Gli Europe sono una di quelle band che potrebbero vivere comodamente di nostalgia. A Roma, invece, hanno dimostrato ancora una volta di non essere soltanto il gruppo di The Final Countdown. In poco più di un’ora e mezza di concerto, la formazione svedese ha attraversato oltre quarant’anni di carriera con una scaletta solida, ben costruita e senza troppi cedimenti.
L’apertura con On Broken Wings ha chiarito subito l’approccio della serata: niente ingresso facile sui classici, ma la volontà di dare spazio anche al volto più recente della band. Subito dopo, Rock the Night ha acceso il pubblico. Da lì in avanti lo show ha mantenuto un ritmo alto, alternando brani storici e materiale più moderno.
Si continua con Walk the Earth e Scream of Anger, così come Sign of the Times, One on One e The Cult, che confermano quanto gli Europe abbiano ormai un repertorio più ampio del singolo successo planetario a cui vengono spesso associati.
Poi Carrie: uno dei momenti più attesi della serata, eseguita senza eccessi e proprio per questo efficace con il pubblico che non sbaglia una parola.
La band
Joey Tempest resta un frontman elegante ed energico, conserva presenza e carattere. Interagisce spesso con il pubblico stringendo mani e scendendo diverse volte nel pit per un contatto ravvicinato. John Norum è ancora il centro sonoro del gruppo, il suo modo di costruire gli assoli resta fedele alla tradizione dell’hard rock classico . Mic Michaeli, John Levén e Ian Haugland completano una macchina precisa, essenziale e ben rodata.
I brani recenti
Come accennato all’inizio gli Europe non vivono di rendita ed in una scaletta seppur con soli 17 pezzi, inseriscono le produzioni più recenti come War of Kings, Open Your Heart, More Than Meets the Eye ed Eden mostrano una band che non si limita a riproporre il proprio passato, ma prova ancora a inserirlo dentro una storia più lunga e coerente.
Il gran finale
Nel finale arrivano Ready or Not, Superstitious e Cherokee, prima dell’inevitabile The Final Countdown. Le prime note di tastiera bastano a trasformare il pubblico in un coro unico che salta dall’inizio alla fine insieme a Joey che nel frattempo sventola il tricolore preso ad una fan in transenna. È un finale scritto da quarant’anni, ma continua a funzionare perché gli Europe riescono ancora a suonarlo con convinzione. E questa, per una band con un classico così ingombrante, è probabilmente la vittoria più grande.
Il concerto romano ha confermato che gli Europe non sono rimasti prigionieri della loro hit più famosa. Il passato c’è, pesa e viene accolto con entusiasmo, ma non esaurisce il senso dello show. Alla fine resta l’impressione di una band ancora credibile dal vivo, capace di suonare hard rock con mestiere, misura e una compattezza non scontata.
Live report di Stefania Rossi
La fotogallery del live






































