L’amore in E.R. non è una semplice collaborazione, ma l’incontro artistico definitivo tra due pilastri della musica emiliano-romagnola: Alberto Bertoli e Mirko Casadei. Il brano nasce dalla volontà comune di celebrare un’identità territoriale che è, prima di tutto, un’attitudine dell’anima. Scritto a quattro mani da Bertoli insieme a Emanuele Dabbono, il singolo vede in Mirko Casadei il partner ideale, capace di portare in dote non solo il prestigio di una dinastia che ha fatto la storia del folk italiano, ma anche quella carica vitale e solare che è il marchio di fabbrica della Romagna.
Il tema portante della canzone è il superamento dei confini attraverso l’amore, che può essere per un amico, per una donna o, perché no, per una terra. Quel “trattino” che separa graficamente l’Emilia dalla Romagna diventa qui il punto di fusione, un ponte che unisce due storie, due modi di intendere la vita e la musica. Alberto Bertoli infonde nel pezzo la sua anima rock e la sua profondità riflessiva, mentre Mirko Casadei esplode con l’allegria e la forza del suo pop-folk, creando un equilibrio perfetto che profuma di festa, di asfalto e di radici profonde.
Con L’amore in E.R., Bertoli e Casadei mettono al centro del villaggio il senso di appartenenza, trasformando la loro amicizia personale in un inno collettivo. È la fotografia di una terra che sa lavorare e riflettere, ma che non dimentica mai di ballare, restituendo un’emozione così veritiera da far sentire chiunque – emiliano, romagnolo o di passaggio – parte di una grande, unica famiglia.
L’intervista
C’è quel piccolo trattino grafico che sulla carta separa l’Emilia dalla Romagna, ma nella realtà e nel vostro brano si fonde. Nella vita di tutti i giorni e nella musica, qual è il vero punto di contatto in cui le vostre due storie e i vostri due modi di intendere la vita si scoprono identici?
Alberto Bertoli: L’additivo di tutta l’Emilia-Romagna è il fatto che tendiamo a raccontare quello che ci succede: in forma scritta, nel cinema o nella musica. Ci sono fior di artisti dell’Emilia-Romagna che sono pronti alla comunicazione rispetto alla propria vita e al proprio modo di vivere, perciò penso che il primo punto di contatto sia proprio quello artistico.
Dal punto di vista del territorio siamo molto simili perché abbiamo entrambi la pianura, poi loro hanno il mare, noi invece abbiamo dei grandi fiumi… dove hanno pensato che fosse mare, e quindi adesso stanno praticamente facendo dei lidi sopra tutti i fiumi emiliani!
Poi ci sono le colline e le montagne: anche loro hanno la parte montana, che è forse la meno nota della Romagna, ma è bellissima. E infine il cibo: se volete mangiare veramente bene dovete venire da noi.
Diciamo che siamo complementari in tutto, ci completiamo così. Abbiamo questo senso di appartenenza alla nostra terra, alla quale siamo molto legati, e abbiamo voglia di esprimere i valori e quello che succede qui.
Mirko Casadei: L’amore che sboccia spesso in questa terra non è solo l’amore tra due fidanzati e due innamorati, ma è l’amore per il territorio, l’amore per le cose belle, l’amore per il senso di stare insieme, di stare uniti e anche di vivere un po’ con il sorriso sulle labbra, con quel pizzico di ottimismo che noi emiliano-romagnoli abbiamo nel sangue.
Nel videoclip viaggiate insieme su un furgoncino anni ’80 attraverso il territorio. Questo viaggio a quattro ruote rappresenta visivamente un ponte continuo tra le due zone. Che tipo di accoglienza e di energia avete respirato lungo la strada durante le riprese?
Alberto Bertoli: Ne parliamo spesso di questo, perché ci ha stupito una cosa: siamo partiti da Piacenza, e io sono emiliano. Lì conoscevano solo Mirko, perché a Piacenza c’è una grande tradizione legata al liscio. Generalmente in Emilia riconoscevano più Mirko, e poi in Romagna è successo il contrario.
La cosa più bella, il ricordo che tengo più stretto di quei due giorni lì, è stato a Rimini: avevamo concluso le riprese e mancava solo una scena dentro la piazza. Si è radunato un capannello di gente e alla fine ci siamo messi a ballare con loro sulle canzoni di Mirko.
Mirko Casadei: La cosa veramente bella che mi è rimasta di più è proprio l’abbraccio che abbiamo ricevuto dalla gente: quando ci fermavamo per un caffè c’era un calore bellissimo. Un abbraccio verso di noi e, chiaramente, anche verso la nostra storia, i nostri genitori e il mondo che rappresentiamo.
Ognuno ci raccontava una storia: c’era chi si ricordava di quando era andato a vedere un concerto di Pierangelo Bertoli, e chi invece di quando aveva ballato sotto il palco di Raoul Casadei. C’è stato veramente tanto calore da parte delle persone semplici, ed è stato bellissimo.
Mi è venuta in mente una cosa che non abbiamo mai detto nelle altre interviste: eravamo a Ferrara, a un certo punto un ragazzo di origine marocchina mi viene incontro e mi fa: “Io sono un tuo fan! Mia mamma dal Marocco guarda sempre la televisione per seguire la tua orchestra”. Sono rimasto di sasso.
Alberto Bertoli: Tra l’altro la cosa divertente è che camminavamo di fianco e questo ragazzo stava spingendo un altro ragazzo sulla sedia a rotelle verso l’hotel. Io ero convinto che volesse parlare con me! E invece voleva Mirko! (ridono)
Da un lato c’è l’anima rock, profonda e ruvida, dall’altro la carica vitale, solare e travolgente del pop-folk e della tradizione Casadei. Tra l’altro, l’Emilia e la Romagna possono essere distinte anche a livello musicale: se vogliamo, i grandi rocker sono proprio gli emiliani – penso a Vasco e Ligabue su tutti – mentre la tradizione romagnola è quella della famiglia Casadei, che è super storica. Come avete fatto incontrare questi mondi e qual è stato il momento in studio in cui vi siete guardati e avete detto: “Ok, questa cosa funziona, questo incastro viene bene”?
Alberto Bertoli: Guarda, ce lo chiedono in tanti e io rispondo sempre nella stessa maniera: è una distinzione che vedete più voi da fuori. In realtà penso che siamo molto simili, perché le radici culturali che abbiamo sono radicate nella tradizione popolare, incluso il rock in sé.
Vasco Rossi viene da Zocca, che è un paese di montagna, e le prime cose che cantava erano pezzi degli anni sessanta. Ligabue stesso è nato in una famiglia di gestori di balere, suo papà aveva una balera a Correggio, quindi è nato dentro quella musica lì. È normale che ci sia una connessione. Poi è ovvio che quando uno lo vede dall’esterno sembrino mondi diversi.
Infatti, quando ci siamo messi a lavorare non c’è stato neanche un momento di contrasto.
Mirko Casadei: In più c’è da dire che le nostre musiche sono cambiate nel corso del tempo. Ad esempio noi, che veniamo dal liscio, manteniamo quella radice folk super nazionale e popolare, ma nel tempo l’orchestra si è evoluta attraverso tanti incontri musicali. Quindi oggi non è più il liscio degli anni ’70, ma è una musica che si avvicina a sonorità rock, con una band più elettrica con chitarra, batteria e basso.
Faccio una piccola deviazione dal racconto del nuovo singolo per chiedere ad Alberto riguardo un pezzo che adoro: Le cose cambiano. Mi piacerebbe che fossi tu a raccontarmi la storia di quel momento, com’è andata e cosa ha significato ritrovarsi tra le mani una canzone così importante.
Non mi capitava da un po’ di parlarne, perché è una canzone che ormai ha più di vent’anni, quindi ti ringrazio della domanda.
Mio padre fu colui che lanciò Ligabue: per tanti anni Luciano presentò i suoi brani alle case discografiche, ma nessuno si convinceva a puntare su di lui. Ad un certo punto si stancò e gli disse: “Ci metto i soldi e ti produco io l’album”, mandandolo in sala di registrazione. Solo dopo aver finito il disco trovarono un contratto discografico.
Dopo tanti anni, in cui i rapporti si erano un po’ diradati, Luciano, sapendo che mio padre si era ammalato gli telefonò: “Ho scritto una canzone, mi piacerebbe farla insieme, posso venire a fartela sentire?”. Noi eravamo a Cervia, in Romagna. Venne a casa nostra e ci presentò questa canzone, ma purtroppo mio padre era già troppo malato e non riusciva più a cantarla.
Quando morì, ricordo che mi chiamò Luciano e mi disse: “Senti, mi hanno detto che scrivi delle canzoni”. Gli dissi di sì, che avevo dei pezzi pronti. E lui: “Vengo a casa tua!”. Per me è stato un bellissimo risultato, perché sono un grande fan di Luciano.
È venuto a casa mia e abbiamo passato un’ora in cui gli ho cantato le canzoni che avevo, o almeno le più belle. Dopo averle ascoltate mi disse: “Guarda, hai una bella voce e secondo me sei pronto. Perché non canti tu quella canzone lì che è rimasta ferma? Racconta di tuo padre, secondo me la dovresti cantare tu”. E mi mandò da Mauro Pagani.
Registrammo così la mia prima esperienza da professionista, con il top del top. Io ero ancora un ragazzino e la tengo veramente nel cuore, anche se poi la canzone purtroppo non ha avuto il successo commerciale che speravamo.
Per tornare e concludere con L’amore in E.R., il pezzo parla di superare i confini attraverso l’amore (per la terra, per un amico, per una donna). In un momento storico in cui si tende spesso a tracciare confini e divisioni, che valore ha, oggi, lanciare un inno collettivo che fa ballare e riflettere contemporaneamente?
Mirko Casadei: L’intento e il messaggio erano proprio questi: parliamo di Emilia-Romagna, ma in realtà la usiamo come esempio per parlare in generale dell’unione. L’unione può essere un grande punto di forza in questo momento in cui in giro per il mondo ci sono divisioni, guerre, separazioni sia religiose che etniche o geografiche.
Noi crediamo che stare insieme, eliminare le barriere e i “trattini” – come nel caso dell’Emilia-Romagna – e costruire dei ponti sia il messaggio più bello. Questo è quello che volevamo esprimere attraverso l’amore che abbiamo per la nostra terra.
Il videoclip
Il videoclip di L’amore in E.R, diretto dal regista Corrado Ravazzini, celebra l’autenticità del territorio e l’energia contagiosa delle persone che lo vivono. Un vero e proprio inno alle radici, all’amore e al senso di appartenenza.
A bordo di un furgoncino anni ’80, Alberto Bertoli e Mirko Casadei intraprendono un viaggio on the road tra paesaggi mozzafiato e incontri genuini alla scoperta dell’Emilia-Romagna, accompagnati dal ruggito della “tigre” della loro terra.







































