primi anni duemila, traendo linfa dai suoi maestri virtuali: musicisti, scrittori, pittori, cineasti. È in un certo qual modo un testo autobiografico, senza la pretesa di parlare direttamente di me in prima persona. Da quel testo avevano preso il via prima il Tour e poi il disco “ExLive”.
E la pittura? Da quando?
La pittura da subito. Credo si sappia che è una attitudine da me conservata nel tempo, e che ha accompagnato i vari passaggi del mio percorso creativo; ma è anche una disciplina che non sono solito sbandierare, per il semplice fatto che per me dipingere ha una funzione autoconoscitiva, in primis, ed un aspetto di pura visionarietà. Poi, anche qui, chi volesse potrebbe trovare tutti i correlati con le altre dimensioni da me affrontate. Tengo però molto a precisare che non sono io ad essere complesso e åstratificato, ma è semmai il tempo storico in cui viviamo che a pretendere di abbassare e banalizzare, svilire appiattire tutto. Tempo fa ho diretto una grande Esposizione Mondiale di Musicisti-Pittori, “Poiesis”, e non avete idea di quanti musicisti hanno dimestichezza con la pittura. La dimensione espressiva di per sé non conosce limiti, si tratta solo di capire se questi attraversamenti tra le discipline siano o no dignitosamente significativi. E questo, oltre a decretarlo una buona dose di autocritica, lo deve cogliere chi volesse fruirne intensamente e con la mente libera da preconcetti.
Non posso non chiederti come vedi la scena attuale, italiana e straniera. Mi fai dei nomi, c’è qualcuno che ancora desta la tua curiosità
Citare alcuni e dimenticarne immancabilmente altri è sempre un fatto spiacevole in una dichiarazione pubblica. Mentre credo che andare ai concerti, anche e soprattuto come scoperta e non solo per ascoltare ciò che già si conosce, rimanga il modo più dinamico per conoscere l’opera ma soprattutto il mondo di un musicista, vedo che tra musicisti è una esperienza il più delle volte considerata riduttiva della propria presunta esclusività (andare ai concerti di un collega vorrà forse dire essere rimasto in panchina? Cosa si penserà di me se sono tra il pubblico anziché essere il protagonista di una serata?).
Si poteva compiere passi più importanti e coraggiosi in fatto di musica pop. Temo che buona parte della scena musicale italiana sia rimasta come condizionata, ancorata ad una visione nominalmente “a sinistra”, ma incapace di compiere passi di intendimento della realtà complessa nella quale ci veniamo a trovare in tutto il mondo. Va da sé che produrre musica, come anche cinema o qualunque altra forma di espressione risenta, soprattutto qui, di questa profonda mancanza di orientamento. Tanti colleghi si ritengono ad esempio a sinistra, senza più sapere cosa ciò voglia effettivamente dire, o addiriuttura incapaci di accorgersi di quanto una mentalità ferma e antistorica nell’incrostazione di ideologie ormai svuotate di significato possa aprire la strada a nuove forme di totalitarismo culturale.
Comunque, in linea di massima, la mia generazione ha finito da tempo le munizioni, le illuminazioni, lo stupore, ha dimenticato la verginità, l’incanto e il piacere di inventare. Tutto questo avviene per ragioni di “mestiere”, quando invece per fare musica davvero devi saper esser sempre un eterno principiante. Ed in questo io mi sento un favorito.
Per uno sguardo più generale sulle novità, noto che accanto a una pletora di nomi e nomignoli (hanno tutti nomi propri o sigle, dimentichi di una identità più completa), di avventori casuali che trovano la via di una anche forte popolarità orizzonale (quella offerta dalla fascia di età degli stessi protagonisti), e caratterizzati da una generale inconsistenza artistica, vi sono nuove teste pensanti che meriterebbero un settore più aperto, vitale e competente per poter raggiungere il pubblico. Tuttavia la musica soffre di un diffuso innalzamento del solo talento tecnico che si estingue nel riprodurre bene ciò che è stato già fatto all’estero, ma è povera di anime nuove e libere, coraggiose e innovative.
In Italia ho apprezzato sin dal principio il lavoro di Io sono un cane, e più di recente alcuni episodi di Andrea Lazlo de Simone, ma trova a mio modo di vedere la giusta dignità e attenzione il compositore Alfredo Cerrito. All’estero mi incurioscono sul piano formale la ritmica travolgenza delle orchestrazioni di Jessie Montgomery o quelle di mescolanza tra l’orchestra sinfonica e strumenti vicini alla musica tecnologica adottate da Mason Bates, ma niente che non sia già stato fatto negli anni sessanta e settanta. Il mio amore va infatti alla musica per il cinema di autori come Riz Ortolani e Stelvio Cipriani, o di Jerry Goldsmith o ancora l’immenso, minimale, epico John Barry.
Ma per potermi esprimere compiutamente su quanto accade ora, dovrò uscire del tutto dalla fase di scrittura che finora mi ha riguardato per il lavoro al mio album.
Perché per artisti come te diventa difficile salire sul palco del 1 maggio che assomiglia più a quello di Sanremo?
La ragione è semplice e banale: perché non ci sono addetti ai lavori sinceramente innamorati del significato di un artista. A portare sui palchi importanti un nome non è solamente la sua rilevanza artistica, direi anzi che quella si avvia ad essere l’ultima delle qualità per cui puoi vederti proporre ad un pubblico vasto. Non siamo verginelle, per cui sappiamno bene che il mondo dello spettacolo divora ogni più più puro sentimento, e non è poi così tanto un luogo comune. Se per una qualunque ragione prometti vendite, sei adorato, se invece a causa di un impoverimento generale ciò che fai richiede lavoro di approfondimento, risultando “impegnativo”, la tua voce resta ascoltata solo da pochi eletti. Sarebbe un bel mondo quello in cui, come solo in parte avvenne tempo addietro, ci fossero addetti ai lavori che sapessero spendersi affinché il pubblico più esteso potesse conoscere il valore, quando è presente. La legge del profitto attiva quella dell’ipocrisia e determina la visibilità di alcuni, finché si può sfruttarli, a dispetto di altri. Questi ultimi in genere sono anche i più scomodi, i meno flessibili.
Datemi una leva, potrei dire, ma questa leva non ti viene data. Quanto al Concerto del 1° Maggio, poveri lavoratori, convinti che su quel palco si celebri l’importanza della dignità sul lavoro, mentre a condurla sono ben altri interessi. Qui a parlare, oltre l’artista, ed oltre chi su quel palco ci è stato eccome, credendoci, a parlare è il sentimento di figlio di un lavoratore morto per gli esiti di un impiego ingrato e nocivo della salute. So quello che dico.
Ti ritieni un solitario o ami condividere e passare tempo con altri artisti
Sono uno spirito solitario, ma amo anche stare con gli altri e credo di poter dire di godere di stima e ricambiarla in ogni ambito. Non trascorro molto tempo con altri artisti, soprattutto perché non amo le metropoli dove si concentrano le frequentazioni, ma ho tanto amato e amo fare la conoscenza umana di uomini e donne speciali. Anche in questo senso, sono stato fortunato, avendo una galleria di incontri con individui straordinari che da sola meriterebbe un libro a sé. Sono inoltre una persona che predilige la semplicità: avere aura da dandy non significa nutrire distacco verso gli altri. Non sono un elitario, sono solo uno che non ama pose né inciuci di parrocchia che fanno fare strada a qualcuno a discapito di altri. Le parrocchie, dove c’è un santone che a pagamento (sono svariati i modi di ritrovarsi in debito) indora col suo tocco salvifico i desiderosi di notorietà ad ogni costo, non fa per me. A parte questo, io sono amico e rispettoso di tutti, e tutti possono essermi amici. Del resto, come si è visto, ho condiviso palchi significativi con diversi colleghi, e credo possano tutti dire che ci siamo voluti bene.
Da Monza ti sei spostato di qualche chilometro dove ora vivi, ma a Monza dopo di voi Underground Life sono arrivati i Bluvertigo. A me invece è sempre sembrata una città poco aggregante e attrattiva. Invece?
Monza, dici bene, è stata ed è poco aggregante, e questo ha generato un disperato bisogno di esistere in chi scelga l’espressione. Gli Underground Life sono stati un’esperienza spuria della città, così come lo sono stati i Bluvertigo.
Entrambe le formazioni, diametralmente all’opposto per origini e per sviluppi di carriera, hanno condiviso lo stesso identico bisogno di fuga dal gretto pensare e vivere del monzese medio. Tutti noi pur dovendo i natali a Monza, abbiamo sentito il medesimo bisogno profondo di andare oltre, ed io di andare via. La città non ci ha sostenuti, gratificati, non ci ha riamati, a volte neppure notati. Peccato per la città, perché noi abbiamo fatto e facciamo la nostra parte. Non vengano però a cercare di mettere cappelli di paternità sulle esperienze artistiche che hanno rappresentato ovunque la città con importanza, perché sono merito unicamente nostri, che abbiamo vissuto, sofferto e combattuto resistenze ed indifferenza colpevoli.
A pochi chilometri dove vivi c’è il locale storico Bloom, ci hai mai suonato?
Troppo vicino a casa per essere una frequentazione affettiva. Ci sono eventi che hanno del paradossale: con il mio gruppo delle origini, Underground Life, non ci suonammo mai, ci suonai invece io come solista con Paolo Benvegnù, nella prima parte “ExLive”, perché voglio ricordare che Paolo fu il mio primo compagno di palco di quel tour. Fu un bel concerto, davanti a molte persone affettuose e partecipi, che poi fu replicato all’aperto. Ed è forse l’ultimo bel ricordo personale che conservo di Paolo. Poi la vita, così come unisce, separa.








































