Prosegue il tour negli stadi di Zucchero, che ieri sera ha toccato lo Stadio Renato Dall’Ara di Bologna. Ed è proprio in occasione del suo concerto di “casa” che, prima di suonare per i 26.000 spettatori presenti, Sugar ha incontrato la stampa per annunciare grandi novità, come il gran finale del tour per celebrare i 25 anni di Baila (sexy thing), che si terrà a San Siro il 10 giugno 2027, ed una serie di concerti all’Arena di Verona per i 40 anni di Blue’s, il disco della consacrazione: saranno 10 a settembre 2027 e altri 10 nel 2028.
Dopo un World Tour di mesi con sold out ovunque, uno degli artisti italiani in assoluto più apprezzati in tutto il mondo torna a casa, e lo fa in due luoghi iconici come la Scala del calcio e l’anfiteatro veronese, dove detiene il record per il maggior numero di concerti.
Introduce l’incontro Ferdinando Salzano, patron di Friends & Partners, che annuncia le novità
Introduce l’incontro Ferdinando Salzano, parton di Friends & Partners, che annuncia le novità: «Il 4 luglio 2024 è stato l’ultimo concerto di Zucchero a San Siro. Siccome ci sono arrivate moltissime richieste di pubblico che chiedevano se lo stadio milanese sarebbe stato coinvolto nel tour di Baila, abbiamo deciso di aggiungere questo gran finale il 10 giugno 2027. Ma le notizie non sono finite: Blue’s nel 2027 compirà 40 anni. È un disco straordinario, ha segnato la svolta nella carriera di Zucchero ed è un punto fermo nella discografia nazionale. Abbiamo fatto richiesa all’Arena di Verona per festeggiare questa ricorrenza e poter fare 10 date a settembre 2027, a cavallo del suo compleanno, che cade il 25, e altre 10 nel 2028.».
L’incontro con Zucchero
Questo è un momento di gigantismi. I concerti sono sempre più grandi, più importanti. Però, guardando le tue date tu sei, da sempre, il più internazionale di tutti, con bandiere su tutto il mappamondo. Hai qualche ricordo particolare di questa tua vita così globale?
Sono tante le cose, e adesso faccio fatica a elencarle tutte. Una delle tante fu quando fui chiamato da Brian May per l’omaggio a Freddie Mercury a Wembley. L’altra è stata Woodstock ’94. L’altra ancora quando mi chiamò Miles Davis. E poi il concerto in Sudafrica per Nelson Mandela, allo stadio di Cape Town. O ancora, l’aurora boreale che ho visto per la prima volta insieme a Robert Plant a Tromsø, in Norvegia, sempre per il concerto per Mandela.
Oppure l’evento del Live 8, in cui feci in un solo giorno Roma e Parigi. Mi rifiutai di prendere l’aereo privato; dissi a Bob Geldof: “Mandate pure la polizia per scortarmi, ma io vado all’aeroporto normale, a Fiumicino”. Non volevo che qualcuno potesse dire: “Ah, fai il profeta della beneficenza e poi usi l’aereo privato”.
Queste sono tutte cose incredibili… come la prima volta che ho fatto da supporto a Eric Clapton per 24 date alla Royal Albert Hall. Sono tutte cose che rimarranno per sempre.
Una volta, pur vendendo milioni di dischi, per arrivare a fare concerti negli stadi, dovevi farli insieme ad un altro artista, e in stadi piccoli. Adesso, con dati di vendita molto più bassi, si riempie San Siro. C’è un lato positivo e uno negativo. Tu come la vedi?
Oggi fare gli stadi è diventato più facile, non so bene perché. Forse c’è una gran voglia di divertirsi, di uscire. C’è stato un incremento pazzesco della musica dal vivo, ma questo a livello mondiale. Anch’io magari ho seminato bene negli anni, ma è indubbio che dopo il Covid il mercato dei live sia esploso.
E poi i giovani di oggi, si vede, sono dei grandi comunicatori. Queste nuove generazioni sono delle macchine da guerra, e i social hanno fatto tutta la differenza del mondo, perché la comunicazione adesso è infinitamente più veloce e più vasta.
Cantano… poco, a dire il vero, ma insomma, se la cantano e la suonano e riempiono gli stadi. Non c’è una spiegazione logica.
Io sono all’antica, non ci capisco niente di social. Purtroppo i trend sono più avanti di me…
Cosa ne pensi del dibattito nato dalle parole di Francesco De Gregori?
Per quello che ho letto, lui ha citato Contengo moltitudini. Quando uscì il pezzo di Bob Dylan che si chiamava appunto I Contain Multitudes — confessando la mia ignoranza, non sapevo che il titolo originale venisse da Walt Whitman — dissi: “Che titolo fantastico, vorrei averlo scritto io!”. Non sono mai riuscito a trovare un titolo così potente per un mio album. Perché “contengo moltitudini” significa che dentro di me albergano tante personalità opposte, tanti doppi.
Credo che se sei una persona sensibile, non dico per forza un artista, tu debba convivere quotidianamente con questi doppi. Io ce li ho tutti i giorni, mi metto costantemente in dubbio; se non lo facessi, non sarei un uomo vivo. Per cui Contengo moltitudini è un concetto bellissimo. E mi ci ritrovo totalmente.
Poi con Francesco abbiamo scritto delle cose molto belle in passato, ci siamo frequentati, ci conosciamo bene, abbiamo suonato insieme a Campovolo. Adesso non voglio fare il politicamente corretto, ma non oserei mai contraddirlo in pubblico.
Ci vuole molta competenza per parlare del concetto che ha espresso De Gregori, così come per parlare di certi concetti che esprimeva Guccini o che esprimeva De André. Ci vuole molta competenza.
Quali sono i criteri con cui scegli i tuoi musicisti? Di solito peschi sempre benissimo nel panorama internazionale.
Alcuni storici sono con me praticamente dall’inizio e me li tengo cari. Come il mio bassista Polo Jones o James Thompson, che sono con me dagli esordi. Molti membri della band sono al mio fianco da 20 o 25 anni. Quelli nuovi, invece, a volte li trovo nei modi più impensabili.
La corista Oma Jali, per dire, l’ho scoperta su YouTube. L’ho vista mentre partecipava a un concorso, mi pare fosse The Voice in Francia, e cantava un pezzo di Aretha Franklin vestita più o meno come si presenta oggi sul palco. Ho detto: “Aspetta un attimo, questa qui è un animale da palcoscenico”. Non le ho fatto nemmeno un provino ufficiale: è venuta direttamente alle prove generali, ed è stato subito “buona la prima”.
Stasera poi vi faccio sentire un’altra nuova entrata, una ragazza che viene da Trinidad & Tobago che si chiama Keba Williams. Ha una voce stupenda, tipicamente gospel, e in più suona il clarinetto e il sassofono. Vabbè, non voglio fare… come si dice oggi? Spoiler. Non voglio spoilerare.
Yissy Garcia è una polistrumentista cubana pazzesca, suona le percussioni e la batteria. Anche lei l’ho scoperta attraverso YouTube.
Peter Vettese, per esempio, è un altro fuoriclasse: è uno che ha suonato per vent’anni con i Jethro Tull, con Annie Lennox, ha registrato in due miei dischi e ha un gusto incredibile.
Con una band del genere io non ho bisogno di dire niente sul palco, li lascio fare. Io decido la scaletta fino a un certo punto, ma loro conoscono talmente bene il repertorio che, anche quando facciamo un siparietto acustico e sono lì seduto, se una sera mi gira di fare una canzone fuori programma che non avevamo provato, io la accenno lì per lì e loro mi seguono all’istante.
Ci divertiamo tutti quanti sul palco, anche a rischiare il fuori programma, a costo di fare un errore, ma è proprio quello il bello del live.
Un nuovo album di inediti di Zucchero quando è previsto? Arriverà? C’è la voglia? Pensi che serva ancora fare un disco oggi?
No, fare dischi non serve più… (ride) No, non è vero.
Fare dischi oggi richiede uno sforzo immenso. Dopo che hai scritto più di 350 canzoni, tra le mie e quelle che ho firmato per altri artisti, fare un nuovo album, dopo che ne hai fatti così tanti, è molto, molto difficile.
Non si tratta tanto di “mantenere” il successo. Come diceva sempre il povero Luciano Pavarotti: “La fatica non è tanto avere successo, il problema è giustificarlo”. Tu lo devi giustificare ogni volta. Quando fai una cosa nuova, devi dare una motivazione artistica al fatto che sei Zucchero. Mantenerlo commercialmente ce la puoi fare, ma il problema vero è giustificarlo a livello qualitativo. Quindi, se esci con un album, devi qualcosa di assoluto livello.
Anche se sai perfettamente che venderà poco, perché oggi nessuno vende più i dischi fisici e ti devi scordare i numeri a cui eri abituato un tempo. Ma devi fare un album “con i coglioni”, c’è poco da fare. E per fare un album con almeno otto o nove brani di quel livello ci vuole tempo. Oh, se qualcuno avesse dei bei pezzi da darmi, io sono qua: non butto via niente, come col maiale… (ride)
Sei l’unico italiano che abbia mai suonato con Miles Davis, di cui quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita. Qual è il tuo ricordo di lui?
Stavo cercando di salvare il mio matrimonio in vacanza alle Maldive, quando mi chiamò il mio produttore alle quattro di notte. Pensavo fosse uno scherzo. Mi disse: “Dobbiamo andare a New York il primo di aprile”. Sentendo la data del primo aprile, mi sono convinto ancora di più dello scherzo. Alla fine ho dovuto decidere: era tutto vero. Il matrimonio ormai era comunque mezzo rovinato, e allora ho deciso di mollare le Maldive e andare a New York da Miles Davis.
Io sentivo sempre dire in giro: “Miles Davis ha un carattere insopportabile, è difficilissimo, odia i media, odia tutti, è intrattabile”. E in effetti, finché si registrava in studio, era piuttosto freddo.
Si era presentato vestito completamente di pelle nera, compreso il cappello, con la tromba nera e gli occhiali scuri. È arrivato con questa aurea e mi ha gelato subito.
Io stavo suonando al pianoforte Dune Mosse, che ho scritto in Si minore. Lui, appena entrato, non ha detto nemmeno “Ciao”, “Buonasera”, “Come va?”. Mi ha guardato e ha detto solo: “Stai suonando le note sbagliate”. Senza neanche salutare! Sono rimasto di ghiaccio. Ho pensato: “Ma come, Miles? L’ho scritta io la canzone, è in Si minore!”.
Poi mi è venuto un flash in testa e ho capito. Ho pensato: vuoi vedere che lui ha ascoltato il provino della canzone su una cassetta che aveva le pile un po’ scariche? Quando la cassetta gira un po’ più lenta, la musica si abbassa di tonalità. Ma mica di mezzo tono…
Siccome per lui suonare la tromba in Si minore era perfetto, mentre in Si naturale ci sono molti più diesis ed è molto più difficile, ha provato a fregarmi. Gli ho detto: “No, guarda che la tonalità reale è Si minore”. Allora si è messo lì, ha riscritto tutte le partiture, ha cambiato tromba e ha iniziato a suonare.
Ad un certo punto io stavo per uscire dalla regia per lasciarlo lavorare da solo, ma appena ho fatto un passo verso la porta lui mi ha bloccato e mi ha detto: “Sit here with me, I need your energy” (Siediti qui con me, ho bisogno della tua energia). Poi mi ha puntato due dita sulla gola e ha aggiunto: “I love your voice”. Grazie, Miles!
Ha inciso cinque versioni diverse del pezzo. Alla fine della sessione gli ho chiesto: “Miles, quale versione devo tenere per il disco? Dimmelo tu”. E lui: “Scegli quella che vuoi, forse l’ultima è la migliore perché è più nell’aria… e non prendere le note sbagliate!”. Ma, come dice sempre lui, nel jazz e nel blues non esistono note sbagliate.
Poi siamo andati a cena insieme, ha voluto che gli consigliassi un ristorante italiano a New York e cosa mangiare. A tavola si è tolto gli occhiali neri – aveva degli occhi verdi pazzeschi – mi ha guardato e mi ha detto: “We need to do something together” (Dobbiamo fare qualcosa insieme). E infatti l’estate successiva facemmo tre stadi insieme a lui e Joe Cocker. Questa è la storia.
Cosa ne pensi del fatto che sia stato annunciato che da quest’anno il vincitore di Sanremo potrebbe non andare all’Eurovision? All’Eurovision ci andrà un artista scelto sempre in quella settimana tra quelli in gara, ma non coinciderà necessariamente con chi vince il Festival. Ti dico che i media stranieri parlano già di “suicidio” per Sanremo. Tu cosa ne pensi? Perché se uno vince il campionato e poi in Champions League ci va un altro, la cosa può sorprendere.
Intanto Sanremo non è un campionato, è una partita a ping-pong! (ride)
Con tutto il rispetto, ci sono passato anche io, anche se sono arrivato penultimo. Però, se fossi il direttore artistico, io opterei per una soluzione del genere. Perché mai quello che vince Sanremo deve andare per forza là? Mi sembra la vecchia regola del Festival di Castrocaro, dove chi vinceva andava di diritto a Sanremo.
Questa nuova idea mi piace: deve andarci qualcuno che ha i requisiti giusti per l’Eurovision, qualcuno che possa essere davvero competitivo in quel contesto. Altrimenti rischiamo di rimanere indietro di secoli.
E poi, diciamoci la verità: l’Eurovision, tolto qualche caso, spesso fa cagare. Tutti quelli che ci vanno… a parte i Måneskin, che lì hanno svoltato, quasi tutti gli altri hanno fatto cagare.
Chi si ricorda più di chi vince l’Eurovision? Vi ricordate Conchita Wurst? Ecco, ci si ricorda di quello per il personaggio, non per la musica.
Quindi, che pensassero a cantare e a portare delle belle canzoni.
Dacia Maraini ha proposto che venga assegnato il Premio Nobel per la Pace al popolo di Lampedusa, a tutta l’isola, per quello che sta facendo sul fronte dell’accoglienza, anche sulla scia dell’attenzione portata dal Papa. Tu cosa ne pensi? Saresti d’accordo con una petizione di questo tipo?
Per me va benissimo. Mi sembra una proposta assolutamente giusta e sacrosanta. Basta che non lo diano a Trump.
Il concerto
Con Zucchero sul palco: Polo Jones (musical director, basso), Kat Dyson (chitarre, cori), Peter Vettese (hammond, piano e synth), Mario Schilirò (chitarre), Adriano Molinari (batteria), Nicola Peruch (tastiere), James Thompson (fiati, cori), Lazaro Amauri Oviedo Dilout (fiati), Carlos Minoso (fiati), Oma Jali (backing vocals). Ci sono due new entries nella band, e si tratta di Yissy Garcia (batteria e percussioni) e Keba Williams (backing vocals).
La struttura del concerto è, a grandi linee, quella degli ultimi anni di live, con l’apertura affidata a Spirito nel buio, ma ecco già la prima sorpresa, rappresentata da Music in Me, che viene eseguita per la prima volta dal tour di Shake, anno 2002. Tra i brani che fanno ritorno in scaletta dopo un periodo di assenza più o meno lungo troviamo Pane e sale, scritta insieme a Francesco De Gregori ed eseguita solo una manciata di volte negli ultimi vent’anni.
Dal baule dei ricordi arrivano anche Scintille e Dindondio, sempre tratte da Shake, e Love Again.
Non possono mancare ovviamente le grandi hit che hanno costellato una carriera lunga oltre 40 anni, e quindi Diavolo in me, X colpa di chi?, Dune mosse, Miserere, Il volo, Così celeste e Diamante, oltre ovviamente a Baila, che dà il titolo all’intero tour.
Quasi tre ore di grande musica insieme ad una superband di grandi musicisti provenienti da tutto il mondo, a dimostrare ancora una volta la grande qualità dello show ed il respiro internazionale della musica del bluesman reggiano.
Mentre in Italia si contano i biglietti, Zucchero gira il mondo
Oggi in Italia la grandezza di un artista viene troppo spesso ridotta a una gara di cifre, con annunci quotidiani su record di biglietti venduti e palazzetti esauriti. Ma c’è una differenza sostanziale tra il collezionare sold-out in patria e l’essere un artista di respiro globale. Fuori dai nostri confini, dove la propaganda dei numeri non conta più e molti di quei record sbiadiscono nel totale anonimato, Zucchero continua a riempire le arene e ad essere stimato dalle più grandi leggende del pianeta.
È questa la reale misura del suo successo: non una statistica da sbandierare, ma una credibilità internazionale che non ha eguali. Se lui ci riesce da quarant’anni e altri no, un motivo ci sarà…
I prossimi appuntamenti con Baila (sexy thing) 25th – Under the Moonlight
8 luglio – Pescara, Stadio Adriatico
11 luglio – Perugia, Arena Santa Giulia
14 luglio – Messina, Stadio Franco Scoglio
16 luglio – Lucca, Mura storiche
10 giugno 2027 – Milano, Stadio San Siro (nuova data)
I biglietti per il concerto di San Siro saranno in vendita da oggi, martedì 7 luglio, alle ore 11, su Ticketone e nei punti vendita autorizzati.
La scaletta del concerto di Zucchero a Bologna
1. Oh, Doctor Jesus
2. Spirito nel buio
3. Music in Me
4. Il mare impetuoso al tramonto salì sulla Luna e dietro una tendina di stelle…
5. Iruben Me
6. Menta e rosmarino
7. Pane e sale
8. Partigiano reggiano
9. Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica
10. Dune mosse
11. Scintille
12. Facile
13. Love Again
14. Blu
15. Vedo nero
16. Baila (sexy thing)
17. Un soffio caldo (seated)
18. Un piccolo aiuto (seated)
19. Occhi (seated)
20. Dindondio (seated)
21. Donne (seated)
22. Miserere
23. Disco Inferno (band only)
24. Jumpin’ Jack Flash (band only)
25. Honky Tonk Train Blues (band only)
26. Il volo
27. Diamante
28. Così celeste
29. X colpa di chi?
30. Diavolo in me
31. Hey Man







































