In viaggio sull’A14, direzione casa, dopo un’intensa settimana di lavoro. Scrollo distrattamente Instagram chiedendomi cosa ho fatto di male nella vita per meritarmi un algoritmo che mi propone venditori di macchine che urlano come ossessi, contenuti palesemente realizzati con l’intelligenza artificiale e influencer che ti promettono di farti diventare ricco o di scolpirti il fisico in meno di un mese. Proprio mentre mi vengono in mente le parole di Vasco Rossi, leggermente riadattate, “e ho guardato la mia applicazione e ho avuto come l’impressione che mi stessero rubando il tempo”, ecco che la mia attenzione viene catturata da un reel di Spotify Italia. Mi ridesto, lo guardo più volte.
Lo script è quasi banale: due persone in una macchina; uno dei due (l’uomo) che in pochi secondi immagina una vita insieme, l’altra (la donna) che lo riporta immediatamente alla realtà. Eppure c’è qualcosa di dirompente nella sua semplicità. Diversi elementi subliminali che, scendendo sotto la soglia della razionalità, colpiscono l’inconscio senza essere pienamente decodificati dalla mente.
Il primo: la canzone. Stupida sfortuna di Fulminacci (che all’ultimo Sanremo avrebbe meritato quantomeno di stare nella cinquina finale).
Il secondo: tutti i frame che prendono vita nelle fantasie dell’uomo, in un crescendo di complicità e intesa, si svolgono in macchina, durante un viaggio.
Il terzo, il più importante. Sullo schermo dello stereo c’è Spotify (e mentre scrivo penso che questa frase potrebbe essere utilizzata da un professore di italiano per spiegare la figura retorica dell’ossimoro).
E la radio?
Mentre canticchio la canzone di Filippo Uttinacci (Filì, te prego, sorridi ogni tanto) e cerco di capire cosa ci sia in questo reel di tanto rivoluzionario, il pulmino sul quale viaggio si ferma in autogrill. Scendo e mi trovo davanti un cartellone pubblicitario: “I migliori viaggi con Spotify”. Giuro sulla mia discografia di De André che è andata davvero così.
Ora ho capito! È una campagna pubblicitaria, strutturata molto bene, con un obiettivo molto più ambizioso di quanto si possa pensare a prima vista: sostituire la radio.
Per farlo la piattaforma svedese ha deciso di puntare al core business del sistema: l’ascolto in auto. Il Drive Time (fascia in cui l’audience è massima è la monetizzazione degli introiti generati dagli spot pubblicitari raggiunge il suo apice) è l’architrave del palinsesto di ogni una stazione radiofonica.
Si compone di una finestra mattutina (07:00-09:00) e di una pomeridiana (17:00-19:00) quando lavoratori e studenti cercando di rendere piacevole il pendolarismo quotidiano ascoltando format, programmi e conduttori che hanno un grandissimo potere di fidelizzazione. Per fare qualche esempio: Walter Pizzulli su M20, Tutti Pazzi per RDS, Pippo Pelo Show su Radio KissKiss oppure nel tardo pomeriggio, due su tutti, La Zanzara con Giuseppe Cruciani e David Parenzo (Radio 24) o Password di RTL 102,5.
Estate, tempo di massimi ascolti
Attezione però, l’offensiva di Spotify, al di là della sua apparente innocuità, punta su uno dei capisaldi degli italiani: le vacanze estive. Non ci sta chiedendo di accedere alla piattaforma, non ce la da come alternativa all’ascolto della radio mentre siamo bloccati nel traffico, fermi ad un semaforo rosso, in coda in tangenziale. No, ne da per scontato l’utilizzo, associandolo a sensazioni positive, piacevoli: estate, mare, spensieratezza, appagante relazione sentimentale. E quando ci si muove per raggiungere le località costiere, il viaggio (soprattutto se in coppia o in comitiva) fa parte dell’esperienza.
Provare a sostituire la radio in quei momenti è obiettivo tanto ambizioso quanto epocale.
La partita del secolo
In questa estate 2026, non si gioca ai Mondiali di Canada, USA e Messico, ma sulla plancia delle nostre automobili. Di fonte non ci sono Italia e Germania Ovest, come all’Atzeca il 17 Giugno del 1970, ma un media (la radio) che ha attraversato trasformazioni sociali e tecnologiche, dimostrando una grandissima capacità di adattamento e un’applicazione (Spotify) nata dall’intuizione di un nerd svedese che capì prima di tutti che l’ascolto digitale della musica non poteva essere arrestato e che l’unico modo per combattere la pirateria era regolarizzare e legalizzare lo streaming.
Quella partita, 56 anni fa, fu vinta dagli azzurri di Ferruccio Valcareggi, che superarono con le armi della tradizione calcistica italiana (catenaccio e contropiede) l’efficienza, l’organizzazione e la tempra inesauribile dei teutonici.
La nostra nazionale avrebbe pagato quei tempi supplementari epici pochi giorni dopo, andandosi a schiantare contro il Brasile di Pelè che superò Rivera e compagni con un rotondo 4-1. Ma questa è un’altra storia. Una storia che tuttavia ho ascoltato diverse volte nelle ultime settimane, ripetuta nei tanti podcast che sono stati pubblicati in vista della massima competizione calcistica mondiale.
Non solo musica
Perché in questo discorso (che sta diventando lungo, me ne rendo conto) dobbiamo tenere in considerazione un’altra cosa, tutt’altro che marginale: Spotify non è solo musica ma anche podcast. Un linguaggio in costante crescita, soprattutto in Italia, dove viene “consumato” principalmente nelle grandi città, durante gli spostamenti tra casa e lavoro, nella stesse fasce del Drive Time Radiofonico.
Insomma, la sfida è ardua, molto ardua. Prima di questa campagna pubblicitaria, apparentemente banale ma (a modesto parere di chi scrive) terribilmente efficace, c’era stato un confronto (Roma, 20 aprile 2026) tra Confindustria Radio-Televisioni e i produttori di automobili per garantire che la radio resti un’interfaccia principale di tutti i cruscotti dei veicoli connessi.
Come può la radio resistere, contrattaccare e vincere (proprio come gli azzurri in quell’indimenticabile pomeriggio messicano del 1970)? Facendo leva sulle sue caratteristiche principali che fanno della radiofonia italiana una delle migliori per efficacia e organizzazione nel panorama internazionale: posizionamento chiaro e coerente, qualità dei contenuti mandati in onda, scaletta musicale curata minuziosamente, fidelizzazione, empatia, eventi live, dialogo e confronto continuo con gli ascoltatori.
Spotify ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi (basta guardare il Wrapped alla fine di ogni anno) sa riprodurci la canzone perfetta quando attiviamo la riproduzione casuale, ha playlist adatte per ogni situazione della vita. Ma c’è una cosa che, almeno per ora, non può fare: sorprenderci con una voce che ci fa compagnia, farci sentire parte di una comunità, regalarci l’impressione che, dall’altra parte del microfono, qualcuno stia parlando proprio a noi.






































