Lo ha certificato la SIAE: nel 2025 gli incassi per la musica live hanno abbondantemente superato il miliardo di euro. Notizia fantastica! Peccato che non sia stato sottolineato che buona parte di questi soldi derivino dai grandi eventi (con aumento degli spettatori e ancor più del costo dei biglietti). E qui ovviamente non importa se è musica di qualità o robaccia: tutto fa brodo, diceva un celeberrimo slogan di molti anni fa.
Nè importa se questa esplosione dei mega-eventi (che brutta parola “eventi”, ma ormai la usano tutti, anche in situazioni che “eventi” non lo sono proprio per niente) abbia come contraltare la chiusura di locali più o meno storici (vedi il recente caso del Folk Studio di Torino o quello – anche se qui la situazione è più controversa – dello Spirit de Milan).
Questo significa che ci sono sempre più spettatori e denari che finiscono nelle tasche di pochi eletti, mentre il grosso di chi fa musica -spesso di qualità- non trova spazi, e spesso non raggranella soldi sufficienti per sbarcare il lunario.
Altra cosa su cui riflettere, è il fatto che ormai da un bel po’ di anni in Italia sia scoppiata questa mania del record di spettatori paganti. In Italia, che riguardo la qualità media delle venue (piccole, medie o grandi che siano) non è certo ai vertici mondiali. Probabilmente a qualcuno di voi sarà capitato di andare a vedere un concerto o seguire un festival negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, Olanda, Paesi nordici, Francia, Spagna o finanche in Giappone. Problemi capitano ovunque, per carità, e i prezzi spesso sono persino più alti che da noi. Ma di norma si vede e si sente, e l’organizzazione quasi sempre è migliore.
Ma dicevamo della corsa al record. Tutto è iniziato il 10 settembre 2005 con il concerto di Ligabue a Campovolo e quei 165.264 biglietti venduti. Record battuto il primo luglio 2017 da Vasco Rossi a Modena Park con 225.173 biglietti venduti. Ora Ultimo ha stracciato tutti con i 250.000 spettatori che è riuscito a radunare a Tor Vergata, Roma.
In questo contesto non ci interessa entrare nello specifico della qualità artistica dell’evento. Ultimo certamente ha dato tutto se stesso e avrà entusiasmato il suo popolo. La stragrande maggioranza di chi c’era è andata a casa contenta e sicuramente nei prossimi giorni, o mesi, ne parlerà usando termini entusiastici. Benissimo, il senso di un mega raduno è (anche) questo: esserci, partecipare, condividere la proprio gioia con chi ti sta a fianco.
Tutto bello? Per la maggior parte del popolo di Ultimo senz’altro sì, senza sé e senza ma. Ma come sempre c’è una minoranza (non silenziosa) che la pensa diversamente. Chiamiamoli, se volete, guastafeste o, con un termine più volgare ma decisamente più efficace, rompicoglioni.
Sta di fatto che girando sul web si trovano decine di migliaia di commenti entusiastici, ma ce ne sono anche parecchie migliaia di persone che hanno denunciato disagi e carenze nell’organizzazione. Certo, dirà qualcuno, come si fa a organizzare un “evento” che coinvolga 250.000 spettatori (e in un certo senso l’intera città di Roma) evitando i disagi. Forse non è possibile evitarli del tutto, ma ridurli al minimo sì. E non è stato il caso del raduno di Tor Vergata.
Già arrivarci (e ancor più andar via) è stata un’impresa. Una marcia di molti chilometri sotto un sole cocente, scarse indicazioni e nessuna assistenza. Scrive un fan: «Niente navette all’andata (abbiamo camminato un’ora e mezza), arrivare al pit 6 è stato folle. Non si sentiva bene e i maxischermo erano davvero piccoli».

Gli fa eco un altro fan: «Io ero al pit 4 ed era uno spazio in discesa, con il palco in un avvallamento. Non si vedeva assolutamente niente».
Si lamenta un altro: «Sono eventi che servono solo alla popolarità, alle tasche e all’ego del cantante. I fan sono maltrattati e alla fine sentono una voce senza vedere nulla».
Aggiunge una fan: «Organizzazione veramente pessima. Sono le 4,23 e stiamo andando verso la metro adesso. Abbandonati a noi stessi, che schifo!».
Ma entriamo meglio nei dettagli. Qui di seguito pubblichiamo il resoconto della giornata di un fan arrivato a Roma per assistere a questo concerto da record. Come si vedrà, le falle organizzative sono state numerose.
Cronaca di una giornata da record.
Tra numeri straordinari e disagi
Sono arrivato a Roma verso l’ora di pranzo. Considerando che si trattava del concerto destinato a battere ogni record di presenze, mi aspettavo di trovare una città che accompagnasse il pubblico verso l’evento. Invece, a Termini non c’era nemmeno un infopoint dedicato.
Temendo che il rientro con i mezzi pubblici sarebbe stato complicato, ho noleggiato un’auto. È stata una scelta che si è rivelata quasi obbligata. Arrivato a Tor Vergata, il primo impatto è stato disorientante: nessuna indicazione per parcheggi o ingressi, soltanto qualche cartello in formato A4 comparso quando ormai ci si trovava praticamente davanti ai parcheggi.
Nel frattempo migliaia di persone arrivavano a piedi da Anagnina. Tutti raccontavano la stessa storia: navette insufficienti, attese interminabili e diversi chilometri percorsi sotto il sole. Il risultato era una lunghissima colonna di spettatori costretti a camminare ai margini di strade aperte al traffico, attraversando più volte carreggiate percorse dalle auto.
Anche trovare un parcheggio si è rivelato più complicato del previsto. Quelli ufficiali, a pagamento, erano accessibili solo su prenotazione e dopo le 17 non era più possibile effettuarla. Alla fine, seguendo il consiglio di un vigile urbano, ho lasciato l’auto in una strada laterale e mi sono incamminato verso gli ingressi.
Da lì in avanti è stato un continuo stop-and-go. Le vie di accesso erano percorse dai mezzi diretti ai parcheggi interni e alle aree tecniche, costringendo continuamente la folla a fermarsi sotto il sole per lasciarli passare. Intorno non c’era un filo d’ombra, i servizi erano ridotti al minimo e i rifiuti iniziavano già ad accumularsi.
Quando finalmente sono arrivato ai controlli, la cosa che mi ha colpito di più è stata la loro superficialità. La fast lane riservata a donne in gravidanza, persone con disabilità e accreditati era addirittura più lenta degli ingressi ordinari, mentre ai varchi normali i controlli sulle borse apparivano piuttosto sommari. La sensazione era che la priorità fosse far entrare le persone il più rapidamente possibile.
Entrato nell’area del concerto, ho iniziato a percorrerla tutta. È lì che si percepiscono davvero le dimensioni dell’evento: uno spazio immenso, ma anche estremamente dispersivo. Allontanandosi dal palco, le file ai bagni diventavano interminabili e le fontanelle diminuivano fino quasi a scomparire. Quelle presenti erano poco segnalate e comunque insufficienti per un pubblico di queste dimensioni.
Il terreno era un’alternanza di terra secca, ghiaia e polvere. Ogni passaggio di un mezzo di servizio sollevava nuvole di polvere che finivano inevitabilmente addosso agli spettatori. Le uniche zone dove si trovava un po’ di fango erano attorno alle poche fontanelle disponibili.
Arrivato in fondo all’area ho potuto osservare meglio l’impianto complessivo. Le torri delay con i ledwall erano numerosissime, ma invece di risolvere il problema della visibilità finivano spesso per peggiorarlo: gli schermi erano troppo piccoli per essere realmente efficaci a grande distanza e, allo stesso tempo, abbastanza grandi da coprire la visuale del palco.

Il limite più evidente, però, riguardava la conformazione dell’area. Tra gli ultimi pit una collinetta impediva completamente la vista del palco a gran parte del pubblico. Ancora peggio sul lato ovest, dove le grandi tensostrutture dei bar e del merchandising erano state installate all’interno dei pit anziché lungo il perimetro. Alte diversi metri e collocate su un piano rialzato, finivano per nascondere completamente il palco a migliaia di persone.

Nel pit 3, dove il biglietto sfiorava i 100 euro, c’erano spettatori che riuscivano a vedere soltanto la parte superiore della scenografia. Non il palco, non l’artista: appena la cima delle gru che sorreggevano l’insegna del concerto. Le proteste erano continue e comprensibili. Colpisce ancora di più considerando che, poco più avanti, un’enorme area libera era riservata a parcheggi tecnici e servizi.
Tornando verso il mio settore mi sono reso conto di un altro aspetto: il primo punto dal quale si riusciva realmente a distinguere la figura dell’artista era all’incirca tra il pit 3 e il pit 4. Da più indietro il concerto si viveva quasi esclusivamente attraverso gli schermi.
Quando sono state annunciate le ultime tre canzoni ho deciso di uscire in anticipo. Non sono stato l’unico. Migliaia di persone stavano già lasciando l’area, probabilmente nel tentativo di evitare il caos che tutti si aspettavano.
Fuori dall’arena la situazione è rapidamente peggiorata. Si camminava per lunghi tratti completamente al buio, illuminando la strada con la torcia del telefono. Telefono che, ironicamente, continuava a prendere malissimo, rendendo impossibile cercare informazioni proprio quando sarebbero servite di più. Non c’erano indicazioni per le navette, né cartelli che spiegassero quale percorso seguire.
Poco dopo ci si ritrovava direttamente su strade aperte al traffico, dove migliaia di persone si muovevano senza sapere bene dove andare, attraversando carreggiate e sbucando dai prati mentre le auto cercavano di farsi largo tra la folla.
Rientrando verso Roma ho continuato a incontrare gruppi di ragazzi e ragazze che camminavano nel buio lungo le strade principali, cercando di raggiungere una fermata, una navetta o semplicemente un punto da cui riuscire a tornare a casa.
In stazione ho ascoltato decine di racconti simili: navette insufficienti, linee chiuse senza indicazioni, percorsi poco chiari, ore di attesa e una generale sensazione di abbandono. Persone arrivate da tutta Italia per assistere a un concerto che, almeno sul piano artistico, prometteva di essere memorabile, ma che per molti è stato ricordato soprattutto per le difficoltà incontrate prima ancora che iniziasse e molto dopo che era finito.
Alla fine della giornata resta una sensazione precisa: l’impressione è che l’organizzazione abbia dedicato enorme attenzione allo spettacolo, trascurando quasi tutto ciò che rende davvero vivibile un evento di queste dimensioni. Arrivare, orientarsi, vedere il palco, usufruire dei servizi e tornare a casa sono parte integrante dell’esperienza di un concerto. E proprio su questi aspetti, più che sullo show, Tor Vergata ha mostrato i suoi limiti.






































