La voce prediletta dall’ensemble soul/rhtyhm‘n’blues tedesco più famoso, quello degli Angels Of Libra, debutta oggi – dopo l’EP Relations e alcuni singoli – con un album particolarmente interessante intitolato Ghosts From The Past, “fantasmi dal passato”. Sarife (che non utilizza il cognome Afonso per la sua attività artistica) propone un lavoro che ruota attorno all’idea semplice e potentissima secondo la quale il passato non è un archivio, non è qualcosa che si consulta, bensì una serie di valori, di ricordi, di portati che si manifestano in continuazione anche nel presente. La cantautrice, che vive ad Amburgo, ma ha origini iberiche, scrive canzoni di una delicatezza rara lavorando su questa ambiguità.

Ghosts From The Past può sembrare malinconico, ma non cerca la malinconia; può sembrare nostalgico, ma non cerca la nostalgia; può sembrare attento alle piccole cose, ma non le cerca. Cerca invece i dettagli che rimangono, le vibrazioni che non si dissolvono, le immagini che continuano a bussare anche quando pensavamo di averle lasciate indietro. La persistenza delle emozioni, il lasciar entrare ciò che non è più presente ma non è ancora assente, trova nel neosoul di Sarife una forma di bellezza austera, quasi meditativa. Una modernità sottile, che impressiona e incide senza (voler) essere spettacolare, che costruisce architetture instabili, fatte di chiaroscuri e di una ritualità che sembra emergere da un luogo del passato e senza coordinate.

Queste 11 canzoni sembrano procedere per strati, sembrano non avanzare in linea retta ma scivolare, ruotare, spostarsi di lato, quasi con l’idea di far perdere l’orientamento a chi ascolta. Anche i riferimenti espressivi di Sarife, da Sade ad Alicia Keys fino a Lauryn Hill, scivolano fra le note, si fanno più sfumati ascolto dopo ascolto, diventano un paesaggio sonoro sostanziale e quieto, ma lieve come un profumo nel vento.

Tutto l’album sembra arrivare da dietro una parete sottile. Se ne percepiscono le forme, le pulsazioni, le ombre, ma qualcosa rimane sempre velato. Sarife costruisce tutto su una drammaturgia della distanza, come se ogni suono fosse un messaggio che ha viaggiato troppo a lungo per conservarsi integro. E ci ricorda nei testi come sia il dolore che la speranza sono necessari per ritrovare se stessi, seguendo un percorso inquieto che non è mai lineare. Soprattutto un percorso in cui la vulnerabilità diventa forza e guarisce. Con una poetica della memoria che non indulge mai e una tensione spirituale che non si risolve.

E proprio questa fragilità diventa la sua forza fin dall’apertura Ghosts con le chitarre leggere (di Jonny Werk), le elettroniche quasi ambient e le percussioni lievi che sorreggono una voce, arricchita da raffinate backing vocals, che vola come un albatros nella nebbia. Altrettanto intensi, da brividi delicati lungo la schiena sono Heal, una spirale lenta, costruita su un drone che si apre e si richiude come un respiro antico, mentre il sassofono jazzy di Mark Norton accarezza e la voce passa dal canto allo spoken word e si specchia nei cori con eleganza e dolcezza. Oppure il singolo Come Closer, con i fiati alla De-Phazz e il rap e il parlato di Joél David, dolce love song con il ritmo che invita delicatamente a ballare. Oppure ancora la conclusiva Una ultima vez, con gli Angels of Libra al completo e il ritornello in spagnolo, la cui costruzione, sorretta da una chitarra stimolante, è la più lineare nel suo errebì new style.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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