La world music contemporanea vive una stagione di espansione, che non è più soltanto geografica, è linguistica, emotiva, sociale. L’Italia, con la sua tradizione di incroci e migrazioni, produce oggi opere che dialogano con il Mediterraneo, con l’Africa, con il jazz, con il pop, con le nuove forme della canzone d’autore. Allo stesso tempo, la scena internazionale continua a reinventare la relazione fra radici e futuro, trasformando la memoria in materia viva e in sguardo sul futuro. In questo doppio orizzonte si collocano Hirundini di Marcello De Carolis e Hiram Salsano e Massa di Fatoumata Diawara: due dischi lontani per provenienza, ma vicini per tensione creativa, per la volontà di raccontare un mondo che cambia e chiede nuove forme di ascolto.

Hiram Salsano – Marcello De Carolis

Hirundini (MaDe Sound)

Voto: 8

Hirundini è un disco che nasce da un’immagine semplice e potentissima: le rondini come metafora di ritorno, di migrazione, di un volo che non conosce confini. Praticamente in solitudine, lo specialista assoluto della chitarra battente Marcello De Carolis e la cantante, che maneggia anche le piccole percussioni, Hiram Salsano costruiscono attorno a questa figura un lavoro che non è soltanto musicale, ma narrativo, quasi documentaristico. La loro world music si muove con continuità fra paesaggi sonori italiani e aperture mediterranee, fra la memoria popolare e una scrittura contemporanea che non teme la sottrazione.

Colpisce subito la cura timbrica che è la definizione espressiva del disco: chitarre acustiche dal tocco morbido, percussioni leggere come tamburello e putipù, voce che non domina, bensì di volta in volta accompagna e/o determina. La produzione è asciutta, rispettosa, e permette ai due musicisti di far emergere la qualità più preziosa del progetto: la capacità di far convivere la delicatezza con la profondità. Ogni brano sembra costruito come un piccolo rito, un gesto che richiama la tradizione e la spinge verso una dimensione più astratta, quasi poetica.

Punto di partenza del disco sono una serie di brani della tradizione orale e popolare del sud Italia e della Basilicata in particolare, che Salsano, reduce dal successo e dai riconoscimenti del suo ottimo album da solista Bucolica del 2023, e De Carolis, che insieme con Francesco Loccisano sta rinnovando l’uso della chitarra battente (strumento tipico del nostro meridione con cinque coppie di corde metalliche), adattano all’oggi intervenendo sui testi l’una e sulle musiche l’altro. Ne risulta che Hirundini più che un album di canzoni, sia una sorta di organismo sonoro che respira seguendo un deciso movimento interno, che pulsa una nostalgia che non diventa mai malinconia, che si muove su linee melodiche spesso sospese e, benché conosciute, mai risolte in modo prevedibile.

Come appuntato nelle note di copertina, questo album «è il racconto di una geografia invisibile» e abita «il cielo della sperimentazione senza mai perdere il ricordo della terra arcaica». E crea sempre una tensione sottile che tiene l’ascoltatore dentro una sorta di viaggio lento, contemplativo. Dalla “simbolica” title-track alla tarantella Sona chitarra, dalla ninna nanna Vocula all’inedita strumentale Lucana, da Fronni D’Alia, storia di ribellione femminile con le voci “antiche” di Maria Romanelli e Annamaria Pisillo, anche remixata in forma elettronica da Teo De Bonis, alla rituale e lavorativa Olio, punteggiata dal fischietto di terracotta siciliano ruscignolo suonato da Mapau Salsano, fanno di Hirundini un disco che si colloca perfettamente nella nuova scena world italiana, raffinata, consapevole, profondamente emotiva.

Fatoumata Diawara

Massa (Nø Format!)

Voto: 9

La cantautrice maliana Fatoumata Diawara, a 15 anni di distanza dal suo album di debutto Fatou e a tre dal precedente London Ko, ci propone un lavoro che la conferma artista centrale nella world music contemporanea di matrice africana. Massa è la sintesi matura di un percorso che rilancia la tradizione verso un futuro elettrico, pulsante, globale, e che si propone nell’attualità come un manifesto di libertà, di forza, di identità, di coraggio e di resilienza.

Diawara ha forgiato la sua sicurezza espressiva con il gruppo Lamomali, formato nel 2017 con il genio della kora, il compianto connazionale Toumani Diabaté, suo figlio Sidiki, il rapper francese Oxmo Puccino e l’apprezzato produttore e multi strumentista pop -M-, all’anagrafe Matthieu Chedid, gruppo che ottenne una nomination ai premi Grammy e il riconoscimento francese de Les Victoires de la Musique già con il primo album eponimo. E oggi raggiunge il vertice del suo impegno a realizzare un difficile equilibrio tra il mantenere la radice mandinka e il costruire un linguaggio pop, rock, elettronico, capace di parlare a un pubblico vasto senza perdere profondità.

Massa è un disco che parla di responsabilità e dolore, di maternità e memoria, di comunità e futuro africano, di fede, gelosia, libertà e padronanza di sé. Con una scrittura diretta, tagliente e, allo stesso tempo, profondamente melodica, Diawara mostra una sicurezza che fa apparire l’album come un paesaggio emotivo variegato e profondo, in cui ogni brano ha un peso specifico proprio, senza essere di denuncia nel senso classico, ma trasformando le problematiche sociali e personali in energia, in ritmo, in movimento.

Tra i brani spiccano la “filosofica” title track, il singolo Djanne, che irradia calore e sicurezza, Fala che evoca assenza e nostalgia, la “meditazione” in lingua bambara Denko sulle difficoltà di affrontare la disabilità, l’omaggio quasi blues al padre defunto Tati Bakary. La produzione di -M- è ricca, stratificata, ma mai ridondante. Le chitarre – spesso distorte, spesso liquide – sono il motore emotivo del disco. Attorno a loro si muovono percussioni tradizionali, bassi incisivi, tastiere che aprono spazi quasi psichedelici. E poi c’è la voce che ha la forza del coraggio e dell’invito, la sicurezza delle idee e della volontà, la dolcezza del racconto e della fragilità.

Massa è un disco che rende la musica un luogo di incontro fra generazioni, fra tradizione e modernità, fra Africa e mondo. È un’opera capace di unire potenza e delicatezza, visione e radici, che parla di emancipazione, di orgoglio, di un continente che non vuole più essere raccontato dagli altri. Un disco che conferma Diawara nella triade delle grandi cantautrici maliane, insieme a Oumou Sangaré e Rokia Traoré.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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