Omologati & Mainstream Italian Style

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C’è qualcosa di profondamente inquietante in questo Paese. Non la povertà, non la crisi, non le difficoltà che ogni epoca porta con sé. No. È la volontaria rinuncia al discernimento.
Abbiamo smesso di scegliere. Ci accontentiamo. Consumiamo ciò che ci viene messo davanti con la serenità di chi ha ormai confuso il desiderio con l’abitudine. Birre senza carattere, vini che sembrano usciti dalla stessa catena di montaggio, cibo progettato per essere fotografato prima ancora che assaporato. Ovunque la stessa estetica, gli stessi slogan, la stessa rassicurante mediocrità.
E i locali si combattono una guerra grottesca. Non per offrire qualcosa di migliore, ma per assomigliarsi sempre di più. Cambiano i nomi, cambiano le insegne, ma il copione è identico. Apericene, fritture, cocktail colorati, musica di sottofondo che non pretende di essere ascoltata. La differenza è stata espulsa dal mercato perché richiede uno sforzo: quello di essere riconosciuta.
Così il consumo diventa una liturgia. Non importa ciò che si mangia o si beve. Importa esserci. Essere fotografati. Partecipare. La presenza sostituisce il giudizio.
Poi ci lamentiamo. Ci lamentiamo della povertà culturale, della televisione, della politica, dei giovani, della mancanza di idee. Ma ogni giorno alimentiamo esattamente quel sistema che fingiamo di disprezzare. Perché il conformismo contemporaneo non ha più il volto severo dell’obbedienza. Ha quello sorridente dell’intrattenimento. Ti accarezza, ti seduce, ti convince che scegliere sia inutile e che essere uguali sia persino una forma di libertà.
La cultura, quella che inquieta, che costringe a cambiare posizione, che obbliga a mettere in discussione sé stessi, viene lentamente sostituita da un rumore di fondo. Un sottofondo permanente che non pretende attenzione, ma soltanto consumo.
Ed è questa la vera sconfitta. Non aver perso il benessere, ma aver perso l’appetito per la complessità. Per ciò che non si vende facilmente. Per ciò che non entra in un algoritmo.
Forse il declino di una società non inizia quando smette di produrre ricchezza. Inizia quando smette di provare vergogna per la propria mediocrità. Quando scambia l’omologazione per pace sociale e il consumo per felicità.
A quel punto non serve più nemmeno un potere che imponga. Saremo noi stessi, docili e soddisfatti, a costruire ogni giorno la gabbia nella quale continueremo a chiamarci liberi.
E c’è un’altra contraddizione, forse ancora più profonda, che attraversa questo Paese. L’italiano discute volentieri della fede degli altri. Misura le religioni altrui, le giudica, le teme, le ridicolizza, le usa come argomento da bar o da campagna elettorale. Ma della propria interiorità si occupa pochissimo. Della propria vita spirituale, del silenzio, del mistero, del senso ultimo dell’esistenza, preferisce non sapere. Sono questioni rimandate, accantonate, sommerse dal rumore incessante del consumo e dell’intrattenimento.
È curioso: ci si preoccupa di ciò in cui credono gli altri, ma non ci si domanda più in cosa si creda davvero. Si difendono simboli che non si frequentano, tradizioni che non si comprendono, valori che non si praticano. La spiritualità viene ridotta a un elemento identitario, a una bandiera da sventolare, non a una ricerca che trasformi la vita.
Poi arriva lei, la grande livellatrice. La morte. Silenziosa, inflessibile, indifferente alle nostre opinioni e alle nostre sicurezze. Ed ecco che, all’improvviso, riaffiorano domande che erano state sepolte sotto gli aperitivi, le polemiche, gli acquisti e le distrazioni. Lo sguardo torna a cercare un orizzonte più ampio. Si riscopre il bisogno di infinito proprio quando il tempo comincia a restringersi.
Forse il problema non è aver perso una religione. È aver perso l’abitudine a interrogarsi. Perché una società che non coltiva più la propria dimensione spirituale, qualunque nome voglia darle, finisce inevitabilmente per riempire quel vuoto con il mercato. E il mercato sa vendere quasi tutto. Tranne il significato della vita.
E poi c’è la cultura. Perché un Paese non è soltanto il suo PIL, non è soltanto la qualità dei suoi ristoranti o l’efficienza dei suoi servizi. Un Paese è la somma delle sue città, dei suoi paesaggi, della sua storia. Ma è anche la musica che produce, il cinema che realizza, i libri che scrive, il teatro che mette in scena, l’arte che ha il coraggio di immaginare.
E allora la domanda diventa inevitabile: quale musica racconta l’Italia del 2026? Quale suono custodisce il nostro scontento, le nostre contraddizioni, le nostre speranze?
Ci rappresenta davvero una perenne compilation da Festivalbar degli anni Novanta, aggiornata soltanto negli arrangiamenti? Ci rappresentano trasmissioni televisive costruite sul playback, con scenografie da cartolina che trasformano città di una bellezza irripetibile nello sfondo indistinto di una cassa in quattro costante, sintetizzatori senz’anima e testi che si rincorrono come slogan pubblicitari, pieni di parole che sembrano significare tutto e finiscono per non dire nulla?
Possibile che un Paese che ha generato alcuni dei più grandi compositori, scrittori, registi e interpreti del mondo oggi fatichi così tanto a riconoscere una voce davvero personale? Una voce che non chieda il permesso agli algoritmi, che non insegua le classifiche, che non nasca già addomesticata.
La personalità è diventata un rischio commerciale. L’originalità, un difetto da correggere. Si preferisce ciò che rassicura, ciò che somiglia a qualcosa che ha già funzionato. Così si produce intrattenimento in serie, perfettamente confezionato, immediatamente dimenticabile.
Ed è questo il peccato più grande. Non la mancanza di talento. Quello, in Italia, continua a esistere, nascosto nei club, nei teatri, nelle piccole etichette, nelle sale prove, nelle librerie indipendenti, nelle periferie dove qualcuno continua ostinatamente a creare senza chiedere il permesso. Il vero peccato è che una nazione così ricca di immaginazione sembri aver perso il desiderio di riconoscere chi osa essere diverso.
Una civiltà comincia a impoverirsi quando smette di premiare il coraggio e inizia a premiare soltanto la ripetizione. Da quel momento non produce più cultura: produce arredamento sonoro. E la differenza è immensa. La cultura cambia le persone. L’arredamento, al massimo, riempie il silenzio. E noi, forse, di quel silenzio abbiamo ormai troppa paura.

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